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Un partito da Oscar

Da sola, la cultura non basta. Il Pd deve sfondare il muro della comprensione popolare per non restare ai margini.

di Ernesto Trotta |

Ho appena visto il film C’è tempo di Walter Veltroni, il suo primo film di finzione, scritto e diretto da lui medesimo. Film molto gradevole, denso di citazioni, insomma proprio veltroniano, come siamo abituati a conoscerlo.

E così il fondatore e primo Segretario del Partito Democratico esordisce anche nella realizzazione di film, dopo essersi cimentato con buon successo come romanziere e documentarista.

Anche il suo successore, Dario Franceschini, in seguito ottimo Ministro dei Beni Culturali, ha un’intensa attività letteraria e scrive apprezzati romanzi e racconti.

Il penultimo Segretario ed ex-premier Matteo Renzi, saggista e narratore di politica, ha già dato (convincente) prova di sé anche come divulgatore di storia e di storia dell’arte con le quattro puntate del documentario Firenze secondo me, un largo successo inatteso dai più.

L’ultimo Segretario, Nicola Zingaretti, in attesa di scoprire anch’egli particolari vocazioni artistiche, ha il privilegio di essere il fratello del più famoso attore televisivo italiano, che veste i panni del mitico commissario Salvo Montalbano.

Taccio del Segretario Bersani, che ha ormai portato in altri lidi la schiumeggiante fantasia delle sue metafore iperrealiste.

Insomma, la sinistra in Italia, e il PD in particolare, più che un Partito sembra un’Accademia, e questo dà la misura del suo successo, a volte, ma anche del suo insuccesso, più spesso.

Da quelle parti il tasso culturale è pregevole, è unito anche a notevoli capacità creative, cose che dovrebbero essere benedette, anzi indispensabili, in politica.

La concorrenza della destra sovranista e populista è d’altronde ad un livello incomparabilmente inferiore, roba da sagre di paese con relative gare di rutti …, che però hanno i loro estimatori, come si vede dai sondaggi.

Bisogna allora rivolgersi a tutti gli altri, che sono comunque tanti, anche se alcuni spesso hanno la puzza sotto il naso, o si ritengono troppo sofisticati, e tendono irrimediabilmente a perdersi in fuffa.

Difficile equilibrio! Usare l’intelletto in modo creativo, artistico, ma senza trascurare il linguaggio diretto, comprensibile, convincente, adatto a grandi platee di elettori.

D’altronde l’avanguardia è sempre stata per pochi, mentre la vera arte popolare raggiunge, se non tutti, molti. E spesso le avanguardie sono restate tali. Nella musica, nel cinema, nella letteratura.

È consolante sapere di avere dalla propria parte politica persone di elevato livello culturale, ma, se non si sfonda il muro della comprensione popolare, non si incide e si resta ai margini.

Sarebbe bello che tutte le notevoli energie culturali disponibili nell’area potessero convergere su un solo progetto di emancipazione del Paese, mettendosi al servizio del riformismo.

Abbiamo avuto dalla nostra parte Scola e Bertolucci, Pavese e Moravia, Guccini e De Gregori, Piano e Fuksas, Berio e Abbado (per citare solo qualcuno, così, a caso): possibile che non riusciamo a mettere insieme il meglio delle nostre intelligenze e lanciarle alla conquista del Paese?

Non può essere impossibile: si deve poter fare. È in gioco la realtà, quella vera, e non la sua rappresentazione.