Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Interventi

Come fermare la corrida mediatica

Altro che talk show! Certe trasmissioni offrono uno spettacolo cruento inchiodando il malcapitato ospite di turno. 

di Ernesto Trotta |

Giovedì sera, alle otto e mezzo, è andata in onda l’ennesima rappresentazione di corrida mediatica, genere di spettacolo cruento ed altamente emotivo, ancora e sempre molto in voga presso alcune reti televisive “indipendenti”, che se ne pascono smodatamente.

L’arena è delle più rinomate, quella della inflessibile e tremenda signora Minosse-Gruber, maitresse che toglie e dà, che dispone della parola altrui come del filo di una Parca (cercatevi dettagli su Wikipedia).

Il torero, non più giovane ma sempre rampante, aggressivo e soprattutto spietato, è tra i più accreditati nell’ambiente; discepolo del grande Manolete-Travaglio, parlo del prode Andrea Scanzi, ovviamente.

Il toro, il predestinato toro, questa volta è impersonato dal malcapitato Luigi Marattin, deputato, ahi lui, di Italia Viva, partito senza difficoltà riconducibile al mefistofelico, machiavellico, demoniaco, innominabile ma sempre nominato antipaticissimo Matteo Renzi.

Assiste, come pubblico non pagante, uno degli indiscussi maestri del cerchiobottismo italiano, quel Massimo Franco del Corriere della Sera (è sera, in effetti…) che pavlovianamente non riesce a dire bianco se subito non dice anche nero, ma spesso anche grigio, con tutte le sfumature del caso.

Si discute di prescrizione, di economia, di lavoro, delle malefatte di Salvini, insomma di argomenti stuzzicanti, ma con un evidente assunto in comune: le posizioni del deputato Marattin, o di Italia Viva, in quanto emanazione renziana, sono certamente esecrabili, indifendibili e mirano comunque allo sfascio della situazione politica, essendo questo il leitmotiv di tutta la stagione riconducibile al maledetto Fiorentino.

Peccato che sia difficile dimostrarlo con argomentazioni fattuali (per dirla alla Feltri), perché il Marattin ha buon gioco a dire che le proposte e le posizioni del suo partito sono tutt’altro che assurde, anzi, regolarmente diventano patrimonio comune dopo essere state immancabilmente sbertucciate e bollate come eversive. A partire dal forzoso accordo col M5S in agosto, all’impostazione della Finanziaria (niente aumento dell’IVA e niente tasse selvagge), alle banche, allo sblocco dei cantieri, alla prescrizione, e via discorrendo.

Difficile, davvero difficile.

Ed ecco che allora scatta la strategia “fine-di-mondo”. Il prode Scanzi, in evidente difficoltà dialettica sui contenuti, sfodera l’arma finale, e con quella batte e ribatte, martella, inchioda, crocifigge il povero malcapitato torello Marattin.

“Tu non esisti!”, ripete assillantemente, “Non esisti in natura!”, “Non ci siete, persino Calenda (sic!) conta più di voi! Siete Forza Italia Viva!” declama, anzi dardeggia, in un crescendo di parossismo. Non tira fuori l’aglio ed il crocifisso, ma è come se lo facesse… Spara comunque anatemi, non opinioni.

Beh, pensateci un attimo: quando uno ti dice che non esisti, che non hai identità (o hai l’identità di un altro), tu puoi essere anche un retore ateniese professionista, o un Catone al quadrato, ma non puoi ribattere nulla. Qualunque cosa dici, qualsiasi affermazione tu fai, è inutile. Puoi declamare tutto l’Inferno a memoria o dimostrare il quinto Postulato di Euclide (cosa notoriamente impossibile) o il teorema di Fermat (altrettanto), ma se ti viene negato il diritto all’esistenza, all’identità, hai perso in partenza. Sei mediaticamente e dialetticamente spacciato. Come se in un match di box l’avversario ti picchiasse protetto da uno scudo impenetrabile, o le tue braccia fossero legate.

È un artificio dialettico sommamente immorale, forse vietato anche dalla Convenzione di Ginevra, oltre che dal più corrente e normale galateo.

Ma è anche la tecnica raffinata, messa a punto in secoli di inquisizione, per togliere all’avversario la dignità di avversario e ridurlo in stato di soggezione fisica e psicologica. Non per farla grossa, ma solo per capirci, se riconduco l’eretico a Satana, essere transumano e dannato, posso annichilirlo senza remore morali. Se nego l’identità umana degli ebrei, posso più tranquillamente perseguire la loro cancellazione. Se, più banalmente, sistematicamente ignoro e squalifico l’esistenza, l’identità, di un collaboratore sgradito, posso facilmente emarginarlo ed additarlo come nemico comune dell’organizzazione: si chiama mobbing ed è un reato perseguito dalla legge.

Bene, anzi male. Nella nostra corrida il torero martella che il toro non esiste e con ciò lo condanna alla scomparsa dialettica e mediatica. Una crudeltà senza fine.

Non ci sono contromisure attuabili, non c’è dialettica che tenga. O un’autorità esterna denuncia il processo in corso oppure si subisce, fino in fondo.

Si potrebbe provare a denunciare quanto avviene, a scoprire il gioco, a sottrarvisi manifestando in chiaro quanto avviene, ma in un ambiente ostile è oggettivamente difficile.

Bisognerebbe che ci fosse l’autorità esterna, che non partisse l’immancabile e indiscutibile “Punto di Paolo Pagliaro”, dopo il quale Minosse avvolge la coda e spara il verdetto finale.

Pubblicità e linea a Formigli. Parte un’altra corrida. Chi sarà il toro stavolta?