Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Interventi

Tre palle, un soldo

Ilva, evasione, sud: tre temi cruciali per il Paese. Che la politica deve smettere di strumentalizzare a fini elettorali di breve periodo. 

di Francesco M. Renne |

TRE PALLE, UN SOLDO: IL FUTURO DELL’ITALIA DI OGGI

“Tre palle, un soldo”, si sentiva una volta nei Luna Park. Oggi capita anche in politica, stando alle cronache degli ultimi giorni. Infatti, recentemente sono saliti alla ribalta tre temi su tutti, uniti da un unico fil rouge. Tre temi economici (e, implicitamente, con possibili rilevanti ricadute sociali) che meritano alcuni approfondimenti (controcorrente), soprattutto per chi si dice riformista e/o liberale (o entrambi assieme, per maggior precisione, almeno per chi qui scrive). Per evitare, appunto, di “perderlo, quel soldo, mancando il bersaglio con le tre palle”.

Il primo tema parte dal caos (rectius, caso) ILVA, passa per le reazioni politiche e della magistratura ed arriva all’affermazione del ministro Bellanova sulla necessità di porre un “limite” ai guadagni degli imprenditori.

Il secondo tema attiene alle (demagogiche e scarsamente utili) misure per il (giusto obiettivo del) contrasto all’evasione e alla scomposizione dei dati ministeriali, usati in questi giorni per contrapporre superficialmente grandi imprese vs. autonomi e professionisti (additando di volta in volta, a seconda dell’autore, ora le une e ora gli altri come “colpevoli”) o singole regioni (del sud) vs. altre (del nord), legandosi strettamente con il terzo tema qui trattato.

Il terzo, appunto, parte dalle (improvvide, nella forma oltre che nella sostanza) parole del ministro Provenzano, attraversano il dibattito trasversale che ne è scaturito e approdano alle proposte shock per l’economia dell’ex premier Renzi, tese (a suo dire) a rilanciare la crescita economica del nostro Paese.

Tre temi che, come si può intuire dalla premessa, sono legati – ad avviso di chi qui scrive – dal medesimo approccio semplicistico (errato) a problemi (reali) più complessi di quanto non sembri.

Sul caos ILVA si è detto ormai di tutto (fin troppo a sproposito, anche). Sommessamente, rilevo che vi sarebbero solo due “piani” per parlarne seriamente. Uno è “questione di principio”, molto complesso per affrontarlo in poche righe, dato dalla contrapposizione fra economia (rectius, la ricerca della crescita economica a vantaggio dei cittadini di una specifica area geografica) e salute (rectius, la ricerca della massima tutela ambientale e sanitaria per i medesimi cittadini della medesima area geografica). Possibile ottenere entrambe, sì; ma solo a patto che si convenga che ciò sia possibile solo con policy lungimiranti nel tempo e non ad effetti immediati. Il che lascia aperta (e senza grandi soluzioni, muovendo da qui) il problema dell’esistente ad oggi e stratificatosi nel tempo.

L’altro è invece “questione di opportunità”, pragmatica, che consiste, partendo dal prendere atto delle problematiche esistenti, nel creare le condizioni (giuridiche, prima ancora che economiche) affinché vi sia continuità industriale e progressivamente intervenendo con azioni mirate sul tema della sostenibilità. Il primo dei due piani è stato fin qui purtroppo quasi sempre sopraffatto dalle contingenze strumentali tese alla ricerca del consenso politico, un po’ da tutte le parti in causa. Il secondo è invece stato “utilizzato” nella procedura pubblica dell’Amministrazione Straordinaria (ok, almeno nelle intenzioni).

L’importante però, in una discussione corretta sul tema, sarebbe non confondere i due piani. Questo è, in estrema sintesi, il motivo per cui è sbagliata la presa di posizione della Procura di Milano (e a ruota di quella di Taranto), che interviene “ravvisando un interesse pubblico relativo alla difesa dei livelli occupazionali, alle necessità economico-produttive del paese, agli obblighi del processo di risanamento ambientale” ai sensi dell’ultimo comma dell’art. 70 del codice processuale civile. Un’entrata “minacciosa” (per la parte privata) a fianco del Governo e dell’Amministrazione Straordinaria, in un contenzioso legale che si va instaurando a seguito dell’azione di Arcelor Mittal di rescindere il contratto di affitto d’azienda. L’eventuale ipotesi di reato – presumibilmente richiamando l’art. 499 del codice penale, che testualmente recita “chiunque, distruggendo materie prime o prodotti agricoli o industriali, ovvero mezzi di produzione, cagiona un grave nocumento alla produzione nazionale o fa venir meno in misura notevole merci di comune o largo consumo è punito […]” – appare quantomeno “anomala” in una fattispecie regolamentata da un accordo fra Stato e investitore privato e determinata (almeno per la paventata chiusura degli altiforni) da una decisione della magistratura stessa (a seguito di un incidente sul lavoro che ha causato il decesso di un dipendente).

