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Riforme per governare / Istituzioni

Il miglior modo per guadagnare consensi è parlare di proposte concrete. A partire dalle regole del gioco, ossia la revisione della Costituzione.

di Ernesto Trotta |

Qualche giorno fa ho provato a mettere in fila un elenco di cose da fare per un ipotetico programma di una ipotetica forza di centrosinistra, ipoteticamente alternativa al purtroppo realissimo e dannosissimo governo verdegiallo.

Titoli o poco più: capisco che non basta e che bisogna provare ad andare oltre, a mettere in tavola qualche dettaglio in più, ovvero possibili provvedimenti (contenuti programmatici, avrebbero detto in altri tempi), ovviamente tutti da discutere, ammesso che ci sia qualcuno che ha ancora la voglia di farlo, invece di baloccarsi con una specie di Risiko inutile e dannoso sulle possibili formazioni, su ipotetiche alleanze e sulle divise da indossare.

Un centro che guarda a destra, una destra che guarda al centro, un centro che guarda al centro, ma anche un poco a sinistra, con una sinistra che guarda al centro ma non disdegna guardare anche a sinistra, dove c’è una sinistra che non guarda da nessuna parte, se non il proprio splendido ombelico. Basta.

Servono idee concrete, da discutere finché si vuole, ma da concordare e definire. Altrimenti continuiamo anche noi nella contemplazione del nostro ombelico, certamente non attraente come quello impareggiabile di un Fratoianni.

Primo punto: le riforme istituzionali.

È il primo punto, non il secondo o il terzo. Senza regole del gioco, che siano ragionevoli e ben studiate, il gioco è brutto, inefficace, persino pericoloso, chiunque lo giochi.

E quindi non si può a mio parere prescindere dal riproporre interventi sulla Costituzione, che in molti aspetti mostra tutti gli anni che ha. Bisogna riproporre il monocameralismo, una sola Camera che dà la fiducia al Governo, con una seconda Camera da definire (sindaci, governatori, consiglieri, maggiorenti), ma comunque strettamente legata alle autonomie regionali e territoriali.

Così come non si può prescindere dalla revisione del Titolo V della parte II sull

e attribuzioni Stato-Regioni: non è ammissibile che ogni Regione cerchi un fai-da-te istituzionale come sta accadendo per Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna (e forse Piemonte). Lo Stato centrale deve poter avere voce in capitolo e potere decisionale su argomenti come la sanità, l’istruzione, la formazione, le infrastrutture nevralgiche. Non sono novità: sono decenni che la sinistra si riempie la bocca di queste proposte, ma al momento opportuno si squaglia come un sorbetto al sole.

In conseguenza all’assetto istituzionale, bisogna rivedere ancora una volta la legge elettorale, in senso maggioritario, dando al partito (o alla coalizione, se proprio si vuole) vincente i voti per governare.

Insomma, bisogna che ce ne facciamo una ragione una volta per tutte: una democrazia debole, consociativa, non decidente, è un disastro per il Paese; dalle elezioni DEVE uscire una maggioranza, che DEVE poter realizzare il suo programma, assumendosene tutte le responsabilità.

Anche se il risultato non ci piace…

Sta a noi, alle forze politiche di governo (e non alle pure forme di testimonianza), riuscire ad interpretare lo spirito maggioritario dell’elettorato e dargli voce con opportuni programmi.

Se non ne siamo capaci, inutile prendersela con il “destino cinico e baro”, la colpa è di chi non capisce che deve parlare a venti milioni di italiani e non a otto, che bisogna tenere dentro una vera maggioranza di interessi e non solo un pezzo per quanto presunto nobile.

La vocazione maggioritaria non può e non deve essere mandata in soffitta tra i ricordi del passato: è quanto mai utile e moderna. Pare, dico pare, che lo stiano capendo anche nella segreteria del PD.

Le scorciatoie proporzionalistiche, semi-proporzionalistiche, semi-maggioritarie, sono molto più pericolose della via diretta: ne abbiamo la prova lampante con il governo verdegiallo, miscuglio immangiabile di due forze che hanno preso voti dicendo di essere alternative, raccontando incredibili balle spaziali, e poi invece si sono trovate d’amore e d’accordo nel dare vita al peggiore governo della storia patria.

L’ideale, non ho remore a dichiararlo, sarebbe replicare il sistema francese, che ad oggi pare quello che meglio garantisca rappresentatività, governabilità e tenuta repubblicana (Le Pen può arrivare anche a prendere più del 30%, ma non il 51% in un ballottaggio!).

Non è detto che si debba fare una sola riforma, si può procedere anche per gradi, partendo dal monocameralismo. Meglio comunque se si riesce ad aggregare maggioranze larghe in Parlamento, altrimenti bisognerà battere ancora la strada del referendum, nella speranza che tutti capiscano che esso non deve essere utilizzato in modo improprio, come fu quello del 2016, servito per abbattere lo scomodo Matteo Renzi, ma per far davvero comprendere ai cittadini a posta in palio (tutti nel 1946 avevano ben chiara la differenza tra Repubblica e Monarchia, almeno nei suoi aspetti determinanti!).

Secondo punto: l’ambiente, ma ne vorrei parlare nella prossima puntata…

PS: so benissimo di essere molto didascalico, ma trovo davvero che, se non decidiamo di parlare SOLO più di contenuti e di programmi, verremo sotterrati dalla propaganda salviniana e dal nulla pentastellato.