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La prescrizione non è un privilegio

Abolirla per adattarsi a un'inefficienza dello Stato è un errore.

di Ernesto Trotta |

Quelle che seguono sono considerazioni di un cittadino non giurista, non avvocato, non esperto del settore, ma solo di un cittadino appassionato di relazioni sociali, che cerca di vivere coscientemente il proprio tempo. Forse userò qualche termine improprio ma non vogliatemene: siamo tra amici. Il fatto è che sento che anche tra amici c’è qualche esitazione sul tema.

Partiamo dunque dai principi. Il contratto sociale in una moderna società democratica è basato sull’accettazione di regole di comportamento, codificate in leggi (ma a volte anche in consuetudini), ed in meccanismi istituzionali, come la divisione dei poteri e le relative attribuzioni di competenze.

La violazione delle regole è sempre soggetta ad una qualche forma di riprovazione, graduata a seconda del danno che il comportamento deviante ha comportato per la società.

La forza della legge sta nel sancire che il contratto non può essere violato senza subire le opportune conseguenze. A volte basta solo un’occhiataccia di un genitore, a volte serve un processo complesso per la determinazione delle responsabilità e la definizione delle pene da scontare.

Eh già, perché le conseguenze sono “pene” (occhiatacce, ammonizioni, sanzioni pecuniarie ed amministrative, affido a lavori socialmente utili, arresti domiciliari, carcere, carcere duro, …), che la società, con gli organi preposti, ha il potere di infliggere a chi contravviene alle regole.

È evidente che qualsiasi forma di lassismo, o peggio di ammiccamento o connivenza con i colpevoli, qualora si verificasse, è da considerare a sua volta una grave devianza; ma queste dovrebbero essere eccezioni, da tenere sotto debito controllo e limitare al livello più basso possibile.

Il risarcimento dei danni per le vittime costituisce un capitolo diverso ed avviene normalmente con il procedimento civile a carico dei responsabili, procedimento che non a caso non prevede alcuna prescrizione, se non in casi molto particolari.

Lo Stato, attraverso la giustizia penale, deve invece garantire a tutti i suoi cittadini un procedimento regolamentato, per garantire sempre il legame tra il reato, il/i responsabile/i e le pene.

Lo scopo è ribadire che chi delinque viene punito, e non in nome delle vittime, ma in nome del popolo (incluse le vittime), che ha accettato il contratto sociale e ne ha delegato la gestione al legislatore ed alla magistratura. Così come si delega l’uso della forza e delle armi alle strutture di pubblica sicurezza, evitando così, checché ne dica quel sincero democratico di Matteo Salvini, di girare armati come nel far west e di trasformare le città e le campagne in un OK Corral, dove chi è più veloce spara per primo.

Consegue che la condanna (eventuale) non ha un valore in sé (hai sbagliato e ti punisco), ma solo in quanto ribadisce il principio che violare le leggi comporta le proporzionali conseguenze del caso, senza eccezioni.

Consegue pure che lo Stato deve monitorare l’evoluzione del cittadino condannato (che resta tale anche in galera) e seguire l’eventuale suo processo di “redenzione”, per permettere un suo reinserimento nella società, qualora le condizioni lo permettano.

In quest’ottica nulla può essere considerato “definitivo”, ragion per cui né pena di morte né ergastolo “fine-pena-mai” possono essere accettate in uno Stato moderno.

La pena di morte sopprime il cittadino condannato e impedisce qualsiasi processo di recupero (oltre che il riconoscimento di sempre possibili e non infrequenti errori giudiziari), mentre l’ergastolo deve comunque permettere un processo di ravvedimento nonché l’eventuale revisione del processo e la correzione dell’errore giudiziario.

La necessità della prescrizione, con tutte le cautele e le precauzioni del caso, non deriva da un problema organizzativo o di costi di gestione del processo giudiziario, ma dal fatto che non si può mai perdere il legame, anche temporale, tra il reato, l’eventuale condanna e la pena.

Proprio perché tutto il processo deve servire a ribadire che il contratto sociale non deve essere violato, non è quindi ammissibile che esso duri un tempo indefinito o resti sospeso, salvo che per reati di particolare efferatezza o gravità.

La prescrizione dovrebbe quindi essere un’eccezione a garanzia di quanto sopra, mentre è solo in presenza di palesi inefficienze della macchina investigativa e giudiziaria che essa diventa “un’arma impropria” per farla franca. Un processo senza fine non nuoce agli avvocati, che sono pagati dai clienti finché il procedimento è in vita, non nuoce ai giudici, che tanto di processi in corso ne hanno sempre una grande quantità e che potrebbero anzi vedere con favore il rinvio del riconoscimento di eventuali errori nelle indagini, non nuoce ai colpevoli, che rimandano sine die il riconoscimento della loro colpevolezza e quindi della pena.

Nuoce solo, e molto, agli innocenti, che devono adattarsi a vivere senza essere riconosciuti tali, col sospetto, l’angoscia, l’incertezza di un futuro che potrebbe non arrivare mai.

Insomma, lo Stato deve operare non in funzione delle sue inefficienze, che deve anzi sforzarsi di correggere, ma in modo da fornire il servizio che dai cittadini, comprese le vittime, gli è stato affidato.

E la legislazione non dovrebbe mai essere modellata sulle inefficienze del sistema, ma dovrebbe favorire il loro superamento.

Ho fatto queste considerazioni, forse banali, solo per mettere in fila alcuni principi che a mio parere devono essere alla base di una società civile e moderna. Gli esperti veri potranno eccepire sulla forma, ma sulla sostanza credo che non dovremmo nutrire dubbi, e quindi evitare a tutti i costi di accettare un obbrobrio come la legge Bonafede senza sollevare un pandemonio.

Anche senza scomodare Beccaria, basti ricordarsi che se una macchina non funziona bene va aggiustata, e non si deve considerare normale il suo malfunzionamento, adattandosi alle conseguenze.

È una battaglia di civiltà. E ci riguarda tutti, che su quella macchina, un giorno o l’altro, potremmo essere costretti a salire, anche senza alcuna responsabilità.