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La seconda volta del Pd

Unire attorno a sè le forze progressiste e tornare a essere il primo partito del paese. Si può fare. E' già stato fatto. 

di Ernesto Trotta |

Due indizi non fanno una prova, ma qualcosa dicono comunque. Abruzzo e Sardegna hanno dato lo stesso identico risultato elettorale che, secondo il mio punto di vista, è almeno confortante dal punto di vista istituzionale.

Come ho già scritto, forse ci stiamo avviando di nuovo verso un sano bipolarismo, costituito da un centrodestra (ora molto di destra), un centrosinistra ed un’area più indefinita fatta da antagonismo, ribellismo, tentazioni antisistema. Mi pare un ottimo risultato per la comprensibilità ed anche per la stabilità del quadro politico.

Non altrettanto ottimo per il centrosinistra, che esce indiscutibilmente sconfitto da entrambe le competizioni, malgrado la credibilità di due validissimi candidati (Legnini e Zedda), che hanno fatto quanto possibile, ed anche di più, nelle condizioni date.

È evidente che non basta. Ed è altrettanto evidente che, senza qualcos’altro, il centrosinistra resta minoranza; una minoranza consistente, ma sempre minoranza.

Ho detto che, semplificando, lo schema dovrebbe essere: 40 per cento la destra, 40 per cento il centrosinistra, 20 per cento le varie forze minoritarie. Ora la destra sfiora il 50 per cento mentre il centrosinistra supera di poco il 30 per cento.

E non è un divario contingente: oggi è strutturale. A quel 30 per cento manca una consistente fetta di ceto medio, di popolo flottante, probabilmente centrista non per ideologia (ma quando mai?) ma per opportunità.

Per arrivare a quel 40 per cento (e più) il centrosinistra deve raggiungere molti più italiani, quegli italiani. Non è impossibile, è già stato fatto e si può rifare. Cosa serve?

Serve un progetto politico per «unire le culture e le forze riformiste del nostro Paese. Superare la parzialità e l'insufficienza di ognuna di esse, di ognuno di noi. Dar vita a una forza plurale …», serve chi possa «unire gli italiani, unire ciò che oggi viene contrapposto: Nord e Sud, giovani e anziani, operai e lavoratori autonomi», serve «ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l'insicurezza sociale e personale».

C’è tutto lo spazio politico per proporre «la costruzione di una società in cui le capacità di ciascuno possano essere messe alla prova indipendentemente dalle condizioni di partenza», dove ciascuno «deve poter credere che il futuro è nella sua mente, nel suo cuore, nella sua determinazione. E, se cade, deve poter trovare una rete che lo salvi e gli consenta di ricominciare a sperare».

Serve una forza politica che combatta «uno stato d'animo fatto di smarrimento, di stanchezza, di pessimismo, persino di forme di intolleranza, di incattivimento, di omofobia, di diffidenza e chiusura verso tutto ciò che appare estraneo, diverso».  Senza cedere alle facili paure perché «la sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla».

La ricetta per risollevare il Paese non è così astrusa; sono pochi aspetti basilari su cui qualsiasi persona di buon senso (come quelli che spesso votano per il centrosinistra) può concordare, perché «senza crescita, gli obiettivi di una grande forza dell'equità e delle opportunità sono destinati a soccombere», perché «una politica finanziaria rigorosa non è figlia dell'ideologia, ma della necessità di generare risorse per abbattere gradualmente il debito pubblico».

Serve riconoscere che non siamo soli, siamo parte di una comunità che abbiamo contribuito a fondare e che adesso deve svilupparsi e trasformarsi sempre più in «un’Europa politica e democratica, che abbia più peso e più responsabilità, che segua il principio guida fissato all'inizio dell'avventura europea, quello della limitazione delle sovranità nazionali».

Dopo (perché ci sarà un dopo) l’ubriacatura grillo-leghista e il populismo imperante, la politica italiana può rimettersi su un binario più normale: che non vuol dire a noi favorevole, ma almeno normale, con una destra e una sinistra: «bipolarismo, in alcuni casi bipartitismo, appaiono il modo in cui, per virtù politiche e/o istituzionali, si succedono al governo forze diverse, in un clima di stabilità e di rappresentanza non frammentata».

Dovremmo ormai aver capito che con le chiacchiere non si va da nessuna parte. Si fanno campagne elettorali, si illude la gente, ma poi la realtà è più forte: «la democrazia è proprio questo: "decisione". È ascolto, è condivisione. Ma alla fine, è decisione».

E allora serve una proposta politica fatta così, che raggiunga quei 14-15 milioni di persone che fanno la massa necessaria a vincere e governare. Non è affatto impossibile. Non ci sono alchimie da inventare, strani artifici di alleanze, desistenze, equilibrismi. Se lo vogliamo capire, è tutto molto chiaro.

Tutti i virgolettati di sopra non sono affermazioni qualsiasi: sono tutti pezzi del discorso che Walter Veltroni tenne nella Sala Gialla del Lingotto a Torino il 27 giugno 2007 (come passa il tempo …!): sono e restano le basi fondative di uno strano ma innovativo soggetto politico: un Partito Democratico. Toh, chi si vede!

C’è bisogno d’altro? Sì, c’è bisogno di una classe dirigente che smetta di guardare al passato, di rimuginare su presunti errori e deviazioni, che riprenda il filo del discorso e lo porti avanti con coraggio e decisione.

Questo dovrà fare il Segretario che vincerà le primarie. E di corsa, ché il mondo non ci aspetta. Un candidato almeno questo ce l’ha ben chiaro in mente ed è Roberto Giachetti (con Anna Ascani). Gli altri due, saperlo …!