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Le sfide dell'Europa post voto

Dalle elezioni esce un continente sempre più diviso, in politica come in economia. Ma anche più isolato e meno competitivo. 

di Amundi |

I risultati delle elezioni europee sono sostanzialmente in linea con quanto indicato dai sondaggi, anche se con una leggera sorpresa “Pro-istituzione". In primis, si è assistito ad un calo dei voti per i due grandi gruppi politici, i socialdemocratici e i cristiano-democratici o destra moderata; questi due partiti detenevano, dal 1979, la maggioranza congiunta al Parlamento europeo, ma ora non è più così. In secondo luogo, vi è stato un aumento di altre cosiddette forze "tradizionali", i Centro Liberali, favorevoli al mercato, compreso il partito del Presidente francese Macron e, ancor più in particolare, i Verdi. Insieme, tutte queste forze pro-istituzionali e filoeuropee detengono circa il 67% dei parlamentari contro il 70% prima delle elezioni.

Infine, l’ultima considerazione riguarda i partiti di estrema destra (o euroscettici di destra) che vedono aumentare la propria quota da circa il 20% al 25%, con casi importanti in Francia, dove il fronte nazionale di estrema destra viene prima del partito del Presidente, e l'Italia. Tuttavia, i partiti di estrema destra hanno ottenuto un po’ di meno delle aspettative in altri paesi chiave come Germania e Paesi Bassi, mentre il partito di estrema sinistra ha visto diminuire la propria quota dal 10% al 7%.

Nel complesso, anche se la quota totale dell’insieme dei partiti radicali e dei partiti euroscettici aumenta dal 30% al 32%, non ci troviamo di fronte ad uno tsunami che avrebbe potuto rappresentare uno shock per le istituzioni.

Sarà un po' più difficile rispetto al passato, per i due partiti storici tradizionali costruire la maggioranza attraverso una coalizione con il Centro Liberale o con i Verdi, anche se comunque possibile. I partiti radicali avranno un po' più di potere, specialmente attraverso le commissioni parlamentari, e potrebbero tentare di proporre emendamenti ma non dovrebbero essere in grado di bloccare la legislazione chiave se non su argomenti su cui le forze di maggioranza potrebbero essere molto divise.

Infine, l'aumento del tasso di partecipazione al voto è stato notevole. L’affluenza alle elezioni europee è stata storicamente bassa, e in calo, ma questa volta si è passati dal 43% a circa il 50%, il che dimostra un crescente interesse per le questioni europee.

L’economia europea è molto migliorata a partire dal 2013. Nonostante le forti delusioni del 2018, le stime del primo trimestre 2019 hanno mostrato che i timori di una recessione diffusa erano probabilmente eccessivi - soprattutto in Germania - e che sebbene il settore manifatturiero sia sotto stress, fino ad ora non ha contagiato il resto dell’economia. La domanda interna infatti rimane solida. Ciononostante, l'Europa rimane vulnerabile per tre motivi:

1) Dal punto di vista economico la crisi ha diviso l’Eurozona in due: metà in piena occupazione e l’altra metà con un percorso di crescita appena avviato e livelli di disoccupazione ancora elevati. Questa spaccatura rischia di tornare alla ribalta se la situazione dovesse continuare a peggiorare.

2) Sul fronte politico, i leader e le popolazioni dell’Eurozona sono molto più distanti tra loro di quanto non fossero alcuni anni fa. Nel sud Europa, in particolare, è diffusa la convinzione che sia stata imposta un’austerità eccessiva, mentre nell’Europa del nord c’è il timore che le riforme possano mettere a rischio i risparmi.

3) Da un punto di vista internazionale, il mondo è diventato multipolare e diviso. Durante la crisi del debito sovrano i nostri principali partner (USA e Regno Unito) hanno aiutato gli europei a salvare l’euro. La leadership di questi paesi nel frattempo è cambiata e nessuno sa come reagiranno alla prossima crisi. Inoltre l’Europa appare sempre più indietro rispetto a Stati Uniti e Cina sul fronte delle nuove tecnologie e questo ha importanti implicazioni geopolitiche. Gli europei dovranno quindi trovare un modo per superare le loro divergenze e rafforzare l'Europa (in termini di sicurezza e difesa comune, architettura economica e finanziaria dell'Eurozona). Infine, per quanto riguarda il commercio, dovranno trovare il modo di avere una visione comune.

Le elezioni europee si sono svolte in un contesto di moderata crescita economica. Le politiche fiscali espansive sono complessivamente già in atto. Le richieste di maggiori incentivi fiscali riflettono il sentiment secondo cui l'Europa ha bisogno di ulteriore supporto in un momento in cui gli strumenti di politica monetaria sono più limitati. Le politiche fiscali più espansive si traducono in un aumento del deficit fiscale e in un peggioramento del rapporto debito / PIL, che non è favorevole ai mercati obbligazionari nel lungo periodo. Nel breve termine, le implicazioni per i mercati del reddito fisso potrebbero essere abbastanza diverse nell’area, a seconda della situazione dei diversi paesi. La Germania ha ovviamente più spazio di manovra rispetto all'Italia, ad esempio, e i paesi più indebitati sono esposti a tensioni sui tassi di interesse. Il proseguimento di questo trend potrebbe rafforzare le aspettative di inflazione, ma significherebbe anche un’ulteriore frammentazione all’interno dell’area.