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La crisi italiana non nasce dall'euro

Eravamo prima, e siamo oggi, il paese in Europa con la minore competitività.  

di Fabio Colasanti* |

Tra ieri e oggi, molti media, compresa la Rai, hanno dedicato parecchio spazio alle conclusioni di uno studio su i vincitori e i perdenti nell'euro. Quasi tutti i media si sono limitati a riprendere le conclusioni principali dello studio senza fornire alcun elemento di analisi. L'assenza di analisi indipendenti delle notizie è purtroppo uno dei difetti principali dei nostri media.

Le conclusioni dello studio sono al tempo stesso scontate sui numeri e sorprendenti e scandalistiche per quanto riguarda le cause delle diverse posizioni dei vari paesi. Lo studio, una breve nota di cinque pagine di testo e molti grafici, dal titolo 20 Years of the Euro: Winners and Losers è stato prodotto dal CEP, Centrum für Europäische Politik dell'università di Friburgo.

Questo centro è ben noto per le sue posizioni molto estreme a favore dell'economia di mercato. Il suo direttore, il professore Lüder Gerken, è anche presidente della fondazione Von Hayek.

Come tutti i difensori del libero mercato, il centro è sempre stato contro la creazione di un'unione monetaria; ha sempre difeso la libertà di movimento dei tassi di cambio anche ai tempi del Sistema monetario europeo. Va ricordato che anche la maggioranza del resto del mondo accademico tedesco negli anni novanta raccomandava all'Italia di non entrare in un'unione monetaria perché non sarebbe stata in grado di rispettare la disciplina che questa richiedeva.

In questo studio, il CEP afferma di aver misurato il rallentamento o l'accelerazione di crescita sperimentate dai principali paesi che sono entrati nell'euro. Lo fanno con una tale precisione da poter indicare senza arrotondamenti il guadagno o la perdita media per ogni cittadino dei diversi paesi. In economia è risaputo che è molto difficile, quasi impossibile, stimare cosa sarebbe successo in assenza di questa o quella modifica fondamentale delle condizioni in cui opera un'economia. Il CEP presenta con un linguaggio falsamente rassicurante la propria metodologia basata su di un approccio "sintetico" e sull'uso di un "algoritmo econometrico" che avrebbe fornito i riferimenti migliori per ogni paese esaminato.

In realtà, l'approccio del CEP consiste nell'aver identificato per il periodo 1980-1996 dei gruppi di paesi industrializzati che hanno avuto tassi di crescita simili a quelli di ogni paese dell'eurozona preso in esame e di aver immaginato che, in assenza dell'ingresso nell'euro, questi paesi nel periodo 1999-2017 sarebbero cresciuti come il gruppo di riferimento.

Nel caso dell'Italia, l'algoritmo econometrico ha identificato che il tasso di crescita italiano negli anni 1980-1996 è stato simile a quello di un aggregato composto dal Regno Unito (63 per cento) e dall'Australia (31 per cento) con delle inezie di Israele (quattro per cento) e Giappone (due per cento). Se l'Italia avesse avuto nel periodo 1999-2017 un tasso di crescita uguale a quello di questo aggregato di riferimento il reddito medio di un italiano nell'insieme dei 19 anni considerati sarebbe stato di 73.605 euro più alto! La più grossa perdita tra i paesi esaminati.

In realtà questo è tutto quello che il metodo utilizzato ci può dire: che l'aggregato di riferimento è cresciuto molto più dell'Italia. Ma il metodo utilizzato non ci può dire se questo è stato dovuto ad un risultato molto buono dei paesi di riferimento o ad una bassa crescita italiana. Nè ci può dire molto sulle cause delle divergenze.

Ma in fondo, il risultato non è sorprendente. Tantissimi osservatori e analisti ci ricordano continuamente che dall'inizio degli anni Novanta l'Italia è il paese con il più basso tasso di crescita tra tutti i paesi europei. Tra il 1991 ed il 2018 il nostro tasso di crescita medio annuo è stato inferiore all'un per cento ed è stato perfino più basso di quello della Grecia nonostante i tanti anni di recessione di questo povero paese. Siamo stati il paese con il più basso tasso di crescita nell'Unione europea negli anni Novanta e nei primi dieci anni di questo secolo. Solo nel periodo 2011-2018 siamo stati battuti dalla Grecia che ha avuto addirittura un tasso di crescita negativo.

Ma il metodo usato dal CEP non ci può dire nulla sulle cause di questa crescita così bassa. In Italia abbiamo decine e decine di libri e di studi che la analizzano e la spiegano. Tutte le organizzazioni internazionali hanno scritto centinaia di pagine di spiegazione dei nostri problemi strutturali. Le cause sono tante, sono complesse e si sono andate accumulando nel tempo. Eppure per il CEP, la risposta è chiara ed è una sola: la bassa crescita è stata dovuta alla perdita di competitività dovuta all'impossibilità di deprezzare la moneta nazionale che risulta dall'avere una moneta comune.

