Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Interventi

Italia persa sulla via della seta

E' l'unico paese del G7 che intende assecondare i disegni di espansione della Cina in Occidente. Ma a quale prezzo?  

di Fabio Colasanti* |

Questo governo continua a stupire, e non in maniera positiva. L'ultimo sviluppo sorprendente riguarda la probabile firma di un Memorandum of Understanding con la Cina per la collaborazione dell'Italia al progetto cinese della Belt and Road Initiative (BRI), che noi chiamiamo "Nuova via della seta". Il tema è complesso e richiede analisi dettagliate, ma alcune cose sono già evidenti e vanno sottolineate.

La prima riguarda la trasparenza dello sviluppo della posizione italiana. Il M5S e la Lega sono stati tra le forze che più hanno criticato la presunta nebulosità dei negoziati con gli Stati Uniti per il TTIP e con il Canada per il CETA. Due giorni fa su Rai Uno, il sottosegretario Michele Geraci ha risposto alle critiche al Memorandum per la nuova via della seta dicendo che chi lo criticava non poteva sapere cosa questo veramente contenesse visto che era conosciuto da pochissime persone. E questo per un documento che dovrebbe essere firmato il 22 marzo!   

Oggi il Messaggero scrive che la "Lega vorrebbe conoscere il testo dell'intesa". La Lega è stata nel passato molto critica della Cina e si è battuta contro il suo riconoscimento come economia di mercato. E ironico il fatto che il sottosegretario Geraci sia in quota proprio alla Lega. Ma la realizzazione della Nuova via della seta implica la realizzazione di grosse infrastrutture logistiche e di trasporto, cosa che non è proprio nel DNA del M5S.

La seconda riguarda il fatto che la Nuova via della seta ha un forte carattere geo-politico. La Cina, legittimamente, la vede come una maniera di diventare il centro del commercio internazionale (una maniera di ridiventare il regno di mezzo, tra il cielo ed il resto del mondo?). Un aspetto curioso che conferma questo aspetto è che la Cina affermi di aver già sottoscritto intese con circa 150 stati, mentre i paesi occidentali parlano di solo circa 45 adesioni. Per di più, i lavori di infrastruttura finanziati dal governo cinese sono quasi sempre realizzati da imprese cinesi con personale cinese. In molti contratti la Cina ha insistito perché la giurisdizione su di questi fosse dei tribunali cinesi.

La terza riguarda le ricadute in termini di investimenti nel nostro paese. Noi faremmo evidentemente parte di questa iniziativa per il commercio marittimo. Questo dovrebbe/potrebbe comportare lo sviluppo dei porti di Trieste e Genova. Ma lo sviluppo di questi porti è nelle aspirazioni di tutti i governi italiani da decenni. E finora non si è riusciti a fare molto. Cosa porta a pensare che i cinesi sarebbero disposti a investire là dove né i privati, né lo stato italiano hanno finora voluto farlo ? Le difficoltà dei porti di Trieste e Genova dipendono certo dalla qualità delle loro infrastrutture portuali, ma dipendono molto dalla lentezza della nostra dogana, dalle pratiche sindacali e dalle infrastrutture di trasporto che collegano i porti al resto dell'Europa.

Oggi, molti spedizionieri mondiali preferiscono raggiungere la Baviera, la Svizzera e l'Austria via i porti di Rotterdam, Anversa e Amburgo piuttosto che via Genova o Trieste. Se i cinesi decidessero di convogliare le loro esportazioni via i nostri porti sarebbe sicuramente una bella notizia, ma la cosa presenterebbe un forte rischio e aggravio di costi per i cinesi. E poi che parte del trasporto delle importazioni europee dalla Cina è controllata dal governo cinese ?

La Cina ha finora avuto successo nello sviluppo della Nuova via della seta soprattutto con paesi che hanno forti difficoltà ad attrarre investimenti. La maggioranza dei paesi industrializzati ha un'abbondanza di capitali da investire. Se ha bisogno di nuove infrastrutture le può realizzare da sola. Non è un caso che l'Italia sarebbe il primo paese del G7 ad entrare a far parte della Nuova via della seta e che sia anche il paese economicamente più debole del gruppo. Firmare il Memorandum of Understanding potrebbe essere visto come un declassamento ufficioso del nostro paese.

