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Interventi

Pd a fari spenti verso le europee

Un risultato mediocre verrebbe letto come una bocciatura della linea di Zingaretti. Sempre più tentato dall'alleanza con i 5stelle. Che potrebbe rivelarsi un errore letale. 

di Giorgio Cavagnaro |

Si fa un gran parlare in questi giorni del travaglio in corso tra gli elettori del Pd, in vista delle elezioni europee. Il web è in ebollizione, migliaia e migliaia di commenti riempiono Facebook e Twitter, fieramente divisi in due orientamenti: coloro che sostengono come unica cosa davvero importante il voto compatto per quello che il segretario Zingaretti ha definito il “Nuovo Pd”, in quanto estremo baluardo rimasto a difendere il paese dallo strapotere della Lega e dalla destra europea. E quelli che, definendosi per lo più “renziani”, proprio non ce la fanno a supportare quella che chiamano “la Ditta”, cioè la porzione di partito che, alla chetichella e dopo una guerra aspra, neanche tanto sotterranea, è riuscita a riprendersi l’egemonia interna. Tramite, sia chiaro, primarie più che legittimamente vinte in nome di un ecumenismo unitario che, complice anche l’assenza dalla competizione di Matteo Renzi, ha convinto un’ampia maggioranza di partecipanti alle votazioni.

Detto che le divisioni, a sinistra, sono e restano per mille ragioni il pane quotidiano, il momento si profila particolarmente delicato. La contesa del 26 maggio riguarda la composizione del parlamento continentale, è vero. Ma dai sondaggi e dall’atmosfera che si respira alla vigilia delle elezioni, tutto lascia credere che il risultato del Partito Democratico si attesterà su cifre intorno al 20%, più o meno. Valori che, se confermati in concreto, non appaiono particolarmente significativi per l’esito globale della competizione, soprattutto se letti insieme al risultato dell’altra formazione dichiaratamente europeista italiana, cioè +Europa. Una formazione di ispirazione liberaldemocratica che raccoglie molti esponenti ex radicali, tra cui Emma Bonino. Se +Europa raggiungesse il quorum del 4%, il meccanismo delle elezioni porterebbe addirittura in parlamento più senatori antisovranisti di un Pd al 22%.

Ed ecco che emerge il significato, nascosto ma non troppo, che le elezioni europee rivestiranno ad uso politico prettamente interno. Un risultato non eclatante del Pd suonerebbe in modo abbastanza chiaro come una bocciatura della linea che il segretario Zingaretti, al di là dei propositi ecumenici, sta portando avanti a fari spenti: dal momento che un Pd intorno al 20% è palesemente inservibile, nell’ottica di battere la coalizione sovranista Lega-5stelle, il segretario e il gruppo dirigente, costretto a scegliersi un alleato, sta mandando segnali di dialogo proprio ai 5stelle, visti come una forza che contiene, nel bizzarro coacervo di orientamenti che la costituisce, valori “affini” alla sinistra.

Questo sarebbe, a mio avviso, un errore madornale, addirittura letale per il Pd. L’eventuale avvicinamento ai populisti di Grillo, Casaleggio e Di Maio, oltre a costituire un drammatico abbaglio politico, aprirebbe la strada alla destra salviniana in modo forse irreversibile, decretando nel contempo la fine dello storico punto di riferimento della sinistra moderata.

D’altra parte, questo scenario è forse l’unico che, a medio termine, potrebbe favorire la nascita di quella formazione che da tempo gli opinionisti politici chiamano “il partito che non c’è”: quel polo liberaldemocratico che l’Italia, stretta nella morsa delle eredità postfasciste e postcomuniste non è mai riuscito a sviluppare in modo convincente. E in questo caso, la contropartita del caos attuale avrebbe un segno finalmente positivo.