Va incidentalmente ricordato che la chiusura di tre altiforni e non solo di quello incriminato è conseguenza necessaria sia per il procedimento industriale utilizzato che per prevenzione giuridica (se per uno degli altiforni vengono sanciti interventi ad hoc, per essere considerato “in sicurezza”, non si vede ragione logica per cui gli altri, con le medesime caratteristiche, non debbano essere attratti dai medesimi interventi). E, ancora, va detto che il cd. “scudo penale”, prima concesso e poi limitato ed infine abrogato, in realtà non era una “patente di impunità”, ma semplicemente la previsione (ex ante) che l’adozione (nei tempi indicati) pedissequa delle misure di bonifica imposte dall’AIA (parte dello Stato) – e solo per questi interventi – costituisse esimente ai sensi della Legge   sulla responsabilità legale (penale) delle imprese, senza che vi fossero (ex post) rilievi interpretativi su questi od altri interventi altrimenti possibili. Era norma di chiarezza di fronte a possibili dubbi interpretativi successivi, quindi, non una licenza per comportamenti penalmente rilevanti. Era scritta male, certo; poteva superare le censure di essere norma ad hoc allargandola a “tutti i casi di aggiudicazione in Amministrazione Straordinaria”, quindi “sotto il controllo” dello Stato, forse; ma certo la sua eliminazione (sotto il falso alibi delle future pronunce della Corte Costituzionale in arrivo) ha generato quello che, soprattutto in deal di questa rilevanza, va sotto il nome di “change of rules”, ovvero “mutamento del quadro giuridico”, rendendo così alla controparte comodo alibi per lo svincolarsi dal contratto e lasciando sullo sfondo le – altrimenti rilevanti – questioni legate alla (mancata) realizzazione del piano industriale proposto e alla (reale) crisi internazionale che attraversa il settore dell’acciaio.

Ora, a prescindere da come evolverà sotto il profilo giuridico la singola vertenza (in attesa della, denegata quanto ormai ineludibile, nazionalizzazione), preme qui portare l’attenzione del lettore sul punto chiave della vicenda: emerge, in tutto ciò, una visione preconcetta della controparte privata, quasi che questa debba essere subalterna allo Stato e non effettiva controparte; strumentale alle (mutevoli) esigenze pubbliche e non lo Stato artefice delle condizioni affinché gli attori economici operino all’interno di un quadro di regole chiare creando economia diffusa. Ed emerge nelle parole dei membri del Governo e della maggioranza, tanto quanto dai minacciosi propositi della magistratura. Ed emerge proprio quando ciò che si dovrebbe fare non è parteggiare a priori per i dipendenti o per l’ambiente, o per lo Stato, invece che per un’azienda privata e per di più straniera – tutte contrapposizioni strumentali ed errate, ad avviso di chi scrive, poiché non v’è lavoro senza industria, non v’è progresso (anche ambientale) senza investimenti, non v’è redistribuzione senza economia e ciò soprattutto con un bilancio pubblico sgangherato come il nostro – ma è parteggiare per il diritto; per l’applicazione delle sue regole dirimenti, senza (troppo) clamore (di parte).

Emerge con le affermazioni del premier Conte (dopo aver tolto lo “scudo” sotto la precedente maggioranza), “ne risponderà in sede giudiziale”; con le affermazioni del ministro Di Maio, “dobbiamo costringere Mittal a rimanere”; con le affermazioni del ministro Provenzano, “sconsiglio a Mittal di fare guerra allo Stato”; con le affermazioni dell’ex guardasigilli Orlando, “è un attacco al Paese”.

Emerge, da ultimo e a maggior evidenza nella recentissima affermazione del ministro Bellanova, “insieme al controllo e alla repressione, bisogna attivare gli strumenti che incidono sulla filiera del valore; a un imprenditore non può essere consentito guadagnare fino all’inverosimile”.

“Certo”, dirà il lettore più critico alle tesi qui esposte, “l’imprenditore evade, quindi”..

Ed eccoci al secondo tema del nostro ragionamento. L’evasione come “male assoluto” da combattere, senza se e senza ma (e a volte anche senza sapere come, a ben vedere). La “colpevolizzazione preventiva” dell’imprenditore, grande o piccolo che sia, che “giustifica” il ricorso a norme speciali, inversione dell’onere della prova, recrudescenza penale, sequestri presuntivi, sanzioni monstre, come se tutto questo fosse “la” soluzione al problema (che esiste) dell’evasione. Che non lo sia, peraltro, lo dicono le evidenze empiriche dei medesimi strumenti utilizzati in passato. Nemmeno la digitalizzazione del fisco e le (numerose) banche dati da incrociare (con buona pace della privacy dei cittadini), lo è, “in sé”; può aiutare, certo, ma da sola non basta. Sul tema, preme evidenziare principalmente due aspetti.

