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Riforme per governare / Legalità

La sinistra riformista deve investire in coesione sociale e spingere su una politica redistributiva più equa. 

di Ernesto Trotta |

In tanti si sforzano per dirci che il mondo non è MAI stato migliore di oggi: vita media allungata, dovunque e di tanto, centinaia e centinaia di milioni di persone uscite dalla povertà più estrema e diventate ceto medio, istruzione di base molto estesa, malattie epidemiche sotto controllo, fame ridotta in modo drastico quasi ovunque, tante guerre sì, ma tutte locali, e lontane dai continenti più sviluppati, perfino i reati in netta diminuzione.

Si potrebbe andare ancora avanti a lungo, la letteratura in proposito è vastissima e supportata da inoppugnabili dati numerici, ma è del tutto inutile.

La percezione generale NON è questa. In tutto il mondo occidentale, un gran numero, forse perfino la maggioranza, di persone ritiene di essere sull’orlo del baratro, sotto minacce terribili e incontrastabili, senza alcuna prospettiva per cui valga la pena confidare nel futuro. Ma cosa diavolo è successo? Cosa sta succedendo?

Se non lo capiamo e non adottiamo le opportune contromisure il mondo corre davvero il rischio di collassare per mancanza di fiducia ed ottimismo, corroso dal didentro.

Per carità, i problemi non mancano, problemi tosti come quello ambientale, le migrazioni, i postumi della crisi, ma nulla, ripeto nulla, che non abbiamo i mezzi per affrontare e risolvere.

Il fatto è che l’Occidente per secoli si è convinto di essere il dominus del mondo, un miliardo scarso di persone che viveva infischiandosene allegramente degli altri quattro, cinque miliardi di individui, poveri e ininfluenti, per giunta sfruttati, che stavano chissà dove e di cui sapevamo poco (o almeno facevamo finta).

Adesso non è più così: inutile ritirare fuori i motivi, che sono straconosciuti (globalizzazione, comunicazione, mobilità, tecnologie, social, davvero il villaggio globale). Tutto pare che accada nello stesso momento e nello stesso posto, tutto davanti ai nostri occhi, tutto squadernato in modo spietato e spesso osceno, con quattro, cinque, forse sei miliardi di persone che tutte pretendono la ribalta, tutte vogliono lo stesso benessere, tutte vogliono partecipare al “bengodi” che vedono su qualsiasi televisore o telefonino.

E che c’è di male in tutto questo? Pensavamo di essere gli unici privilegiati per sempre? Probabilmente sì, ce ne eravamo convinti, e per questo adesso ci sentiamo minacciati nel nostro benessere, nella nostra persona, nei nostri beni, nel nostro futuro.

E improvvisamente abbiamo paura. Paura di perdere quel poco che credevamo di avere, quelle certezze attorno alle quali avevamo costruito le speranze nostre, dei nostri figli, nipoti, …

Tutto ci fa paura, l’alieno, il diverso, e tutto sembra andare malissimo, a rotoli, verso un baratro che ci attende inesorabile.

La crisi economica di 10 anni fa, una crisi vera, pesante, peggio del ’29, dicono, ma stavolta forse combattuta un po’ meglio, ha messo la ciliegina sulla torta: viviamo proprio in un mondo di m…!

I media percepiscono il vento che tira e soffiano per assecondare il sentimento dominante, i politici, almeno quelli più spregiudicati, intravedono larghi spazi di consenso, i social si autoalimentano e si autoconvincono: un circolo vizioso che porta verso il fondo della disperazione.

In questa situazione parlare razionalmente di numeri, statistiche, dati, è tempo perso, almeno con un gran numero di persone. E allora che si fa?

Chi vuole mantenere la lucidità necessaria e non cavalcare l’onda non ha la vita facile, può solo pazientemente ricostruire i fili interrotti, restituire il “senso” di sicurezza, e per farlo deve esercitare l’azione di governo, dove riesce a farlo, altrimenti deve farlo dall’opposizione, con un forte, visibile, convincente presidio del territorio, dando visibilità allo Stato come rappresentante della collettività, e fornendo prospettive diffuse di vita migliore.

Si capisce subito che non è affatto facile, anche perché non basta mettere soldi (anche avendoceli!) nelle tasche della gente, bisogna metterci anche la fiducia, bene immateriale.

A mio parere serve l’esempio, serve diffondere modelli positivi, concreti e non fumosi, serve rimettere in moto il famoso ascensore sociale, serve diminuire la distanza, ormai siderale, tra i molto ricchi e tutti gli altri.

Le società funzionano molto sull’emulazione: ovvio che i modelli negativi sono più facili da veicolare, ma non illudiamoci, la gente riacquisterà fiducia solo se saremo in grado di fornire esempi concreti di emancipazione possibile per un gran numero di persone.

Le società per vivere devono crescere, devono avere obbiettivi da raggiungere, e gli obbiettivi devono essere raggiungibili e misurabili.

La sinistra riformista allora non deve coccolare gli scontenti o i mediocri, o peggio fomentare il disagio.

Deve invece spingere su una politica redistributiva, su una politica fiscale più equa, su un’incessante e spietata lotta all’evasione ed al nero, deve favorire l’impresa sana, deve combattere la criminalità grande e piccola, garantendo la presenza sul territorio e la legalità dei comportamenti nel piccolo e nel grande.

Ad esempio, non è meno importante combattere lo spaccio diffuso rispetto ai grandi trafficanti di droga: la lotta su grande scala ha un’importante valenza politica anche internazionale, ma la lotta allo spaccio diffuso tocca direttamente la vita e le opinioni di grandi masse di cittadini su tutto il territorio.

Il degrado, la trascuratezza, l’abbandono dei luoghi di vita, la mancanza di socialità, l’illegalità esibita e tollerata sono combustibile efficacissimo per diffondere modelli negativi, sfiducia, odio, repulsione, che poi paghiamo con reazioni ribellistiche, asociali ed irrazionali.

È un lavoro lungo, pesante, ma non vedo altra strada: lo Stato, gli Stati, debbono investire in coesione sociale, in sviluppo, e soprattutto in formazione per giovani e meno giovani; serve spingere sul merito, serve dare davvero le stesse opportunità a tutti, serve far vedere, sempre, che “si può fare” se “si sa fare”.

Appunto, formazione e lavoro.