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Interventi

Ambientalismo e mito del buon selvaggio

L'evoluzione del mondo cambia tutto, anche il suo protagonista principale.

di Nicola Capozza |

J.J. Rousseau ha messo l’uomo moderno in grave crisi.

Il suo dito accusatore puntato contro la società moderna viene ancor oggi alzato da una fetta cospicua del movimento ambientalista (e populista, con la piattaforma “Rousseau”), che vede nello sviluppo economico e scientifico non una risorsa ma nel suo contrario.

“Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo”, inizia così l’ “Emile” di Rousseau. La Società corrompe, insomma.

 Il grande filosofo svizzero, lo dico a sua difesa, non poteva immaginare tre secoli fa che il nemico più acerrimo dell’ambiente sarebbero state proprio la povertà, l’arretratezza tecnologica e scientifica, per la semplice ragione che le risorse naturali della Terra non sono infinite, per di più rispetto ad una popolazione che sarebbe cresciuta di miliardi di anime, e che la creatività dell’intelletto avrebbe potuto inventare nuove combinazioni chimiche o di materiali alternativi che potevano sostituire ciò che esiste in natura.

Invece, movimenti simil-tipici anticapitalisti, sia di estrazione di sinistra sia di quella cattolica si ritrovano insieme (non è, infatti, una novità) per l’ultimo (o penultimo) appello a salvare il Globo e la sua creatura: l’Uomo. Due (quasi) teologie e teleologie si incontrano spesso in un confuso ambientalismo contro il male comune della società: la sua crescita. Rinasce, come dicevo, il mito del “buon selvaggio” in versione globale.

Settori ampi  della sinistra, insieme a quelli del cattolicesimo, stanno cioè usando il grimaldello per difendere (difendere?, meglio sarebbe: valorizzare) l’ambiente per sostenere la propria ideologia o religione. I primi, per impugnare il grimaldello volto a scardinare il sistema capitalistico, resistito ai loro strali novecenteschi; i secondi, per inverare il messaggio divino della intoccabilità della Creazione.

Basta pensare, ad esempio, ai film di Ermanno Olmi, regista cattolico. Due su tutti: “L’albero degli zoccoli” e “Cento chiodi”. Due bei film, certo, che però trasmettono quel mito del “buon selvaggio”, contadino, comunitario, conservatore dei vecchi valori minacciati oggi dalla modernità.

Io credo, però, che, anche in questo ambito come in quello scientifico, le teorie evoluzioniste siano prove provate rispetto a quelle creazioniste. Voi lo vedreste l’Uomo selvaggio sopravvivere all’evoluzione sociale moderna? Non lo abbiamo visto, infatti, per la semplice ragione che l’Uomo, se è sopravvissuto, non è stato per difendere la natura e la sua natura (sarebbe stato estinto dalla selezione darwiniana), bensì grazie alla Cultura, alle invenzioni, alle scoperte scientifiche, al suo ingegno, al suo guardare al futuro. Si pensi solo al gran salto evolutivo che l’Uomo ha compiuto per passare solo dallo stato di raccoglitore a quello di cacciatore: l’arma di caccia, una protesi artificiale al posto di quella naturale lo ha salvato e portato ai giorni nostri. Si parla tanto oggi di macchine intelligenti. Esse non esistono, quello che esiste di intelligente è solo il rapporto tra macchina e Uomo. Il futuro dell’ambientalismo lo vedo cosi: Cultura e intelligenza umana da una parte e progresso scientifico, crescita dall’altra.