Il primo è che non bisogna confondere “contrasto all’evasione” con “reperimento di cassa”: il blocco delle compensazioni, gli ulteriori obblighi amministrativi digitali, l’allargamento di misure come lo split payment e l’inversione del soggetto pagatore delle ritenute sui dipendenti negli appalti, la decurtazione della detraibilità di talune spese agevolate, i tempi (lunghi) di rimborso dei crediti fiscali, l’incremento degli accertamenti presuntivi avendo ampliato le sanzioni amministrative e penali, il tutto peraltro “senza” una preventiva riforma del nostro sistema tributario, determina “soprattutto” aggravi di cassa sui contribuenti “già” onesti (e magari sull’orlo della sopravvivenza), piuttosto che sugli evasori tout court. L’evasione va combattuta, sì; genera effetti distorsivi in termini di equità fra contribuenti, in termini di concorrenza fra imprese e in termini di aggravio del nostro indebitamento pubblico cumulato. Ma occorre smetterla di avere un approccio ideologico (“tutti evasori”), meno attenzione alla “cassa” a breve e più all’equità di lungo periodo, riformando il nostro sistema fiscale con meccanismi premiali (che funzionino, non una presa in giro come gli attuali ISA, Indici sintetici di affidabilità) per i contribuenti onesti, rivedendo anche la distribuzione dei carichi fiscali per tipologie di imposta e di aliquote, ma “soprattutto” smettendola con la guerra (strumentale) fra categorie di contribuenti.

Per dire della confusione sul tema, basti il riepilogo che segue. Alcuni giornalisti hanno dato conto delle tabelle del MEF allegate alla Legge di Bilancio, sostenendo – dati alla mano, letti però in maniera incompleta – che autonomi e professionisti evadevano più delle grandi imprese. La Cgia di Mestre ha replicato affermando – dati alla mano, rielaborando i primi – che le piccole imprese pagano più delle grandi. Entrambe le prese di posizione appaiono, ad un occhio tecnico, parziali verità che però non tengono conto della popolazione (numero dei soggetti) dei due insiemi (strumentalmente) contrapposti. La stessa Cgia aveva proposto in passato una ripartizione territoriale dell’evasione, ove affermava che la maggiore evasione si concentra nelle regioni meridionali. Svimez ha ribattuto che tale ripartizione era incongrua per il metodo di calcolo applicato, rilevando che la maggior evasione in valore si concentra nelle aree più sviluppate. Invero, gli stessi dati ministeriali (non sempre di facile interpretazione) distinguono l’evasione complessiva come somma di (i) sottodichiarazione, (ii) lavoro irregolare e (iii) altre tipologie.

Orbene, limitandoci ai dati ufficiali, il quadro che ne esce è questo, un po’ diverso – sapendolo leggere – di quanto non appaia nei dibattiti ufficiali: 

Per comprenderci, ed avvicinarci al terzo tema del nostro ragionamento, se è vero che, quanto ad evasione complessiva, la distanza tra nord (11,4% media nordovest; 11,9% media nordest) e sud (media 19%) è pari a circa il 65% in più di evasione al sud (14,2% è la media centro), con un picco del 93% circa in più tra Lombardia (10,8%) e la meno virtuosa Calabria (20,9%), è altrettanto vero che la maggior differenza trae la sua origine nel lavoro irregolare. Come si evince dalla tabella più sopra, considerando la sola “sottodichiarazione”, la distanza media scende al 42% circa (5,4 media nordovest, 5,8 media nordest, contro 7,8 media sud; 6,6 media centro) ma le regioni con tasso maggiore diventano Puglia e Umbria (8,4% ciascuna) e Molise e Marche (8,2% ciascuna) e la distanza fra Lombardia (5,1%) e Calabria (7,6%) quasi si dimezzi (attestandosi al 49% circa). È evidente come il trend “resti”, ma la “composizione” cambi; ed è altrettanto evidente come al variare del tessuto economico sottostante la “tipologia” di “economia non osservata” sia diversa (e discendente da “cause” diverse”, basti pensare come in zone a maggior vocazione agricola o a bassa concentrazione di imprese il ricorso al “lavoro irregolare” sia empiricamente più diffuso).

