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Interventi

Da Annibale a Toninelli

Da oltre 2000 anni si attraversano le Alpi. Perfino con gli elefanti. Qualche ragione, forse, ci sarà...

di Ernesto Trotta |

A volte la geometria può essere più utile della politica.

Tutti hanno diretta esperienza del fatto che le montagne, tutte le montagne, in tutto il mondo, sono molto larghe alla base e si rastremano via via che si sale verso la vetta, che in effetti è tale perché lo spessore del monte diventa zero.

Fin qui credo che anche il ministro Toninelli non abbia difficoltà a seguire.

Ci sono precise motivazioni scientifiche per questo fatto: non vi annoio con la geologia, la tettonica, la gravità terrestre, l’attrito dei materiali. Potete credermi sulla parola perché nessuno, né tantomeno il ministro, avrebbe tempo e voglia di approfondire un fenomeno peraltro a tutti così evidente.

Da questo scontato ed acclarato principio deriva che, volendo bucare una montagna (ma perché bucare una montagna, chiederebbe l’occhialuto ministro? Oh, bella, per andare dall’altra parte, per esempio), per fare un buco più breve bisogna salire di quota. In vetta non serve alcun buco!!! Per contro più ti tieni basso, più il buco diventa lungo: se vai alla base della montagna diventa quello che ogni giornalista, anche il meno attrezzato, ha imparato a chiamare “tunnel di base”.

Tutta questa manfrina per illustrare in modo più chiaro possibile che:

-andare dalla Francia all’Italia e viceversa è un vecchio sport, praticato fin dai tempi di Annibale il cartaginese con gli elefanti. Qualche ragione forse ci sarà… mezza Europa sta di qua e l’altra mezza sta di là; di qua il Barbaresco, il parmigiano e il culatello, di là il Sauternes, il camembert ed il Serrano;

-quando si cominciò a scavare buchi nelle montagne, nell’Ottocento, si procedeva con pale, picconi, esplosivi e con tanto olio di gomito. Davvero tanto. A quei tempi però non ci si badava granché;

-giocoforza, pareva logico ridurre gli sforzi e quindi cercare di salire il più possibile di quota per accorciare il buco e risparmiare soldi, tempo e fatica (nell’ordine!);

-peccato che per entrare nel tunnel posizionato così in alto, diciamo a 1.200 metri sul livello del mare, bisognasse portare pesanti (ma senza esagerare) convogli ferroviari fino a quella quota, con pendenze molto alte, tempi di percorrenza molto lunghi e notevole dispendio di energia per salire e poi per scendere. Ma anche questo all’epoca pareva un problema secondario;

-quando i moderni mezzi tecnici e tecnologici (le “talpe”) lo hanno permesso, non è parso vero di poter scavare anche gallerie molto lunghe, ma finalmente a quote molto più basse, per permettere a treni molto lunghi, molto carichi e molto veloci, di passare dall’altra parte (treni ad alta velocità ed alta capacità) con bassissime pendenze, risparmiando un mucchio di energia, di tempo e di soldi (nell’ordine che più vi piace).

Di questi tunnel di base se ne costruiscono ormai decine dappertutto; la tecnologia è nota, affidabile, ragionevolmente economica, e permette di scavare decine di kilometri in tempi relativamente brevi (pochi anni).

Non sono quindi davvero Grandi Opere, rischiose, pionieristiche, aleatorie; sono “semplici” opere pubbliche, di un certo impegno, ma di quasi nessun impatto né ambientale né di altro genere.

Vanno fatte bene, con criterio, da professionisti, con tutte le attenzioni del caso e le migliori tecnologie disponibili, ma non si tratta di tornare sulla Luna né di andare su Marte e neanche di scavare sotto la Manica, cosa peraltro fatta con successo già da oltre una ventina d’anni (ma allora Toninelli andava ancora a scuola…).

Sgombrato il campo dai problemi ideologici, politici, sentimentali, la questione TAV Torino – Lione, ma in realtà transeuropea, è tutta qui.

Caro Gad Lerner, scettico e nostalgico, fattene una ragione. La protesta è ormai solo ideologica, politica, di chi ha cinicamente sfruttato il malcontento dei valligiani per costruire consenso senza sforzo, raccontando falsità (il cantiere non esiste), diffondendo paradossali analisi costi-benefici, provocando incidenti, e c’è chi si è fatto male, molto male, lassù nelle valli.

Rimettiamo i piedi in terra, sbrighiamoci a completare un’opera indispensabile, ambientalmente impeccabile, economicamente sostenibile e profittevole.

I conti si fanno a centocinquant’anni e oltre, non a venti. Noi non ci saremo, ma la geometria sarà sempre quella e nessuno potrà accusarci di avere fatto un buco nell’acqua.