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Riforme per governare / Migrazioni

Vanno affrontate in modo strutturale e omogeneo in tutta Europa. Dando la priorità all'integrazione. 

di Ernesto Trotta |

Primo punto da mettere in chiaro: le migrazioni NON sono un’emergenza, NON sono un problema contingente dovuto a chissà cosa, anche se il cambiamento climatico, la desertificazione, il consumo incontrollato di suolo, le guerre, certamente le favoriscono.

Le migrazioni esistono da che esiste la specie umana, hanno costituito la molla del suo sviluppo, sono fondamentalmente INARRESTABILI, come inarrestabile è la voglia degli esseri umani di vivere meglio, con meno fatica fisica, con più comodità, con più tempo libero dal lavoro, con più opportunità di migliorarsi. Se siamo arrivati fin qui dopo migliaia e migliaia d’anni di evoluzione, lo dobbiamo a questa inquietudine, che ci spinge a metterci in strada verso un futuro supposto migliore.

Ciò detto, non significa stare a guardare le masse in movimento e subire passivamente, oppure alzare i famosi muri per difendersi. Come tutte le cose umane le migrazioni vanno gestite con competenza e intelligenza. E in modo strutturale, non episodico.

Tutti i Paesi più sviluppati devono attrezzarsi per accogliere tanti migranti quanti sono in grado di integrare nella propria società.

È l’integrazione l’idea guida. L’accoglienza tout court non basta. Mette a posto qualche coscienza, ma un corretto equilibrio sociale richiede molto di più. Non si possono accogliere migranti senza limiti e poi lasciarli in condizioni di abbandono, indigenza, preda della criminalità più o meno organizzata. Non c’è nulla di umanitario e caritatevole in questo. Anzi.

Dichiaro subito dove voglio andare a parare: in Danimarca.

In quel felice Paese (dico così perché fior di classifiche lo definiscono tale) la sinistra ha tolto con successo alla destra populista l’argomento dei migranti, semplicemente proponendo organizzazione, buon senso, investimenti opportuni, rigore nella legalità. Laddove la destra risponde ingigantendo il problema, spaventando la gente, rivendicando presunte superiorità identitarie e alzando barriere, la sinistra risponde con la ragione, l’organizzazione, la difesa della dignità umana, l’integrazione e l’emancipazione.

Inutile illudersi di affrontare il problema senza porsi dei limiti di accoglienza. La Danimarca ha 6 milioni di abitanti, noi 60; vuol dire che accoglieremo dieci volte di più, non cento o mille. E lo stesso vale per tutti gli altri Paesi. Il metro è la capacità di integrazione, che a sua volta è proporzionale agli investimenti destinabili all’assistenza ed alle possibilità lavorative disponibili.

È evidente che tutta l’Europa civile deve omogeneizzare le politiche di accoglienza ed integrazione, è evidente che il Trattato di Dublino va rivisto, è evidente che i Paesi più esposti come il nostro devono ricevere collaborazione da quelli meno esposti, è evidente che chi si rifiuta deve in qualche modo pagare (monetariamente, non solo moralmente) la sua scelta.

Come è evidente che i naufraghi vanno sempre soccorsi, accolti, assistiti e non usati come arma di ricatto verso il resto del mondo e che i rapporti con le ONG vanno regolamentati in modo da rendere oggettivi diritto e modalità di operare e non soggetti alle ubbie del ministro di turno.

Tutto ciò è talmente evidente che non lo si fa: Salvini continua a fare il bullo, speculando cinicamente sugli istinti più bassi del suo elettorato, come fanno i suoi amici di Visegrad, ma purtroppo c’è una tentazione diffusa ad aggiustarsi a scapito dei vicini, facendo a gara a chi è più furbo. Qui l’unica furbizia possibile, e necessaria, è prendere atto che dovremo fronteggiare questo problema ancora per decenni e che quindi bisogna collaborare, condividere, diluire, fluidificare i flussi, una volta che esistano regole certe per gestirli e controllarli.

E poi bisogna investire: qui in Europa, in accoglienza, assistenza, integrazione, abitazioni, istruzione, formazione professionale, e lì in Africa, da dove partono in massima parte le migrazioni, in infrastrutture, edilizia, agricoltura, trasformazione delle materie prime di cui quei Paesi dispongono in abbondanza. È fondamentale elevare il valore aggiunto delle esportazioni per permettere un’emancipazione in tempi ragionevoli. L’Italia è già il maggior investitore nell’Africa orientale, non partiamo da zero. È l’Europa che deve costituirsi come soggetto verso le altre grandi potenze continentali.

L’Africa è la chiave del futuro prossimo del mondo intero: può essere una seria minaccia agli equilibri globali, una bomba demografica, ma può anche costituire una enorme opportunità di investimento e sviluppo per le economie occidentali (la Cina lo fa da anni). Sono processi lunghi, ma danno frutti positivi per tutti (win-win): per chi investe e per chi vive lì, e ha bisogno di opportunità di lavoro, di sviluppo e di emancipazione, che limitino le cause di emigrazione.

Nei secoli scorsi tutto il mondo occidentale ha selvaggiamente sfruttato quell’area: è ora che lo stesso Occidente ripari i danni con raziocinio e lungimiranza, impegnandosi per garantire la pace, che in quelle zone è sempre molto precaria, soggette come sono a pesanti condizionamenti economici, a dittature, a malgoverno, a lotte tra fazioni tribali contrapposte.

In questo ambito, e soprattutto nei Paesi più soggetti al fenomeno migratorio (come la Libia, paese in guerra, che ci ricatta con i suoi campi lager, e i Paesi confinanti), c’è solo l’ONU che può intervenire senza creare squilibri geopolitici. Bisogna proporlo con forza, pretenderlo, come Italia e come Europa.

Dobbiamo cercare di essere protagonisti e non metterci all’ombra di qualcun altro. Ci manca solo la volontà politica, che non è poco, ma competenze, capacità, risorse umane e finanziarie ce ne sono in abbondanza, e debbono essere usate con intelligenza per un fine comune piuttosto che per massimizzare il tornaconto nazionale.

Purtroppo, questo sciagurato Governo non possiede, per questo e per altro, né la professionalità né la lungimiranza necessarie.

La sinistra allora deve mostrare capacità propositiva, offrendo soluzioni sistemiche e non contingenti, non deve continuare a spaccarsi e litigare sui singoli casi facendo il gioco delle destre, deve uscire dalle ambiguità, se non vuole regalare ad una destra spregiudicata e sommaria una prateria da percorrere. Resto convinto che la maggioranza dei cittadini (italiani ma non solo) non vuole muri né segregazione né respingimenti selvaggi. Vuole solo una gestione ragionevole delle città, delle periferie, dei territori in generale, non vuole vedere degrado, abbandono, illegalità manifesta e diffusa, trascuratezza. Come dargli torto?

Non è razzismo, non è difesa di un’ipotetica identità culturale, è solo difesa del proprio spazio privato, delle proprie abitudini di vita, della propria sicurezza.

Ma di questo parliamo nella prossima puntata …