Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Vivere pericolosamente

Cosa ci impedisce di avviare un programma di tre anni per rimettere in sesto il Paese? Bisogna avere il coraggio di essere riformisti. 

di Ernesto Trotta |

Qualcuno ritiene eccitante vivere pericolosamente.

Qualcuno ritiene stimolante vedere lo spread balzare su e giù, insieme al costo del debito pubblico ed al valore dei BTP (i nostri risparmi).

Qualcuno ritiene attraente impegnare allo spasimo la propria dialettica su provvedimenti “epocali” come la tassa sulle bevande zuccherate o quella sulle bottiglie di plastica, o sui seggiolini per genitori smemorati.

Qualcuno ritiene stuzzicante offrire pretesti per aprire contenziosi con chi ha appena rilevato la più grande industria del Mezzogiorno, dopo anni di scelleratezze economiche ed ambientali.

Qualcuno ritiene rassicurante tenere lontani gli invasori (pardon! … investitori) stranieri dal nostro Paese, che non ne ha proprio bisogno, e può farcela benissimo da solo!

Qualcuno ritiene perfino elegante far accompagnare una gentile signora quasi novantenne (e con uno strano numero sul braccio…) da due Carabinieri armati: sai com’è di questi tempi, con certa gentaccia in giro …

Qualcuno potrebbe anche prendere in considerazione l’idea di fare un viaggio senza ritorno in Portogallo, in Svizzera, o similare paradiso per pensionati. Qualcuno …

Ma, qui ed ora, restiamo attoniti a guardare l’impazzimento collettivo di un Paese evidentemente senza più punti di riferimento, dove regna scetticismo, cinismo, rassegnazione, spesso odio, rancore, rabbia verso tutti e verso tutto ciò che dovrebbe essere organizzato, gestito, ordinato, come se un mostruoso cupio dissolvi potesse cancellare ogni traccia della società organizzata e riportarci in un limbo, che non esiste e non è mai esistito, dove ognuno prende e non dà, pretende e non offre, esige senza pagare, io contro tutti, tutti contro di me. E adesso gliela faccio vedere io … Ci vuole l’uomo forte, ci vuole uno che metta in riga tutti, finalmente!

Che facciamo, ci arrendiamo? Diamo l’Italia ai sovranisti/nazionalisti per una decina d’anni e nel frattempo ci ritiriamo in un angolo a riordinare le idee e rimettere a posto le nostre cose? Tanto poi a sfasciarle di nuovo ci mettiamo un attimo …

Oppure resistiamo? Ci organizziamo? Ci facciamo una bella doccia fresca, che ci schiarisca le idee, un bel caffè forte e nero, come quello di Kit Carson, camicia pulita, e torniamo a guardare il mondo com’è, a mettere in fila problemi e possibili soluzioni, con ordine, calma, lucidità, dividendo i compiti fra persone che hanno competenza e sani principi, che sanno che non esistono soluzioni semplici, perché “la semplicità è una complessità risolta” (C. Brancusi), che bisogna studiare, approfondire, valutare e non solo spararla grossa nel talk show o nelle piazze fisiche e virtuali.

Cosa e chi ci impedisce di avviare un programma di tre anni per rimettere in sesto questo Paese? Intendo dire, avviare cantieri, riformare il fisco, sistemare la spesa pubblica (basta un po’ di attenzione, non serve fare macelleria), togliere un po’ di lerciume (fisico e morale), mettere risorse sull’istruzione e sulla formazione, senza le quali hai voglia a parlare di giovani!

Non è la rivoluzione, si chiama riformismo, si chiama buon senso, si chiama razionalità. Chi lo impedisce? Manca la maggioranza parlamentare? Ma ne siamo proprio sicuri? Temiamo il comportamento dei 300 parlamentari 5 stelle? Oppure degli altri?

Assodato che Salvini, Meloni e Berlusconi NON hanno la maggioranza in Parlamento (e secondo me neppure nel Paese reale, anche se non mi prenderei lo sfizio di andarlo a verificare, per di più fuori tempo), gli altri che fanno? Si arrendono? Di cosa o di chi hanno bisogno per trovare il coraggio di agire? Serve un Deus ex machina? Volendo, abbiamo anche quello. Ma la volontà, la coscienza, la determinazione, ci sono o no?

Vero è che, come diceva Manzoni, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”, ma in questo caso è meglio fare il curato di campagna e non pretendere di gestire un Paese del G7.