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Dritti verso il burrone

Tante versioni, pochi dettagli, molta confusione. Tutti i dubbi sulla flat tax che (forse) verrà.

di Francesco M. Renne |

FARE UNA RIFORMA FISCALE COME SE SI GIOCASSE A MOSCA CIECA

Ci si avvicina alla fase di stesura della nuova Legge di Bilancio, le clausole di salvaguardia con l’incombente aumento delle aliquote IVA sono lì sullo sfondo, di dismissioni e privatizzazioni (previste per 18 miliardi) neanche l’ombra, i dati del secondo trimestre indicano a zero la crescita del PIL e, invece che discutere seriamente di cosa fare, si rincorrono sui giornali le ipotesi dei vari tasselli della (dubbia) riforma fiscale che (forse) verrà.

Prima il tormentone fu la (pseudo) flat tax, rivelatasi sinora solo una (ennesima) aliquota sostitutiva degli scaglioni IRPEF e solo per alcune fattispecie di reddito e con delle limitazioni quantitative. Poi, entrò in scena l’ipotesi di una (sempre pseudo) flat tax a tutti, mantenendo le limitazioni quantitative (cioè ampliandone gli effetti di disincentivo alla crescita) e però eliminando le tax expenditures (cioè le agevolazioni fiscali ora fruibili in dichiarazione dei redditi, introducendo così un effetto distorsivo nella convenienza al nuovo regime). Poi divenne la flat tax incrementale, cioè applicabile solo alla quota crescente di utili rispetto all’anno precedente (cioè generando un sistema prociclico e regressivo nelle fasi recessive). Infine, da ultimo, ecco la trovata di “sostituire” l’Irap con un’addizionale delle imposte sul reddito d’impresa (IRES) e professionale (IRPEF).

Insomma, si procede alla cieca, chissà che non si arrivi lo stesso da qualche parte; e invero, date le cronache recenti del Russia-gate, ben si potrebbe dire… a “Mosca cieca”!

Che la flat tax (vera) sia un’altra cosa, lo sanno ormai anche i sassi. Presupporrebbe un sistema ad un’unica aliquota (bassa) per tutte le persone fisiche (per le società di capitali esiste già un’aliquota unica proporzionale), detrazioni decrescenti al crescere del reddito e un sistema di contribuzione (o di credito d’imposta) per gli incapienti (cioè i soggetti con reddito al di sotto del minimo di sopravvivenza). In tal modo sarebbe applicata correttamente e rispetterebbe (almeno in parte) il principio costituzionale della capacità contributiva. Il fatto è che non è applicabile in Italia oggi: si genererebbe un “buco” di cassa dovuto alle minori entrate, non colmabile (numeri alla mano) con il solo maggior gettito derivante dall’impatto espansivo (spesso sovrastimato) di una siffatta riforma. Per rispettare i vincoli di bilancio, poi, l’aliquota ipotetica non potrebbe essere sufficientemente bassa così che, se venisse fissata sopra l’aliquota minima IRPEF attuale (o peggio, verso quella media) si restringerebbe ulteriormente la platea dei soggetti che beneficerebbero della riforma.

Che l’attuale sistema di tassazione sia iniquo, finanche eccessivo in alcuni casi, distorsivo a volte fra pari capacità contributiva (al variare della tipologia di reddito o di categoria di soggetto contribuente), nonché con effetti ulteriormente distorsivi dati dall’eccessivo ricorso ad aliquote sostitutive (in spregio al principio costituzionale della progressività impositiva) e dalla patologica dimensione (eccessiva) dei fenomeni evasivi, è sotto gli occhi di tutti. Che quella prima descritta possa essere una via praticabile per risolvere i problemi esistenti, è – nella migliore delle ipotesi, ad avviso di chi scrive – un’utopia.

