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Aspettando l'uomo forte

Il Censis dice che è quello che gli italiani vorrebbero. Siamo proprio sicuri? La realtà racconta un'altra storia.

di Ernesto Trotta |

Ma quale “uomo forte”!? Secondo il Censis, parrebbe che gli italiani avrebbero voglia di un “uomo forte”, capace di curare le tante cose che in questo bello ma sciagurato Paese non vanno.

Se lo dice il Censis, deve essere vero, vuole dire che il campione interpellato ha risposto così. E il campione sarà senz’altro significativo.

Ma siamo sicuri che sia un deus ex machina che gli italiani vogliono “veramente”? Ovvero che lo attendono, lo cercano, sarebbero disposti a dargli poteri, a dargli fiducia, a lasciarlo fare?

Mi permetto di esprimere forti dubbi. Ma proprio fortissimi.

Certo, se intervisti un italiano qualsiasi, di sicuro ti sentirai elencare una sfilza di problemi e di guai pressoché infinita. Quasi tutti verissimi. E lo farà anche in modo “antimoderato”, come dice Galli Della Loggia, ovvero incazzato il giusto, senza indulgenze, senza mediazioni. Pretende, quell’italiano qualsiasi, che qualcuno pensi ai suoi problemi e li risolva. Punto e basta.

Ti sentirai dire che niente funziona a dovere, che le strade, la sanità, la scuola, il lavoro, le tasse, i trasporti, …

E da tanti sentirai invocare un sistema più semplice, più diretto, nel quale uno con i poteri giusti possa far rigare dritto i fannulloni (gli altri, ovviamente), far pagare le tasse agli evasori (sempre gli altri), far nascere posti di lavoro (ovunque, come funghi), ecc., ecc., ecc. Insomma, il mitico “uomo forte”.

Difficile però farsi dire dagli stessi italiani a cosa sarebbero disposti a rinunciare perché tutto il sistema funzioni meglio. “Rinunciare”? Ma stiamo scherzando? Loro chiedono. E che qualcuno risponda, subito, altrimenti, “vaffanculo” (scusate, non è un insulto, è un preciso programma politico, che ha riscosso milioni di consensi, poco tempo fa, e non è detto che non li riscuota ancora, seppure sotto altre spoglie).

Peccato che quelli del “vaffanculo”, una volta al potere, non abbiano risolto proprio nulla, anzi hanno peggiorato e complicato le cose con le loro assurde fisime di bloccare tutto, di dare uno stipendio a chi non fa niente o di regalare due anni di pensione a chi potrebbe lavorare e portare a casa uno stipendio.

Si dirà: ma quelli non erano capaci di fare una O col bicchiere, personale scadente, incompetente, inesperto. Giusto. Innegabile.

Ma quelli di prima? Quelli di prima erano bravini, qualcuno bravo assai (tralascio il capo per non aprire polemiche, ma c’erano fior di competenti nei Ministeri), avevano messo mano ad una montagna di riforme, comprese quelle pesanti, la Costituzione, il bicameralismo, i rapporti Stato-Regioni, la legge elettorale. E poi il lavoro, la scuola, la giustizia, la pubblica amministrazione.
Niente. Neanche quelli andavano bene. Anzi, si denunciava il “combinato disposto” e la “deriva autoritaria”.

Ma come, non volevano l’“uomo forte”? Sì, ma non troppo. Sì, ma che non rompa troppo le scatole. Sì, ma purché non mi tocchi la pausa caffè, il giorno di mutua o di ferie, la supplenza sotto casa, l’articolo 18, o qualsiasi altra cosa che IO ritengo diritto acquisito e quindi INTOCCABILE. Altrimenti, “vaffanculo”. E così è stato.

Non voglio buttarla in caciara, però qualche domanda dobbiamo pur farcela. Quale “uomo forte” vorremmo? Perché se è “forte”, poi comanda davvero e tocca adattarsi, altrimenti è uno che fa solo finta, lascia fare e lascia tutto come prima.

Insomma, la democrazia è una roba complicata, impegnativa, non si presta ad essere manipolata, pena diventare subito “democratura”. E allora poi, altro che sardine, arrivano orche e squali, coi denti aguzzi di un potere maligno e feroce.

La contraddizione è evidente: l’“uomo forte”, se è davvero forte, e a prescindere se sia un autocrate alla Putin o un riformista alla Macron, incide, mette mano, modifica, riforma. E non a tutti va bene: nel primo caso ci saranno cortigiani beneficati e dissidenti emarginati, roba inaccettabile e indigeribile, nel secondo tanti scontenti, “antimoderati”, incazzati e col gilet giallo.

Poi c’è l’ipotesi lassista: si parla tanto, si discute a lungo, si fa ammuina, si fa poco o nulla, ma con ampia libertà di mugugno, e quindi ancora, “vaffanculo”.

“Non c’è via di scampo”, avrebbe detto Giorgio Gaber. Solo che non basta farsi uno shampoo.

Inutile illudersi: quella contraddizione è insita nella nostra cultura, ce la portiamo dietro da secoli, è un misto di anarchismo, di egoismo, di insofferenza alle regole, di furbizia, di assistenzialismo, di chi per secoli è vissuto sottopadrone e non ha sviluppato una diffusa coscienza sociale e civile, laica e razionale. E quindi, al massimo, accetta che “tutto cambi, purché nulla cambi”.

Serve un grimaldello per smontare la contraddizione, e questo grimaldello nessuno ce l’ha, nessuno l’ha trovato finora. Qualcuno ha provato, ma è durato poco.

Per non cadere in depressione, si può solo insistere, insistere, insistere, e fare leva su quella parte di cittadini (che c’è e la vede anche il Censis) che la contraddizione l’ha risolta sulla sua pelle, lavorando onestamente, mettendosi in gioco, pagando le tasse, magari facendo volontariato, educando i figli, insegnandogli che nella vita nulla è gratis e tutto va guadagnato con la fatica, l’intelligenza, lo studio, il rispetto degli altri e delle regole.

Questo grimaldello funziona, ne sono certo. Richiede tempo ma non richiede nessun “uomo forte”. Richiede un uomo (forse meglio, una donna) autorevole, con un potere forte e legittimato democraticamente, una visione ed un progetto nella testa, e non uno stregone, un guru, un ciarlatano.

E così il “vaffanculo” smetterà di essere un programma politico e tornerà ad essere un insulto da maleducati, al quale saremo liberi di rispondere per le rime. A nostro piacimento.