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La democrazia muore nell'oscurità

Non ammette zone d'ombra o ipocrisie. E questo vale anche per i media, spesso inclini al gossip e ai retroscena, disorientando l'opinione pubblica.

di Ernesto Trotta |

Democracy dies in darkness (La democrazia muore nell’oscurità). È scritto sotto la testata del Washington Post e a me è sempre parso un bel motto per un giornale. A prescindere da tutto, il solo fatto di esporlo come epigrafe a me sembra positivo.

La democrazia è l’anima delle società civili ed organizzate, riguarda tutti i cittadini e non può ammettere zone d’ombra né ipocrisie, perché falsano la libera formazione delle opinioni e non garantiscono la correttezza dei rapporti all’interno della comunità.

Sembra ovvio e scontato, ma tutti sappiamo che non è affatto così.

La natura umana, si sa, comprende anche la falsità, la malafede, l’egoismo, la cattiveria, il travisamento della realtà, cose che confliggono con la convivenza civile, ma con le quali bisogna comunque fare i conti.

E chi deve farli i conti con tutto ciò? Il singolo cittadino, da solo e per se stesso, o serve un insieme di regole condivise, la democrazia, alle quali tutti ci impegniamo ad attenerci?

Quando il singolo cittadino reclama per sé tutta l’attenzione, si pone al centro del mondo e se ne frega degli altri, si dà corpo al “populismo”, ovvero quell’insieme disorganizzato e magmatico di singole personalità, ognuna gelosa del suo particulare, dei suoi piccoli o grandi, veri o presunti privilegi, e ognuna convinta di essere bersagliata dal resto della comunità, da pericolosi ed ostili concorrenti, in un’organizzazione niente affatto armonica ed organizzata.

Così la democrazia perde credibilità, perde efficacia, non dà garanzie, non funziona più. Si piomba nell’oscurità.

Come si forma questa nefasta situazione? Cosa influisce sulla sua crescita, sul suo sviluppo, sul suo diventare (almeno apparentemente) opinione dominante? Come si formano le opinioni?

La scuola, in teoria sarebbe l’istituto principale, quello a cui lo Stato delega la formazione culturale e civile dei futuri cittadini. In molti casi forma davvero, e anche in maniera eccellente, in moltissimi altri casi invece non lo fa per niente, anzi. Sappiamo bene quanto la scuola si dibatta in contraddizioni feroci e quanta poca attenzione essa abbia ricevuto per anni e anni, fino a perdere credibilità e autorevolezza. E, quando s’è tentato di mettere mano a riforme serie, le resistenze al cambiamento sono risultate purtroppo prevalenti.

La famiglia, nucleo primario ed elementare della convivenza sociale, potrebbe e dovrebbe costituire il luogo dove le opinioni si formano e si confrontano, … se ci fosse dialogo, volontà, tempo, capacità per farlo. Spesso tutte queste cose mancano totalmente. In più la peraltro normale dialettica generazionale genitori-figli non aiuta, soprattutto se il rapporto è mutuamente distratto, superficiale e privo di calore.

I media, a partire dai social, invece formano opinioni in modo efficacissimo e spregiudicato. Non voglio sottolineare ancora quanto urgente sia a mio avviso un Codice della Rete, che stabilisca le regole necessarie ad un uso civile del mezzo. Prima o poi ci arriveremo: meglio prima che poi. Ma non ci sono solo i social, ci sono anche i mezzi tradizionali, giornali, televisioni, radio, che permeano la nostra giornata e depositano verità o pseudo verità, che si propagano alla velocità della luce e vengono ri-amplificate dai social e poi tornano sui media e via così.

Si legge poco in Italia, ma si guarda tanto la TV e i social sono seguitissimi; il circuito degli opinionisti, degli influenzatori, dei retroscenisti, è onnipresente, a tutte le ore ed in tutti i tipi di trasmissione e, se certi messaggi, ipercritici, qualunquisti, populisti, approssimati, vengono continuamente ripetuti, essi finiscono per diventare sentimento comune. Contro il quale non può si lottare a mani nude.

Ecco quindi che serve la luce, serve la trasparenza, serve l’onestà intellettuale di chi informa, per fare chiarezza, quali che siano le legittime opinioni di ciascuno.

L’Italia è il Paese dei giornali “indipendenti”, di quelli che pretenderebbero di raccontare “i fatti”, “obbiettivamente”, eventualmente anche separati dalle opinioni. Ma quando mai?

L’obbiettività non esiste, è una presa in giro: chi scrive, o parla, ha giustamente le sue idee e con quelle racconta il mondo che vede. Solo che dovrebbe palesarlo a chi legge o ascolta, come si usa nei Paesi di più consolidata democrazia e libertà di espressione, e non nascondersi dietro una presunta ed irrealistica terzietà. Luce, trasparenza, chiarezza.

Qui non si tratta di sostenere Zingaretti, o Renzi, o Conte, o Di Maio, o Salvini, o chicchessia.

Si tratta di informare con correttezza e misura, mettendo la faccia sulle opinioni, smettendo una volta per tutte il cerchiobottismo e l’ipocrisia che cerca di portare acqua ad un mulino di cui non sempre è chiara la proprietà, sbagliando e riconoscendo gli errori, senza drammi, non permettendo al politico di turno né di svicolare dalle domande né di sparare cifre, dati o pseudo-fatti a suo piacimento, costringendolo a stare al tema e non assecondando il suo narcisismo. Insomma, cercando di mettersi al servizio dell’ascoltatore e non del proprio ego.

Non è impossibile: il sistema dei media non dovrebbe subdolamente né fiancheggiare né combattere. È un pezzo del sistema e come tale deve contribuire a migliorarlo e non ad affossarlo.

Per essere più chiari ancora, l’eccesso di retroscenismo, spesso solo fantasioso, il virgolettato ipotetico, l’illazione, il detto e non detto, il gossip politico, devono essere banditi dalla corretta informazione.

Non mi aspetto che tutto cambi da domani. Mi aspetto invece che chi ci sta a cambiare lo dica, si impegni pubblicamente. Saranno pochi, all’inizio, ma cresceranno, ed anche gli editori dovranno convenire che un’informazione più corretta fa vendere meglio, copie e pubblicità. Un prodotto migliore ha più valore.

L’interesse del Paese prima di tutto, la difesa della democrazia e della convivenza civile. Luce, trasparenza, chiarezza, altrimenti la democrazia muore nell’oscurità.