Con ciò ci stiamo già addentrando nel terzo tema preannunciato, quello delle disuguaglianze territoriali. La “guerra” tra nord e sud, città e periferie, metropoli e aree rurali esplode nuovamente in questi giorni con l’affermazione del ministro Provenzano, “Milano attrae ma non restituisce all’Italia”; e, certo, con le risposte del sindaco Sala, “Milano è un esempio; è l’Italia in ritardo”, nonché del governatore lombardo Fontana, “Milano dà poco? Provenzano pensi solo alla sanità..”. Insomma, chi parla di “sottrazione di risorse” intendendo i giovani del sud che vengono a Milano e chi intendendo il residuo fiscale oggetto delle contese sull’autonomia differenziata di cui si discute proprio in questi giorni; chi parla di “divario economico” attribuendo colpe a una Milano “pigliatutto” e chi attribuendole al sud “parassita a traino” che fruisce dei servizi (sanitari) lombardi. Ma, invero, la questione è più complessa (e delicata) di così.

Che le parole del ministro siano suonate come un “attacco” a Milano, non v’è dubbio. Se poi si pensa alla coincidenza della proposta dell’ex premier (ed ex Pd) Renzi, che con la sua Italia Viva ha lanciato l’idea-shock dello sblocco (sblocco? e, invero, le coperture?) di 120 miliardi di investimenti, proprio (testualmente) “copiando il modello Milano” (cioè le procedure speciali utilizzate per l’Expo, ad esempio), si nota ancor più la dicotomia tra chi pensa a modelli di eccellenza come esempio e chi sottolinea invece le disuguaglianze con il resto del Paese. Ma quale delle due “posizioni” è la più corretta?

Lo sviluppo delle aree urbanizzate ha contraddistinto lo sviluppo dell’homo economicus e, a seguito dello sviluppo urbano, ne è conseguita una (ovvia) concentrazione del tessuto imprenditoriale, le cui scelte di localizzazione dipendono essenzialmente dallo sviluppo economico dell’ambiente circostante e dall’adeguatezza delle infrastrutture esistenti. Conseguentemente, anche la concentrazione di posti di lavoro ha (ovviamente) subito il medesimo trend. Ciò vale in pressoché tutti i paesi dell’area Ocse, non solo nei paesi Europei (fra i quali basti pensare alla Germania, alla Spagna e, forse ancor più, a Francia e Inghilterra). La differenza di ricchezza (più che di “sviluppo” tout court) fra aree metropolitane e aree periferiche e rurali si è via via intensificata nel tempo, di pari passo con il ridursi del peso dell’incidenza dell’economia agricola nell’economia moderna. Lo svilupparsi di una “economia della conoscenza”, l’evoluzione dai distretti industriali alle filiere globalizzate, la crescita del terziario avanzato tipicamente figlio delle metropoli più innovative, i maggiori interscambi derivanti dalla maggiore facilità dei trasporti hanno spinto verso la creazione di “aree di attrazione” di investimenti, capitali e risorse umane, quasi sempre identificabili con città metropolitane che costituiscono l’apice delle rispettive economie regionali o nazionali. Ciò (altrettanto ovviamente) ha determinato un po’ ovunque il materializzarsi di maggiori disuguaglianze fra distretti geoeconomici, almeno finché non si riesca – caso per caso – a far crescere “per imitazione” (nel tempo altri centri urbani, anche più piccoli, potranno replicare il percorso di sviluppo, anche in scala regionale) e/o per “diffusione” (economie di filiere, pendolarismo in aree sempre più vaste, diffusione dei modelli culturali, “specializzazioni” territoriali).

Il problema delle disuguaglianze territoriali (già intercettato affrontando il tema fiscale) e il come far in modo che un modello di eccellenza dispieghi i suoi effetti anche sul resto del territorio, può dunque essere visto in due modi: uno, riconoscendone il ruolo-guida, attraverso il sostenere lo sviluppo di quel modello (come già accennato, “allargandolo” nel tempo per “imitazione” e/o per “diffusione”, eventualmente con investimenti pubblici “mirati”) e un altro, imponendone dall’alto la redistribuzione (fiscale e/o con decurtazione di investimenti pubblici) a favore di maggiori investimenti pubblici (contando sull’attrazione agevolata di quelli privati) nelle altre aree del paese (peraltro empiricamente inefficaci in Italia). In entrambi i casi servono investimenti per ridurre le disuguaglianze, ma cambiano sia l’obiettivo (dal basso o dall’alto) che la composizione (pubblico/privata). Chissà se si riuscirà prima o poi a discutere di questo, per il futuro del nostro Paese, invece che di contrapposizioni (spesso) strumentali solo per tatticismi legati al consenso elettorale di breve (brevissimo) periodo?

“Tre palle, un soldo”, si sentiva nei Luna Park; almeno, proviamo a migliorare la mira!