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Combattere per un ideale

Libertà e democrazia si conquistano anche con il sacrificio umano. Lo insegna la storia. E anche la scelta di Lorenzo Orsetti.  

di Ernesto Trotta |

Non posso nascondermi che la vicenda umana di Lorenzo Orsetti, morto combattendo a fianco dell’esercito curdo contro Daesh, ha scatenato in me molti dubbi e imbarazzi.

Il suo è stato un gesto antico, risorgimentale, internazionalista (termine ormai desueto, forse da ripescare). I mazziniani, i garibaldini, le rivoluzioni americane, le brigate antifranchiste nella guerra di Spagna, …

La storia ci ha tramandato gesta di giovani (sempre giovani, è difficile fare certe cose da vecchi) impegnati in guerre non proprie, guerre anche lontane. Cosa li spingeva? Voglia di avventura, spirito libertario, sete di giustizia, baldanza giovanile, pura incoscienza dei rischi mortali? Forse tutto questo insieme.

Ma oggi, nel nostro moderno mondo occidentale, comodo e protetto, cosa spinge chi parte? Per alcuni la risposta è evidente: il fanatismo, molla perenne dell’utopia, abbaglio accecante che mortifica la propria dignità, in nome di ideali ritenuti tanto superiori al proprio stato da annichilirlo.

Sono i kamikaze islamici, i “foreign fighters” che si immolano per la jihad, nel nome di un dio che loro credono gradirà il supremo sacrificio. Il fanatismo è umana debolezza, è non sentirsi adeguati, è la paradossale necessità di autodistruggersi per dimostrare la propria esistenza ed utilità. È sempre esistito e sempre esisterà.

Ma gli altri? Orsetti non era un fanatico, almeno così non appare dai suoi scritti e dalle testimonianze di chi gli era vicino. Ciononostante, è partito convinto, ha fatto quello che desiderava fare, è morto facendo quello che desiderava fare. Senza rimpianti.

E quindi c’è ancora, in questo nostro tempo, chi lascia gli agi e il comfort di una vita tranquilla e va, sapendo bene che rischia la vita.

E lo fa non per professione, come farebbe un militare professionista, che ha scelto una volta per tutte, ha scelto come mestiere quello di combattere per il proprio Stato, accettandone ogni conseguenza; no, lo fa volontariamente, come una parentesi della propria vita, al servizio di un esercito sconosciuto, con commilitoni sconosciuti, in una terra sconosciuta.

Dicevo dell’imbarazzo, e devo dirlo con chiarezza.

Io non avrei fatto una scelta simile, neanche a vent’anni; non solo non ne avrei avuto il coraggio, ma mi sarebbe parsa esagerata, persino fuori luogo. Non avrei messo a repentaglio la mia unica e preziosa vita in modo così “spregiudicato”. Poi semmai uno muore attraversando la strada, in un momento qualsiasi. E nessuno, tranne i più prossimi, piangerà.

Però questo sacrificio umano, perché di questo si tratta, sull’altare di un ideale, è davvero duro da digerire, in quanto scelta fredda, lucida, senza stimoli immediati.

Perché se uno si trova in una particolare situazione di costrizione personale, vive in un regime dispotico e liberticida, si trova a contatto con la criminalità organizzata, si sente minacciato direttamente, credo che senta sulla sua pelle, giorno dopo giorno, la pressione, la spinta a ribellarsi, a reagire alla costrizione. E allora forse diventa più facile mettersi in gioco, per liberare sé stesso e chi sta intorno dal giogo della violenza.

È una REAZIONE, mentre quella di Lorenzo è stata un’AZIONE. E sono cose molto diverse.

Eppure, la libertà e la democrazia spesso hanno richiesto e continuano a richiedere sacrifici umani, la storia ce lo ricorda continuamente. Noi non ci pensiamo, fin quando non siamo toccati direttamente. Ed anche il quel caso, chi sa che reazione avremmo?

Ebbene, qualcuno ci pensa anche se non è toccato, e si comporta di conseguenza, mettendo tutti noi brutalmente di fronte al dubbio e all’imbarazzo. Chi sbaglia? Chi è nel giusto? La domanda ci interpella nell’intimo, la risposta è in ogni caso dolorosa.