Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Il web salvi se stesso

Controllati e manipolati ogni volta che navigano: per gli utenti è tempo di ribellarsi. E' tempo di chiedere, con urgenza, nuove regole. 

di Ernesto Trotta |

Sul tema della regolamentazione della rete ho già scritto un allarmato ed accorato appello qualche mese fa. Il tema è sempre più attuale, non voglio ripetermi.

È però notizia di qualche giorno fa che Mark Zuckerberg, uno dei massimi protagonisti della rete, o del Game, come la chiama Baricco, chiede aiuto ai governi ed alle istituzioni sovranazionali per creare un insieme di norme che regolamentino la sua gestione e forniscano garanzie contro abusi e violenze sui fruitori dei servizi (non solo Facebook, ovviamente). Non è una mossa di poco conto.

Il tema ormai è posto ed è ineludibile; credo che il mondo intero debba prendere coscienza che l’attuale situazione è insostenibile e mette perfino a repentaglio le fondamenta della convivenza civile nei nostri paesi. Non si può più rimandare, non si può fare spallucce né lasciare tutto ad un ipotetico naturale processo di maturazione (tutto si aggiusta …).

No, non si aggiusta nulla, perché il disordine vince sempre sull’ordine (è il terzo principio della termodinamica) e per combattere il disordine bisogna spendere energia. Non si scappa. E qui ce ne vuole tanta di energia, viste le dimensioni globali del fenomeno e degli interessi in gioco.

Il pubblico, gli utenti, giorno dopo giorno scoprono di essere controllati, tracciati, manipolati, condizionati, seguiti in ogni momento della vita e il rischio che si corre è che tutto questo provochi una forma di rigetto oppure, e non so cosa sia più grave, che si cada nell’indifferenza, si provochi assuefazione, che il tutto venga digerito come normale conseguenza della “modernità”.

Non è così. Stiamo precipitando verso una configurazione sociale che non riusciamo neanche a mettere bene a fuoco. Ci viene in mente Orwell (1984), ma forse è ancora peggio. Capiamo solo che essa limita fortemente la nostra indipendenza di giudizio, la nostra libertà, in definitiva condiziona pesantemente la nostra vita.

È urgente correre ai ripari, trovare le norme che permettano di godere dei grandi benefici connessi allo sviluppo della rete senza con questo creare una gabbia dalla quale sia impossibile fuggire.

Insomma, la rete non deve diventare una trappola. D’altronde, sempre nella storia lo sviluppo della tecnologia ha comportato nuove necessità di controllo, nuova consapevolezza dei rischi e nuovi strumenti di gestione.

Abbiamo creato un sistema di regole per la bioetica, per la ricerca batteriologica, per il nucleare, militare e civile, per non parlare dei più banali codici della strada o di regolamentazione degli spazi aerei e delle acque. Servono patenti per guidare, accrediti per pubblicare paper scientifici, ci sono agenzie che controllano. Non tutto funziona perfettamente, ma si può mettere un po’ d’ordine nel caos.

Si può fare: l’abbiamo già fatto, ne abbiamo i mezzi, tecnici ed intellettuali. Serve la coscienza della necessità e la volontà politica, che in questo momento scarseggiano, anche perché qualcuno pensa di trarre immediato profitto (e ne ha già tratto tanto) dalla confusione e dall’anarchia.

Bisogna non farsi scappare l’opportunità di lavorare CON i protagonisti, i più lungimiranti dei quali non possono non capire che è loro precipuo interesse impedire che le enormi potenzialità della rete vengano compromesse, rigettando un pubblico che potrebbe fuggire via per le conseguenze del caos oppure creando una massa di incoscienti assuefatti, non più in grado di dare valore ai servizi offerti.

Due ipotesi opposte ma possibili, compatibili, ed ugualmente catastrofiche.

Allora bisogna spingere questo processo, bisogna che la rete stessa, con le sue enormi potenzialità, crei un movimento che costringa i governi, l’ONU ad affrontare il problema ed avviarlo a soluzione.

Serve controllo, serve responsabilità delle imprese e delle persone, serve uscire dal comodo, pericolosissimo ed incivile anonimato, serve anche una normativa sul copyright.

Serve capire e far capire che la libertà di espressione non c’entra nulla, che la rete, i social, sono una gigantesca opportunità di relazione per e tra gli umani e che non devono diventare occasione di sopraffazione e sfruttamento, qualunque sia il mezzo utilizzato.

E allora bisogna regolamentare i big data, bisogna regolamentare gli accessi alla rete, bisogna rendere trasparenti i processi e gli account, bisogna impedire che una delle più importanti invenzioni nella storia dell’umanità si trasformi in una gigantesca fogna buia e maleodorante, nella quale crescono indisturbati veri e propri mostri. Bisogna gettare luce su ogni angolo del web.

Sarà difficile ma i mezzi non ci mancano, sarà graduale ma l’importante è partire, sarà imperfetto ma si perfezionerà via facendo.

Vorrei che la rete usasse tutta la sua sterminata potenza per avviare un gigantesco movimento di coscienze.

Con i miliardi di connessioni esistenti al mondo non dovrebbe essere difficile arrivare molto in fretta ad una massa critica tale da costringere davvero la politica globale a prendere i provvedimenti necessari e ormai non più rinviabili. Solleviamo il problema sui social, facciamoci sentire in ogni occasione, sollecitiamo opinioni, prese di posizione, non facciamo cadere la tensione. Ne va della qualità delle nostre vite e dei nostri sistemi democratici.

Coraggio, si può fare!