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Un nuovo lessico per una nuova società

Unità federalista, spesa efficiente, produttività e opportunità: sono alcune delle parole attorno a cui rilanciare il nostro paese. 

di Francesco M. Renne |

DI LIBERALISMO E DINTORNI

C’è (troppa) gente che confonde (inconsapevolmente) “senso delle istituzioni” con “culto dello Stato”; “progressiva affermazione dei diritti civili” con “violazioni delle proprie tutele acquisite”; “difesa delle libertà economiche” con “rifiuto delle regole”; “etica della responsabilità individuale” con “individualismo deresponsabilizzato”; insomma, “liberalismo” (politico ed economico) con “disgregazione” (comunitaria e istituzionale).

È proprio mancando la consapevolezza di queste differenze, che risulta (molto) difficile contrapporre le “ragioni” (esistenti) di una “via liberale e riformista”, tesa a realizzare una “società aperta” (Popper, cit.), alla “deriva isolazionista” propria sia dell’imperante (fallace) “conservatorismo autarchico (ed autoritario)” che del suo (altrettanto erroneo) opposto, dato dalle pulsioni di un “neo-comunismo egualitarista (al ribasso)”.

Sono entrambe forme, queste ultime due, che “devono” utilizzare le armi dello “statalismo dirigista” (invece che della preferibile “concorrenza meritocratica”) e del “nemico esterno” (invece che fare i conti con le “cause endogene”), per sopravvivere rimanendo al potere.

Si badi bene, “per sopravvivere rimanendo al potere”, non per sopravvivere creando il “bene comune” (Tirole, cit.). E si badi però altrettanto bene che di questa situazione – ad avviso di chi scrive – sia colpevole soprattutto la continua “diaspora liberale”, con l’annessa “guerra fratricida” (tanto più “verbalmente cruenta” quanto minori sono le differenze percepite dall’esterno) che si compie nell’area più ampia del pensiero “liberale e riformista”.

È il mancato coraggio a “dirsi liberali”, che lascia (rectius, ha sempre lasciato) il campo ai “falsi liberali” che, invece, ne abusano, del termine, rendendo così giustificato (proprio per distinguersi da questi ultimi) il “non dirsi liberali” (cosa che però, a sua volta, alimenta il circolo vizioso della “diaspora” prima richiamata).

È il mancato coraggio a “unirsi tra liberali e riformisti” (sia detto, qui, a prescindere da “quale contenitore”), che lascia (rectius, ha sempre lasciato) il campo “deserto”, senza proposte politiche fruibili da un elettorato che pur sarebbe “conquistabile” alla causa; e, di converso, rende i singoli - per quanto illustri - che hanno tentato di “contaminare” partiti più strutturati e radicati, perdenti nel loro tentativo (almeno quelli che lo hanno fatto in buona fede).

Servirebbe invece “unirsi e provare” a disegnare un’idea di società civile basata su valori liberali, riformisti e di sussidiarietà; puntando sui giovani con proposte “costruite” per loro (formazione, lavoro, futuro) e insistendo sulla “difesa” del processo di integrazione europea (comunque necessario) nonché su una riforma del sistema costituzionale ed economico secondo un principio di “unità federalista”.

Servirebbero battaglie del tipo “pari opportunità” contro “diritti acquisiti”; “costruire il futuro” invece che “chiudersi nelle paure”; “etica della responsabilità individuale” contrapposta all’alibi del “sempre colpa della società” e al rischio di uno Stato sempre più “paternalista”. Insomma, servirebbe di più leggere “i ragazzi della via Pal” che guardare il “Grande Fratello”.

Per fare ciò, occorrerebbe una risposta (anche) in termini di “comunicazione”, poiché se “il populismo” (pur sapendo di non poter mantenere ciò che promette) offre “protezione”, l’alternativa liberale e riformista non può che essere quella di offrire “opportunità”.

In questo ambito, anche la semantica può fare la differenza; ad esempio, più che parlare di “meno spesa” (concetto corretto, ma che presta il fianco a repliche di facile presa, stile accuse di “macelleria sociale”), si dovrebbe parlare di “spesa efficiente” (che, pur implicando “riduzioni”, allude a “virtuosismo amministrativo”) e di “amministrazione della casa” comune (Senofonte, cit.).

Servirebbe inoltre mettere a fuoco i tre (veri) problemi da affrontare, che incidono (anche) sulla “produttività” del nostro sistema economico, dati (a) dall’elevata incidenza percentuale di micro/piccole imprese (deboli finanziariamente e mediamente poco competitive), (b) dalla patologica propensione all’evasione (con però un sistema fiscale oggi oggettivamente squilibrato e distorsivo, da migliorare) e (c) dal tasso di denatalità (che ha effetti sui futuri equilibri pensionistici e su “quali” politiche di immigrazione adottare).

È da qui, dal come ci si pone davanti a questi tre problemi, che nasce - ad avviso di chi scrive - la contrapposizione tra chi crede in una visione dinamica di “economia aperta” (e vuole risolverli) e chi difende una visione statica di “economia chiusa” (e non vuole affrontarli).

Quindi, per provare a trarre una (prima) conclusione, servirebbe anche (e soprattutto, forse) un “lessico nuovo”, che qui si tenta di riassumere in sei punti:

(A) opportunità 
(ovvero un patto per un nuovo “ascensore sociale” meritocratico e accessibile, a tutti i livelli);

(B) produttività 
(ovvero rimuovere le cause che frenano il paese, favorendo investimenti, crescita e aggregazioni);

(C) economia e legalità 
(ovvero sussidiarietà, deregolamentazione, riforma fiscale, ma anche maggiori presidi di legalità e riduzione tempi giustizia);

(D) investire sul futuro 
(ovvero concentrare risorse su scuola, università, formazione, ricerca e sviluppo);

(E) spesa efficiente 
(ovvero spending review, stabilità finanziaria e sostenibilità del debito, dentro l’Eurozona);

(F) unità federalista
(ovvero riprogettando autonomie e compartecipazione, comunali e regionali, in Italia, e fra Stati, in Europa);

Che questo serva, per reagire allo stato delle cose, pare - ad avviso di chi scrive - evidente; che questo basti, per ottenere qualche risultato, è utopico. Ma che questo possa essere uno stimolo (e un canovaccio) per unire chi si riconosce nei valori liberali e riformisti, rientra nella categoria degli “imperativi categorici” (Kant, cit.).