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Interventi

Calenda e Renzi divisi

Cime mai i due leader non hanno marcato uniti?

di Giorgio Cavagnaro |

Fa discutere, anche se attenuata dalle notizie incalzanti sul difficile varo del nuovo governo Pd-M5S, la lettera con cui Carlo Calenda annuncia le sue dimissioni dal Partito Democratico.

L’impressione è che, tra le righe di un discorso ineccepibile per coerenza politica, ci siano alcune forzature. La valutazione di Calenda sul possibile esito di elezioni anticipate, da lui viste come una nobile sfida tutta da giocare con la destra, non è convincente, al punto di apparire un wishful thinking. Uno schieramento composto da Salvini, Berlusconi e Meloni avrebbe a mio avviso vinto a mani basse la consultazione, garantendo (vecchio vizio della sinistra intransigente) anni e anni di potere a quello schieramento, con danni incalcolabili per il paese, a partire dallo slittamento progressivo dell’Italia nella sfera d’influenza russa.

Con questo non si vuole certo negare l’insorgere di un fortissimo dolore addominale nel popolo di centrosinistra, costretto per ragion di stato a digerire la convivenza  del suo principale partito di riferimento con la perfetta antitesi delle sue convinzioni democratiche e dell’idea stessa di fare politica.

Ma osservo che tra la limpida presa di posizione di Calenda e la sofferta decisione di Matteo Renzi (Zingaretti e compagni hanno sempre remato nella direzione di un accordo con Grillo)  c’è uno spazio, quasi un buco nero da approfondire con attenzione.

Perché Renzi e Calenda, entrambi candidati alla creazione del sospirato “partito che non c’è” non hanno lavorato insieme, come logica avrebbe dettato, a questo progetto?  La risposta, al di là delle solite critiche che parlano di eccesso di individualismo per entrambi, va ricercata, a mio parere, nella scelta dei tempi. La vittoria di Zingaretti alle primarie ha detto che una consistente fetta degli elettori Pd è restìa all’abbandono del “marchio di famiglia”. Credo pertanto che la strategia di Renzi sia improntata a quella che consentì, più di duemila anni fa, i romani Orazi a battere i rivali Curiazi, rappresentanti di Albalonga: persi i primi due fratelli, il terzo Orazio finse di fuggire, affrontando così il nemico uno per volta, battendolo e  arrivare così all’insperata vittoria finale.

Sicuramente anche questa mia metafora ha il sapore del wishful thinking, e la guerra da combattere sarà ben più lunga e irta di difficoltà. Ma il Pd, pensandoci bene, non aveva scelta. D’altra parte, Roma non fu costruita in un giorno.