La quarta osservazione riguarda le contropartite che la Cina si aspetterebbe da questi investimenti non giustificati dalla realtà del mercato. Qui sarebbe necessario conoscere il contenuto del Memorandum che dovrebbe essere firmato tra una decina di giorni. I nostri media parlano di impegni del nostro paese per favorire una politica europea più favorevole alla Cina. Molti giustificano il fatto che l'Italia proceda da sola in questo campo con l'incapacità dell'Unione europea di prendere posizioni comuni in materia di politica estera.  Ma da quando questo governo è in carica l'Italia è quasi sempre, il paese (spesso l'unico) che impedisce l'adozione di una posizione comune in materia di politica estera; gli esempi sono numerosi e vanno dal caso del Venezuela a quello appunto della Nuova via della seta.

I media parlano anche di possibili investimenti finanziari cinesi in alcune delle nostre grandi imprese e nei nostri titoli di stato. Anche qui la cosa lascia perplessi. Da molto tempo, gli analisti mettono in guardia contro il pericolo che si passi da un'invasione del "Made in China" ad una situazione di "Owned by China". La Germania ha appena proposto di rivedere la sua politica industriale per allinearsi sulle posizioni della Francia e di altri paesi e rendere più difficile l'acquisto di aziende nazionali da parte della Cina. E noi, se queste voci fossero confermate, saremmo parzialmente in controtendenza nonostante l'esistenza dei poteri speciali introdotti nel 2012 ("Golden power", decreto legge 21-2012).

Alla fine degli anni Novanta i governi svedesi hanno condotto una campagna per la riduzione del debito pubblico (che è stato ridotto del 15 per cento in valore assoluto in due anni) con lo slogan giustissimo "Chi è indebitato non è libero". Nei mesi passati questo governo aveva ventilato l'idea, sbagliatissima, di incoraggiare l'acquisto del nostro debito pubblico da parte dei residenti in Italia per ridurre la dipendenza dai mercati. Che senso avrebbe oggi far sì che una parte del nostro debito pubblico sia detenuta dal governo cinese? In che maniera questo rafforzerebbe la nostra sovranità?

La Cina è un grande paese in termini economici. Tra breve sarà la prima economia mondiale. E chiaro che si deve necessariamente avere buone relazioni commerciali con questo paese. Al tempo stesso la Cina è un paese fortemente nazionalista. L'opinione pubblica è molto più nazionalista dello stesso governo che in alcuni casi non ha avuto il coraggio di applicare accordi sulla sovranità di alcune isolette del mar della Cina per paura delle reazioni popolari. Federico Rampini, in uno dei suoi libri, parla degli eccellenti contatti che continua a tenere con i suoi ex-studenti dell'università di Berkeley. Scrive però che l'unica eccezione è rappresentata dagli studenti cinesi che una volta ritornati in patria sono catturati dal clima di nazionalismo che domina il paese.

Le tensioni tra Cina e Stati Uniti non sono dovute all'ossessione di Donald Trump con il disavanzo commerciale del suo paese con il regno di mezzo. Già ai tempi di Barack Obama le relazioni erano diventate molto tese. La Cina da alcuni anni si è lanciata in un programma di armamenti di grosse dimensioni.

L'eventuale firma del Memorandum of Understanding con la Cina non è certo un passo che possa essere assimilato ad una scelta di campo. Dopo tutto una ventina di paesi dell'Unione europea hanno già sottoscritto quote della Asian Infrastructure Investment Bank che è un po' il braccio operativo della Nuova via della seta. E gli Stati Uniti hanno oggi un presidente che francamente non ci piace. Le recenti prese di posizione del portavoce del National Security Council, Garrett Marquis, sembrano eccessive e non aiutano a prendere una posizione equilibrata.  

Ma dobbiamo essere chiari su quale sia il nostro interesse nazionale. Se si dovesse arrivare a dover fare scelte di campo tra Stati Uniti e Cina, non possiamo esitare: siamo e dobbiamo rimanere parte del mondo occidentale.

*direttore negli anni ’90 del dipartimento Budget della Commissione europea