Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

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Interventi

Gioie e dolori del web

Rinunciamo alla nostra privacy per utilzzare servizi online. Nessuno si lamenta. Ma il problema c'è e va risolto.

di Ernesto Trotta |

Ci mancava solo l’improvvida e sconclusionata uscita della Ministra Pisano (Ministra dell’Innovazione!) sulle “password di Stato” per rimandare in vacca ogni parvenza di serio tentativo di ragionare sull’identità digitale e sul codice di comportamento e di gestione della rete!

Quattro parole buttate lì, in pasto alla famelica bestia mediatica che tutto divora. Come se la Ministra dell’Innovazione (sic!) non sapesse valutare la rilevanza dell’innovazione stessa. Roba da grillini …!

Ovviamente le cose sono molto più articolate, persino complicate, e attengono a momenti di utilizzo molto diversi della tecnologia.

Un conto è frequentare la rete col proprio nome e cognome, senza nascondersi dietro all’anonimato, un altro sarebbe quello di depositare presso lo Stato le credenziali di accesso a tutti i servizi, pubblici e privati, della rete stessa.

È quando mi relaziono con gli altri miei simili (relazioni sociali) che devo presentarmi con la mia faccia vera e non con un simulacro. Per rispetto verso gli interlocutori, verso chi mi legge, verso chi mi commenta.

Altra cosa è relazionarsi con le banche, i negozi online, i media, oppure anche con i servizi pubblici.

Non dovremmo mai dimenticare che nessuno di noi si pone o si è mai posto soverchie remore a fornire ad Amazon, a Google, a Facebook, a Twitter, e via dicendo, qualsiasi informazione personale, anche la più riservata. Sappiamo benissimo di essere tracciati, profilati, schedati in tutti i nostri movimenti in rete e persino sul territorio (tramite la geolocalizzazione: c’è un’agghiacciante inchiesta del New York Times in proposito). Lo sappiamo tutti e facciamo finta di non saperlo, illudendoci di navigare in uno spazio di fantastica inesistente libertà. E chi non lo sa, è perché non lo vuole sapere e mette la testa sotto la sabbia.

Il Grande Fratello ce l’abbiamo già addosso da tempo, e senza possibilità di nasconderci, visto che Amazon, per dirne uno, non accetta pagamenti anonimi, ma solo ben individuate e garantite carte di credito.

La cosa non ci provoca sdegno e rigetto? Certo che no, visto che ci concede la splendida possibilità di comprare il regalo al nipotino anche alle due di notte di domenica e farglielo consegnare il giorno dopo al suo domicilio anche in capo al mondo. E così mandare un bonifico all’amministratore di condominio il giorno di Natale o comprare un biglietto aereo per Timbuktu mentre facciamo i nostri bisogni.

È già così: nessuno di noi si lamenta, qualcuno si pone qualche problema, forse, ma poi passa avanti e continua allegramente a smanettare sulla tastiera.

Però da Facebook, o da Twitter, o dalla pagina di commenti di un giornale, pretendiamo di sparare insulti anonimi e persino minacce a chiunque ci stia sulle scatole, dietro la maschera di un nickname di fantasia. Qualcuno ci ha detto che con un po’ di sforzo forse quel nickname potrebbe anche essere scoperto. Ma chissenefrega, tanto nessuno lo fa!

È il regno della massima ipocrisia: i santoni del web, quelli che pontificano dai media, legati nel migliore dei casi ad una visione romantica e fricchettona della rete (come quando le prime radio cosiddette libere negli anni Settanta ci davano l’ebbrezza e l’illusione di poter contrastare la paludata informazione di mamma Rai), i santoni si indignano e sbraitano contro la libertà di espressione negata.

Bambinate. Infantilismo allo stato puro. Spesso pure peloso ed in malafede.

Non siamo mai stati meno liberi (in termini di privacy) di ora. Mai. E ci va bene lo stesso perché è tanto comodo.

Allora, vogliamo sgombrare il campo dalle bambinate e ragionare seriamente di come si possa combinare l’enorme versatilità e praticità della rete con la difesa non tanto della privacy quanto della dignità delle persone?

La privacy, ognuno può decidere di barattarla con la comodità, se lo vuole e lo accetta, oppure può cercare di difenderla da ogni attacco, con il conseguente rischio di limitare fortemente l’uso delle facilities offerte dalla tecnologia.

La dignità no, non è negoziabile, non è svalutabile; come la responsabilità personale, essa è legata alla nostra essenza di cittadini in democrazie moderne e liberali. E non dobbiamo tornare indietro.

Io sono io, col mio nome e la mia carta di identità. E vorrei sapere con chi sto interloquendo, guardarlo in faccia, anche su un monitor, e sapere cosa ha da dirmi, ammesso che abbia qualcosa da dirmi.

Vivere in società significa questo. Non c’è via di mezzo. O siamo noi, sempre, o siamo una indistinta marmellata di cialtronaggine, alla mercé di chiunque ci offra un qualche servizio in cambio delle nostre abitudini, dei nostri vizi, delle nostre manie. Una massa indistinta, nelle mani sapienti e spregiudicate di pochissimi Grandi Fratelli.

E noi contenti di poter mandare qualcuno affanculo, illudendoci di restare nell’ombra.

Da vigliacchi, da codardi, da sciacalli pronti a sbranare chiunque ci capiti a tiro di tastiera.

Non c’è nulla di civile in tutto questo, come neanche nell’affidare i propri movimenti, la propria vita, le proprie abitudini a sconosciuti ectoplasmi informatici, animati dal solo intento del massimo profitto e senza alcuno scrupolo “democratico” e civile.

E poi ci lamentiamo dello Stato invadente?

Chi ha voglia di riprendere il discorso in modo serio e propositivo lasci perdere le boutade da varietà alla radio e si impegni a trovare soluzioni ragionevoli, praticabili, civili.

Fra qualche anno forse rideremo di questi problemi: o perché li avremo risolti, forse, o perché ne saremo rimasti vittime. Per sempre.