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Il lavoro che sarà

C'è un motivo se da oltre 100 anni si festeggia il primo maggio. 

di Ernesto Trotta |

In fisica, il lavoro è l'energia scambiata tra due sistemi attraverso l'azione di una forza, quando l'oggetto subisce uno spostamento (cfr. Wikipedia). Quindi, il lavoro è energia, deriva dall’applicazione di una forza e produce uno spostamento, cioè un cambiamento di posizione nello spazio.

Sarebbe però bizzarro pensare che il 1^ maggio si festeggi quel lavoro. Che lavoro si festeggia, dunque? Sempre Wikipedia ci ricorda che la festa esiste dalla fine dell’Ottocento, ed è collegata alla conquista delle otto ore lavorative ed ai sanguinosi tumulti (in particolare a Chicago) che seguirono alla richiesta di diffusione di tale rivoluzionaria (per i tempi) novità.

Il lavoro di cui si parlava allora era lavoro dipendente (in piena seconda rivoluzione industriale), quello delle fabbriche, esteso poi a quello bracciantile, contadino, quindi a quello artigiano, ai servizi, al terziario, via via fino ai giorni nostri. E proprio ai giorni nostri siamo costretti a chiederci: quale lavoro nel XXI secolo?

Parliamo della stessa cosa dopo oltre cent’anni? La festa è la stessa, ma l’oggetto pare evidentemente molto diverso. 

Nel frattempo, dall’Ottocento in avanti, abbiamo addirittura scritto Costituzioni fondate sul lavoro (l’Italia è “una Repubblica fondata sul lavoro” – art. 1 della nostra Costituzione). Qualcuno voleva che fosse scritto “lavoratori”, ma pareva troppo di sinistra e si scelse l’attività piuttosto che l’esecutore della stessa.

Ma ripeto: parliamo sempre della stessa cosa? Mi pare perfino banale rispondere di no.

No, perché il concetto di lavoro, oggi e per fortuna, si è molto allargato. Non solo più dipendente, che comunque spazia dal bracciante operaio al manager d’impresa o al grand commis, ma anche autonomo, dove autonomo significa tutta l’imprenditoria, dalla più piccola, artigiana, mercantile, alla più grande, globale. Per non parlare dei “nuovi” lavori, lavoretti, o estemporanee forme di attività.

E la finanza? Non lavorano forse i grandi finanzieri che di energia, forza e spostamento fanno grande uso sui mercati finanziari?

Insomma, chiunque contribuisce a mandare avanti la baracca della società umana lavora, applica energia, usa una qualche forza per mutare una condizione precedente.

I pensionati hanno lavorato e molti continuano a farlo nelle forme più disparate ed a volte fantasiose (supplendo alle carenze del Welfare, per esempio).

Quanto alle donne, lavorano normalmente più di tutti, dovendo coprire molti ruoli in un’organizzazione sociale largamente imperfetta (sono mogli, madri, oltre che parte di una qualche attività). Allora ci siamo dentro tutti! Tutti infatti festeggiamo il lavoro.

È un discorso molto scivoloso; sto affrontando un argomento delicatissimo, col rischio di dire banalità o forse anche bestialità. Ma amo il rischio e vado avanti.

So benissimo che non è tutto uguale, che ci sono i diritti del lavoro, le condizioni di lavoro, la sicurezza del lavoro, la normativa del lavoro, la creazione di lavoro.

Sono, queste, sacrosante rivendicazioni, che non abbisognerebbero di una festa dedicata, quanto piuttosto di una pratica quotidiana, della costante vigilanza dei lavoratori stessi, dei sindacati, degli organi dello Stato ed anche e soprattutto dei gestori delle attività economiche, perché la dignità dell’essere umano, lavoratore o meno, andrebbe sempre garantita e protetta contro ogni minaccia.

Io voglio però proporre una lettura diversa, che ci può essere utile anche per interpretare i fenomeni del XXI secolo.

La Festa del Lavoro come festa della società organizzata, come celebrazione del contributo che ognuno di noi dà agli altri componenti del consesso umano, come festa della creatività, dell’energia, dell’orgoglio di essere parte attiva di una società, qualsiasi cosa si faccia, purché in piena legalità.

Ne deriva anche la festa della competenza, dello studio, della conoscenza, della scienza, dell’abilità, tutte qualità che danno alle persone i mezzi per essere utili agli altri ed a se stessi.

Qualità, appunto: come si può separare il concetto di lavoro da quello di qualità, del lavoro e di ciò che il lavoro produce? E come si può prescindere dalla necessità di cultura, di formazione, di apprendimento continuo di quanto occorre a qualsiasi attività?

Credo che oggi e nel prossimo futuro dovremo abituarci sempre più a non disgiungere il concetto di lavoro da questi concetti, perché il lavoro bestiale dell’Ottocento non deve esistere più (anche se purtroppo esiste ancora, malgrado oltre un secolo di lotte).

Il lavoro come voglia di studiare, di imparare e di crescere, come orgoglio della conoscenza e dell’utilità sociale, e anche come generatore di profitto, perché l’energia cambia lo stato delle cose e crea valore aggiunto.

Il lavoro come diritto, perché nessuno può impedirti di lavorare, e come dovere, perché ognuno deve concorrere al progresso materiale o spirituale della società: lo dice l’art. 4 della Costituzione, troppo spesso frainteso nel senso che “qualcuno deve darti del lavoro”.

Questo sarà il lavoro nel XXI secolo: serve organizzarlo, serve organizzarsi, serve preparare le basi, culturali ed anche normative, soprattutto serve convincersi che lavoro significa “saper fare”.

E saper fare bene dà soddisfazione. La soddisfazione aiuta a crescere, intellettualmente e materialmente. La crescita ci fa vivere meglio.

Nulla di nuovo: nelle ultime migliaia di anni non abbiamo fatto altro, anche se tra errori e tragedie.

Dobbiamo imparare a farlo bene, sempre meglio. Sarebbe un ottimo lavoro, da festeggiare tutti gli anni.