Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Interventi

Occasioni sprecate a sinistra

Continua a giocare in difesa e a litigare. Serve, invece, una grande svolta riformista. Come quella che trent'anni fa fece l'ex segretario del PCI.  

di Ernesto Trotta |

Achille Occhetto, l’uomo che trent’anni fa, nel 1989, cancellò la parola “comunista” dal nome del più grande partito della sinistra italiana ed europea, in una recente intervista racconta che nel farlo pensava “a una costituente riformatrice per unire insieme, per la prima volta, tutti i riformismi, … i riformismi laici e cattolici divisi da quel muro”, dove il muro non era solo quello di Berlino, appena caduto, ma anche quello ideologico che avena diviso le sinistre per molti decenni.

In realtà la questione covava da tempo, fin da quando, oltre una decina di anni prima, Enrico Berlinguer aveva dichiarato di “sentirsi più sicuro sotto l’ombrello della NATO” (1976), che era “la democrazia il valore storicamente universale” (1977), che era “finita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” (1981), con la sostanziale accettazione dell’economia di mercato.

Lo stesso compromesso storico con la DC di Aldo Moro era stato un modo per portare finalmente ed ufficialmente il PCI dentro l’imperfetto sistema democratico italiano, pur non rinunciando ancora a simboli, icone, nomi e riferimenti ideologici, molto amati ma ormai inservibili.

Insomma, voglio dire che già negli anni Settanta, e segnatamente dopo l’assassinio di Moro ed il fallimento del compromesso storico, c’erano tutte le premesse per il grande salto della sinistra nel futuro, nella modernità, relegando l’eredità comunista nel novero delle esperienze pregresse, forse gloriose, ma non più proponibili. Quel salto sarebbe stata la risposta “in avanti” all’offensiva trionfante delle destre restauratrici. Berlinguer si arroccò invece in un’anacronistica ridotta ideologica, che portò all’isolamento della sinistra, alla rottura definitiva con i socialisti, alla sconfitta disastrosa nel referendum sulla scala mobile del 1985, dopo la morte di Berlinguer stesso nel 1984.

Si persero a mio parere dieci anni nei quali si sarebbe potuto costruire un’alternativa di sinistra democratica credibile, capace forse persino di accelerare la resa dei conti dentro la DC tra le forze più smaccatamente di destra conservatrice e reazionaria e le forze della sinistra solidaristica, che c’erano, in minoranza, ma c’erano; invece vedemmo il famoso “riflusso”, la “Milano da bere”, ed anche l’inflazione a due cifre e l’esplosione del debito pubblico.

Fa perciò una certa impressione sentire oggi da Occhetto, che il coraggio di cambiare lo ebbe davvero, seppur sulla spinta della caduta del Muro, enunciare principi (l’unione di tutti i riformismi) che sono poi stati alla base della fondazione del Partito Democratico nel 2007-2008, quasi vent’anni dopo.

Gli anni non sono noccioline, è tempo reale, tempo nel quale la gente vive, lavora, si arricchisce o si impoverisce, fa figli e li cresce, partecipa in un modo o nell’altro al cambiamento, in meglio o in peggio, della Nazione.

In quei vent’anni abbiamo visto Mani Pulite, il crollo dei Partiti della Prima Repubblica, le stragi di mafia, il berlusconismo rampante, la destra al potere, ma abbiamo visto anche l’Ulivo, un sussulto di alternativa democratica, ma stroncato subito, sul nascere.

Il tempo non passa invano, il tempo cambia le persone, il tempo cambia le nostre vite, e un giorno perso è perso per sempre.

Adesso può sembrare preistoria, o nostalgia di altri tempi, ma non è così.

Siamo dove siamo oggi per la logica concatenazione degli eventi che ci hanno portato fin qui, con un Salvini prevalente e una sinistra al potere, ma smarrita a divisa, e come sempre litigiosa.

Ci sembra di non riuscire più a metterci in sintonia con le persone, quelle normali, che ogni giorno si tirano su le maniche e vanno avanti, tra mille difficoltà e malgrado i mille casini che minano persino le istituzioni. E poi Galli Della Loggia si lamenta che siamo diventati tutti maleducati, “l’inciviltà diffusa”, “il deficit di disciplinamento sociale”!

In realtà c’è più o meno tanta inciviltà quanta civiltà, tanta indisciplina quanto ordine, basta mettere gli accenti qui o là, ma è innegabile che le risposte che la politica fornisce non sono del livello adeguato alla bisogna.

Vengo al punto: oggi, e fino alle prossime scadenze del 2022 (elezione del Presidente) e del 2023 (elezioni politiche) avremmo bisogno di un surplus di coscienza, di coraggio, di propositività, di lungimiranza, di riformismo, cose che (solo esse!) possono combattere l’inciviltà, l’indisciplina, il sovranismo, il populismo, e preparare i prossimi appuntamenti in modo ordinato e non eversivo.

Macché! Si preferisce accendere fuochi, stuzzicare polemiche, aizzare gli ego contrapposti, senza che nessuno riesca a far sentire la sua voce sopra al chiacchiericcio e dare linee direttive logiche e realistiche.

Ho auspicato l’intervento di Mario Draghi; ma ce lo vedete a fare il maestro in un cortile di bambini rissosi? A discutere della tassa sulle cartine delle sigarette?

Abbiamo bisogno di ampio respiro, di un coraggio almeno pari a quello di Occhetto: lui pagò con le lacrime in diretta e poi con l’oblio la sua purtroppo tardiva determinazione.

Oggi si continua a giocare di rimessa, in difesa, solo con la paura del sovranismo incombente.

Ma la voglia di progettare il futuro, la voglia di mettere le cose a posto, la voglia di sfidare l’indifferenza, o peggio ancora l’odio dilagante, qualcuno ce l’ha ancora?