Che, per mitigare l’effetto sui conti pubblici senza rinunciare agli slogan mediatici, si sia cercato di contrabbandare l’eliminazione delle tax expenditures con l’introduzione di queste nuove aliquote sostitutive “condizionate” (la pseudo flat tax citata all’inizio), dimostra incertezza sugli obiettivi che questo Legislatore si sta ponendo (oltre che esporre il fianco a maggiori elementi di distorsività negli effetti pragmatici del carico d’imposta sui cittadini).

Che il proporre una flat tax (rectius, aliquota sostitutiva agevolata) sull’incremento del reddito di anno in anno – pur nei dettagli tecnici non ancora pervenuta – voglia dire nei fatti abiurare, da un lato, il citato principio della progressività e, dall’altro, introdurre un sistema prociclico (cioè agevolativo nelle fasi di espansione e regressivo nelle fasi recessive, dove tendenzialmente il reddito si riduce), generando quindi ulteriori elementi di distorsività sistemica (anche elusivi: si pensi a chi così avrà convenienza a “spostare” reddito tra due annualità, concentrandolo in quella dove potrà usufruire maggiormente dell’effetto agevolativo), appare solo di buon senso (se ve ne fosse davvero). Peraltro, poi, basterebbe “condizionare” l’eventuale aliquota ridotta al “mantenimento nel tempo” dei maggiori utili, facendola scattare solo nell’anno successivo, per migliorare questa ipotesi, ma è terreno per addetti ai lavori e piace poco ai politici di professione.

Ma è l’ultima proposta a lasciare ancor più perplessi, se confermata nei tratti anticipati da Il Sole 24 Ore. L’idea di sostituire l’IRAP – che è un imposta su base regionale che colpisce l’autonoma capacità organizzativa del contribuente impresa o professionista, tassando non già gli utili finali ma il “valore della produzione” (cioè, per i non addetti ai lavori, gli utili più alcuni costi non deducibili, ormai per lo più quelli di natura finanziaria) – con una addizionale IRES (per le imprese) e IRPEF (per i professionisti) risulta essere, per come viene presentata in questi giorni, del tutto iniqua e irricevibile.

Intanto, il mutare del presupposto dell’imposta (IRES e IRPEF gravano sul reddito prodotto) determina un allargamento della platea dei soggetti che si troveranno a dover pagare (in più), poiché oggi, ad esempio, molti piccoli professionisti privi di autonoma organizzazione e struttura non pagano IRAP.

Poi, per le società di capitali soprattutto (in quanto non coinvolte dalle ipotesi di introduzione della flat tax), significherebbe un incremento dell’aliquota base sugli utili. Attualmente, infatti, applicandosi l’aliquota IRAP (3,9%) sugli utili più i costi da questa non deducibili, per le imprese basso-marginanti ed eccessivamente indebitate l’IRAP ha un “peso” effettivo sugli utili reali superiore all’aliquota nominale (cd. effetto distorsivo) mentre, al crescere della marginalità lorda di un’impresa (e quindi per le alto-marginanti o per quelle che “crescono”) il “peso” dell’imposta scende progressivamente, riducendo via via il total tax rate (cd. effetto premiale sugli investimenti e sull’utilizzo di una corretta leva finanziaria). La sostituzione con una addizionale determina l’eliminazione di questo incentivo strutturale (per quanto non compreso da molti) alla crescita, senza migliorare significativamente la situazione delle imprese basso-marginanti; detta in altri termini: si tratta di un (modesto) aiuto ai piccoli e a chi va male (peraltro lasciando inalterata la soglia di indeducibilità degli interessi passivi al 30% del reddito lordo fiscale, questa sì penalizzante per le imprese in crisi e i processi di ristrutturazione aziendale), introducendo in cambio una (a volte rilevante) penalizzazione ai soggetti che investono per crescere.

Infine, diventando da “imposta su base regionale” a “addizionale di un’imposta nazionale”, la “distribuzione” del gettito (si pensi ad un’azienda con sedi produttive in più regioni) e la decisione su eventuali variazioni di aliquote nel tempo, a chi spetteranno mai?

Insomma, auspicando di essere smentiti nei fatti: ad oggi molte parole, pochi dettagli, ma idee ben confuse, dritti verso il burrone.