Che la nostra economia abbia subito una perdita di competitività nel periodo 1999-2008 è una cosa ben conosciuta. La Banca d'Italia ce lo ha ricordato ogni anno. Tra il 1999 e il 2008 il nostro costo del lavoro per unità di prodotto è cresciuto di circa il 15 per cento più di quello dei nostri 30 principali partner commerciali. Successivamente il nostro paese ha recuperato gran parte di questa perdita di competitività (durante il periodo di assenza di inflazione: 2013-2016).

Che in un'unione monetaria non fosse possibile svalutare la moneta era una cosa ben conosciuta. Altri paesi, per esempio il Belgio, si erano dati degli strumenti per sorvegliare l'andamento della competitività-prezzo del paese. Noi no e abbiamo permesso che nel periodo 1999-2008 i nostri salari aumentassero più della produttività del lavoro.

La competitività di un paese sui mercati aperti alla concorrenza è un fattore importante nel determinare il suo tasso di crescita economica, ma non è il solo e non è più importante dell'insieme degli altri fattori. Le tante analisi di cui disponiamo ci spiegano che in Italia è diventato talmente difficile lanciare attività commerciali che nessuno viene più dall'estero per aprire nuove attività nel nostro paese. I pochi investimenti esteri che ancora abbiamo consistono quasi unicamente nell'acquisto di attività esistenti. Chi ha soldi da investire in Italia preferisce andare a farlo all'estero. La nostra crescita è rallentata da tanti fattori strutturali interni. Le nostre esportazioni non vanno male. Grazie anche alla debolezza della domanda interna, da qualche anno abbiamo avanzi commerciali tra i due e i tre punti di PIL. Donald Trump ci accusa di essere uno dei paesi che dissanguerebbero commercialmente gli Stati Uniti.

Aggiungo un grafico che mostra l'andamento della quota delle esportazioni di beni e servizi di Germania, Italia e Spagna rispetto al gruppo dei 14 principali paesi europei per i quali sono disponibili i dati su di un lungo periodo (il gruppo rappresenta più del 90 per cento del PIL dell'Unione europea).

Il grafico mostra come la Germania sia entrata nell'unione monetaria (che non voleva) dopo un periodo di difficoltà dovute alle conseguenze della riunificazione. Più o meno dall'inizio dell'unione monetaria il paese ha cominciato ad aumentare la sua percentuale sul totale delle esportazioni dell'Unione europea. In parte questo è stato dovuto sicuramente al fatto che l'euro non si è rivalutato come si sarebbe rivalutato il marco tedesco. In parte questo è stato dovuto al fatto che con la disoccupazione in aumento fino al picco del 2006 i sindacati tedeschi sono stati molto prudenti nelle loro richieste salariali. In parte questo deve essere stato dovuto alle riforme strutturali del sistema di previdenza sociale e alle riforme del sistema industriale operate nel 2003/2004. Lo studio del CEP non ci può dire nulla sull'impatto relativo di questi fattori.

Il grafico mostra anche che l'Italia era in difficoltà da ben prima dell'ingresso nell'unione monetaria. E ci dice anche che la Spagna, contrariamente all'Italia, non ha avuto alcun effetto negativo sulla performance delle sue esportazioni: la sua quota sul totale delle esportazione dell'Unione europea è leggermente aumentata durante il periodo dell'unione monetaria. Il CEP scrive che la differenza tra Italia e Spagna è dovuta al fatto che i nostri cugini iberici hanno fatto delle riforme strutturali che noi non siamo riusciti a fare.

Lo studio non ci dice però che nel 2011/2013 sia l'Italia che la Spagna hanno subito due recessioni identiche dal punto di vista quantitativo che sono state dovute alla situazione delle loro finanze pubbliche (fortissimi aumenti dello spread nel corso del 2011; la Spagna ha dovuto addirittura farsi prestare dal fondo salva-stati i soldi per ricapitalizzare le sue banche). Lo studio non ci ricorda che la Germania non ha invece avuto questa seconda recessione grazie al fatto di avere finanze pubbliche sane. 

Lo studio del CEP non ci può dire tante cose importanti. Le sue conclusioni sono chiaramente scandalistiche e motivate da una contrarietà verso i tentativi di stabilizzare o fissare i tassi di cambio. Non ci si può forse aspettare dai media delle grande analisi tecniche, ma ci si potrebbe almeno aspettare che non presentino come oro colato qualsiasi pezzo di carta che arrivi sui loro tavoli.

*direttore negli anni ’90 del dipartimento Budget della Commissione europea