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Interventi

Riforme per governare / Lavoro e formazione

Abbiamo i giovani meno istruiti del mondo e con il maggior tasso di disoccupazione. Non ha senso drenare risorse dalla scuola.

di Ernesto Trotta |

Formazione e Lavoro: come Castore e Polluce, Mazzola e Rivera, Borace e Gesso (chi si ricorda di Zabriskie Point?): guai a separarli!

Dovremmo avere ormai ben chiaro che oggi il lavoro non è più lavoro e basta, o il famoso “lavoretto”, di cui si lamentava anche la Madonna-Troisi in un memorabile sketch (L’Annunciazione) di quarant’anni fa.

Esiste lavoro vero solo se accompagnato da “saper fare”, da competenze specifiche, da conoscenze, più o meno specialistiche, ma consistenti.

Il lavoro, il “lavoretto” purché sia, esiste e resiste, figuriamoci, però è e deve restare roba per chi temporaneamente può accettare il precariato, in vista o in attesa di qualcosa di meglio.

Continuare a lamentarsi della carenza di lavoro (giovanile, ma non solo) senza porsi il problema della formazione necessaria è una sciocca ed inutile giaculatoria, buona solo per le piazze finte dei talk-show, e forse neanche per quelle.

Abbiamo la classe giovanile più ignorante del mondo sviluppato (in media, perché le eccellenze non mancano, per fortuna) ed è anche quella che ha meno lavoro. Ma guarda caso …!

E formazione non significa un generico diploma o una generica laurea, stiracchiata dopo anni di fuori corso; significa apprendere conoscenze che servono, che aggiungono valore, che danno contributo allo sviluppo della società. Il mondo è diventato troppo complicato, troppo tecnologico, troppo mutevole e dinamico per parlare solo di “lavoro”, genericamente.

E poi la formazione non finisce mai, non si impara più un mestiere (che sia il falegname o l’astrofisico) per sempre; il lavoro per la vita, quello di trenta o quaranta anni fa, non esiste più e non tornerà mai più: facciamocene una ragione e pensiamo al futuro.

Per raggiungere la piena (o quasi) occupazione servono progetti e risorse adeguate a realizzarli. I soldi sono un problema minore. Siano case, strade, fabbriche, negozi, professioni, mestieri, agricoltura e servizi, gli investimenti da soli non bastano, senza un adeguato investimento in formazione. Quindi togliere soldi alla scuola, alle scuole, come hanno fatto quasi tutti i governi degli ultimi anni tranne uno, è da pazzi criminali, da autolesionisti senza cervello.

Lo Stato deve creare le condizioni per favorire lo sviluppo attraverso la formazione e gli investimenti, deve mettere soldi per creare e mantenere un sistema formativo che accompagni i cittadini per tutta la vita, mica solo fino alla laurea. Il sistema scolastico è un punto nevralgico per lo sviluppo del Paese: chi ci lavora, ad ogni livello, dovrebbe tenerlo sempre bene in mente. Gli insegnanti non sono impiegati di concetto, sono artefici dell’educazione dei cittadini. Se pensano di fare un lavoro poco faticoso, che lascia tempo libero, sbagliano di grosso. Vanno pagati il giusto, evidentemente, ma non considerare la scuola come un organismo complesso ed altamente specializzato è deleterio per tutti, altro che presidi sceriffi. Solo aumentando in continuazione il nostro patrimonio di conoscenze potremo difendere ed accrescere l’occupazione.

Un’azienda, pubblica o privata che sia, un’impresa, non sta sul mercato per grazia ricevuta. Nel mondo globalizzato sopravvive solo se, tutti insieme, imprenditori, manager e dipendenti, sanno offrire prodotti e servizi eccellenti, e per farlo serve studiare, migliorarsi, sempre, imprenditori, manager, dipendenti tutti.

Il famoso conflitto tra capitale e lavoro va profondamente ripensato: io non ho gli strumenti teorici necessari, ma lo sento a pelle, e per esperienza trascorsa, che un’impresa è un tutt’uno con quelli che in qualche modo ne sono coinvolti (i cosiddetti stakeholders). O sono bravi tutti o vanno tutti fuori mercato e buonanotte al lavoro. Hai voglia a sostenere surrettiziamente un’impresa inadeguata! Non c’è cassa integrazione che tenga.

Il sindacato dovrebbe farsi paladino di questa presa di coscienza: dovrebbe difendere i lavoratori dando loro strumenti cognitivi adeguati, piuttosto che difendere posti di lavoro indifendibili dagli attacchi di una concorrenza sempre più aggressiva. E lo Stato garantisca che la concorrenza sia corretta, sia sul piano interno (evasione fiscale e contributiva), sia su quello internazionale, europeo ed extra europeo.

Noi Paesi del vecchio mondo occidentale, se vogliamo conservare le conquiste di decenni di welfare, non abbiamo altre possibilità che elevare il valore aggiunto di quello che facciamo. Non possiamo permetterci di vivacchiare con “lavoretti” estemporanei, coi forestali siciliani o calabresi, né tanto meno con i redditi di cittadinanza. L’assistenza va bene, a chi ne ha davvero bisogno, ma formazione e strumenti per chi può dare un contributo a sé stesso ed agli altri.

È un interesse comune, deve essere una lotta di tutti (oltre quarant’anni fa, dopo l’autunno caldo, si parlò di “alleanza tra i produttori”), senza illudersi di poter svicolare con espedienti furbeschi e di corto respiro.

Insomma, per lavorare bisogna saper fare: non è compilare un modulo o aspettare la manna dal cielo. Costa fatica, certo, e se non è più la fatica fisica, che sta passando progressivamente ai robot, è la fatica di apprendere. Una cosa peraltro molto più umana e gratificante, non certo una maledizione biblica…