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Il sonno della ragione

Spettacolo imbarazzante vedere un inquisitore che non ha titolo che inquisisce chi in realtà non è inquisito di nulla. 

di Ernesto Trotta |

The show must go on? No, per favore, basta! Un format vecchio, frusto, stanco, ripetitivo, falso come un biglietto da due dollari, il talk-show politico mostra ormai lati davvero paradossali, involontariamente comici, caricaturali, almeno per chi vuole guardare con occhi critici e attenti, non distratti dal bambino che vuole giocare o dalla moglie/marito che chiede chi passa in panetteria domani mattina.

Già fior di indagini (addirittura il Censis) mostrano un livello di saturazione molto elevato. Da lì al rigetto totale manca molto poco. Almeno io lo spero ardentemente.

Faccio queste considerazioni a valle della puntata di Piazza Pulita, uno dei maggiori tra i suddetti talk-show, trasmessa giovedì 5 dicembre scorso.

Non era diversa da molte altre prima, per carità, né diversa da molti altri prodotti dello stesso genere, ma la prima ora e mezza abbondante di trasmissione (lo show, come d’altronde Cartabianca, Di Martedì, Dritto e Rovescio, ... ha l’impressionante durata di oltre tre ore… roba da stomaci molto forti.) l’ho vissuta davvero come la pietra tombale, l’ultimo, e vorrei tanto definitivo, chiodo sulla bara del format.

Un pubblico che applaude a comando e non si sa perché, visto che applaude sia il bianco che il nero, applaude forse solo per variare il volume sonoro ed impedire che lo spettatore si appisoli sul divano. Fatto sta che applaude, a proposito o a sproposito, e non c’è un solo motivo razionale che ne giustifichi la presenza, totalmente passiva, in studio.

E poi l’inviato barbuto e sgarrupato che corre e si affanna, con tanto di fiatone, dietro alla personalità di turno, accompagnato da una musica drammatica e incalzante, neanche stesse sbarcando ad Omaha Beach come Robert Capa. Infine, lo raggiunge trafelato, gli pone qualche domanda di prammatica, solo per dimostrare che quello non vuole rispondere (mentre sta salendo su un treno in partenza).

E poi un altro inviato, che va a farsi mandare via da un altro “testimone reticente”, e parla sottovoce, come se stesse rivelando chissà che misteri inconfessabili. Spara frasi piene di “forse”, ”ma allora”, accuse dette e non dette, allusioni, sempre a mezza voce. Poi, linea allo studio, e riparte l’applauso.

Ovviamente ci vuole l’agnello sacrificale, ed ecco il boccone prelibato, Matteo Renzi in persona, che per un’ora viene martellato con domande su cose già dette, ridette, scritte e verbalizzate, di molto dubbia rilevanza politica, ma poste in modo da apparire ultimative, definitive, adesso ti inchiodo io. Ovviamente nessun interesse per temi politici veri e propri, che so, il fondo salva-Stati, la prescrizione dei processi, la manovra, le tasse, gli investimenti, roba di nessuna importanza di fronte al perché l’assegno del prestito fosse intestato ad Agnese anziché a Matteo.

E l’altro che pure incongruamente deve stare al gioco, deve difendersi dall’aggressività dello spietato conduttore, accalorandosi, buttando anche qualche battutina e sorrisetto di troppo, cercando di sdrammatizzare, costretto a rinunciare ad interpretare il ruolo per cui in realtà sarebbe lì, cioè il leader politico.

È uno spettacolo imbarazzante, lo dico da estimatore di Renzi, vedere uno scontro così incongruo tra un inquisitore che non ha titoli ed un inquisito che in realtà non è inquisito di nulla.

Ma le regole dello show prevedono interruzioni continue, bruschi cambi di argomento, salti avanti ed indietro nel tempo, e poi applausi, applausi, un po’ di qua, un po’ di là.

Kung Fu mediatico, sfida a chi resiste di più tra un politico e un giornalista. Col pubblico che dovrebbe decretare lo sconfitto. Pollice giù. Con buona pace alla funzione democratica dell’informazione …

Poi finisce l’ordalia, stacco pubblicitario, e si passa al dopo partita, presenti un giustizialista di professione, un giustizialista d’affezione truccato da giornalista ed un giurista vero: si toccano, si accennano, argomenti di alta dottrina, prescrizione e durata dei processi, e di pruriginosa attualità, come le fondazioni, i partiti, o i finanziamenti alla politica; poi si salta sugli investimenti pubblici bloccati ed alle previsioni sul Governo, su quando si vota e su chi lo fa cadere (il Governo). Mancano le previsioni del tempo. Tutto insieme, senza ordine, saltabeccando senza alcun approfondimento delle rispettive posizioni, una battuta di qua, una di là. Anche il giurista vero viene travolto, e non sapremo mai un suo pensiero compiuto sugli argomenti.

E poi applausi, applausi, ancora applausi. Ce n’è per tutti.

È andata via un’ora e mezza e più. Altro stacco e poi si annuncia un altro set, con l’immancabile ex-ministra Fornero, l’ineffabile Paragone, la giornalista di grido e di moda.

Basta! MI arrendo. Desisto. Zappo col telecomando e vado alla ricerca di un film di 007.

Ecco, questa è la cronaca di una sera, ma è così tutte le sere, praticamente su tutti i canali. Come stupirsi che calino sia audience che share? Il problema però è che comunque alcuni milioni di telespettatori, non proprio un’inezia, sono catturati come ostaggi di questa programmazione, che varrà pure poco, ma poi però si trasferisce sui giornali online e di carta, e poi in altri talk-show, quindi sui social, innescando post, contro-post, tweet, anche articoli come quello che state leggendo, in una catena, una spirale micidiale che tutti ci ingabbia e ci condiziona.

E poi il Censis dice che siamo sfiduciati …

Chi avrà idee innovative per sfuggire a tanto conformismo sarà un benemerito della Repubblica. Ma chi ne ha il coraggio? Chi vorrà osare? E poi, chi vuole rinunciare alla lotta politica fatta con questi mezzi? Chi vorrà ridare all’informazione la funzione primaria in una società democratica, ovvero di permettere l’equilibrata formazione delle opinioni? Figuriamoci…

E intanto scivoliamo, scivoliamo sempre più verso l’assuefazione, verso il sonno della ragione, quello che genera mostri.

Gli anticorpi dobbiamo farceli da soli, se vogliamo resistere e uscire da quest’incubo. Fra gli applausi del pubblico in studio.