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Cosa ci ricorda il D-Day

75 anni fa in Normandia si costruiva un futuro di pace e prosperità per l'Europa. Che oggi qualcuno vorrebbe mettere a repentaglio. 

di Ernesto Trotta |

Sono 75 anni e sembra ieri.

Io non ero ancora al mondo, e come me la maggior parte di noi, eppure l’evocazione di quei giorni è troppo forte per relegarla tra i tanti eventi storici del passato.

Quasi nessun testimone vivente ormai, e tutto un mondo, proprio tutto, che a quei momenti deve la sua esistenza. Tutta la sua vita, la sua civiltà, il suo sviluppo, le sue crisi, i suoi peccati, le sue gioie.

Oggi i luoghi dello sbarco in Normandia (6 giugno 1944) sono allegramente straboccanti di migliaia e migliaia di figli, nipoti, pronipoti, molti assurdamente mascherati con divise e moschetti d’epoca, rombanti a bordo di vecchie Jeep o carri, o blindati, o moto, bici ed ogni altro mezzo d’epoca che sia possibile rimettere in strada.

Li vedo scorrazzare ovunque, con famiglie al seguito, opulenti e caciaroni come solo gli americani sanno essere; assembrarsi intorno ai pochissimi reduci veri (poche unità), che ovviamente si perdono nella marea sciamante delle tante migliaia di figuranti moderni.

Ci saranno cerimonie, discorsi, bandiere, inni, lacrime, abbracci e commozione: i potenti della terra, Donald Trump in testa, in favore di telecamera, pronti all’intervista ed alla recita delle parole che un oscuro ghost writer avrà preparato con solerzia. Poi un aereo e via, i potenti e anche i non potenti, quelli che erano lì solo perché un nonno, un padre, un vecchio zio, un amico di famiglia in quel piovoso giugno del ’44 si lanciarono con un paracadute da un aliante o si rovesciarono sulle spiagge dai barconi, sotto il fuoco della contraerea o delle mitragliatrici naziste.

Obbedivano agli ordini dei potenti del tempo, si buttavano e basta, correvano avanti e basta, morivano e basta.

E senza saperlo hanno costruito tutto il nostro tempo.

Ho la sensazione, anzi la paura, che quelli di oggi celebrino la grandiosità dell’operazione militare, la complessità dell’organizzazione, il dispiego dei mezzi tecnici, l’enormità delle vittime militari e civili (e ce n’è tanto che basterebbe già).

Ma quanti riconoscono e celebrano una curva della storia che ha evitato al mondo un destino nefasto di dittatura, totalitarismo, sopraffazione, dominio di pochi su tanti?

Quanti di quegli opulenti americani sanno che salvare l’Europa dal nazifascismo ha significato la salvezza della più alta civiltà espressa dal genere umano?

Chi ha salvato il soldato Ryan sa che ha salvato anche secoli di cultura, di creatività, di civiltà, di modi di vivere? O pensa che sia solo stata una brillante operazione militare?

Trump, è questo che pensa? E i suoi fieri seguaci, “America First”, “America Great Again”, o i nuovi reazionari francesi, italiani, tedeschi, lo sanno che cosa stava rischiando il mondo?

Mi pongo queste domande non per retorica, ma perché quello che ho intorno mi fa sorgere dubbi profondi su quanto sia rimasto dello spirito che ha sconfitto la barbarie nazifascista e ha propiziato 75 anni di progresso e di pace. Almeno in Europa, quell’Europa che oggi va di moda svillaneggiare, come fosse un’inutile associazione di zitelle petulanti e un po’ stolide.

Quell’Europa che unita fa paura e che molti vorrebbero di nuovo frazionata e litigiosa, senza sapere che su quelle spiagge, oggi invase dai bimbi coi loro padri o nonni mascherati da soldati, si costruiva un futuro di pace, che sarebbe solido e duraturo, se l’ignoranza e l’incoscienza di tanti non mettessero di nuovo a repentaglio quelle preziose conquiste.

Qui sventolano stelle e strisce e tricolori francesi, union jack e foglie d’acero canadesi. Manca il nostro tricolore …, ma noi eravamo dalla parte sbagliata. Non dimentichiamolo mai.

Dopo 75 anni, le scogliere da scalare non sono ancora finite.