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Il partito dei senza partito

Le sardine a Bologna, come le madamine a Torino, sono sane espressioni di democrazia. Che la politica deve ascoltare. 

di Ernesto Trotta |

È già successo. Succederà ancora. Tutte le volte che la situazione politica si ingarbuglia e i Partiti tradizionali entrano in crisi, per qualsiasi motivo, ecco che spuntano raggruppamenti apparentemente eterogenei di cittadini, che si aggregano spontaneamente e si prendono la scena.

È successo coi i “girotondi”, con “l’onda”, all’estero con “Occupy Wall Street”, poi “Fridays for Future”, le “madamine” di Torino, adesso le “sardine” di Bologna, e ne dimentico senz’altro.

Gruppi di persone, spesso giovani ma non solo, volutamente e vistosamente slegate dal sistema dei partiti, ma con tanta voglia di farsi vedere e dire la loro.

Persino il Movimento 5 stelle nacque in questo modo, anche se l’aggressività del primo Grillo, la dichiarata volontà di sfasciare “il sistema”, il ruolo niente affatto spontaneo della Casaleggio (ma questo lo capimmo solo dopo…) lo collocano su un piano parecchio diverso.

Sono in fin dei conti sane, auspicabili e utili espressioni di democrazia.

Tutte le volte ai partiti tradizionali si rimprovera di non essere presenti, di non saper interpretare il sentimento popolare, di essere su un’altra lunghezza d’onda. E spesso questa critica è anche vera e riscontrabile.

Ma la cura NON è mettere il cappello su manifestazioni di quel tipo. Né tantomeno cercare di organizzarle.

Quelle manifestazioni funzionano, aggregano, comunicano, proprio perché i partiti non ci sono, proprio perché sono fatte da persone “in libera uscita”, che sentono di doversi comunque aggregare e dare un segnale di presenza. Con la sola forza della loro cittadinanza.

I partiti, in un’era post-ideologica, ovvero in un mondo in cui non hanno più un completo ed organizzato sistema di valori da proporre, non possono fare altro che ascoltare, prendere atto e prepararsi.

Prepararsi al momento in cui quelle persone saranno chiamate a dare un voto politico sulla qualità e sulla concretezza dei progetti proposti. Quello è il compito dei partiti, se davvero vogliono farsi portavoce delle esigenze espresse.

Nelle piazze di Torino e di Bologna c’era certamente anche tanta gente impegnata nei partiti, spesso anche molto diversi tra di loro, ma l’esigenza espressa non era quella di dimostrare la maggiore adeguatezza di questo o quel partito, quanto quella di esprimere specifiche volontà “civili” e metterle a disposizione del sistema politico.

La TAV ed in generale la voglia di progresso a Torino, l’invadenza e la pericolosità politica di Salvini a Bologna, ad esempio.

In quelle sedi qualunque simbolo di partito sarebbe risultato stonato, fuori luogo, incongruente.

E allora cosa ci stanno a fare i partiti? I partiti dovrebbero, strutturalmente e con continuità, fare quello che gli chiede espressamente l’art. 49 della Costituzione (“concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”).

Ovvero predisporre progetti politici da sottoporre al giudizio dell’elettorato nelle sedi opportune, con la finalità di “determinare la politica nazionale”, che vuol dire candidarsi al Governo del Paese. Tutto qui.

Le esigenze espresse dalle piazze devono costituire per i partiti che vogliano ascoltarle una voce di protesta, e se va bene anche di proposta, a cui debbono cercare di dare risposte concrete e realizzabili.

“Siamo qui, siamo tanti, ascoltateci e rispondete”. In quanto cittadini, non come militanti.

Nel momento elettorale i due mondi devono cercare di ricongiungersi e chi lo avrà fatto meglio otterrà la vittoria (a parte le complicazioni indotte dalle varie leggi elettorali).

Quindi, siano benedette queste manifestazioni civili, restino spontanee ed usino tutta la fantasia e la creatività possibile.

I partiti drizzino le antenne, ascoltino, elaborino e trasformino l’espressione popolare in programmi di governo; e cerchino di essere convincenti, perché altrimenti quella espressione popolare si disperderà, si tramuterà in sentimento antipolitico, persino in qualunquismo e populismo. Da cui astensione, o peggio adesione a proposte semplicistiche e falsamente attraenti. Non ne abbiamo proprio bisogno.