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Perchè l'anonimato sul web fa male

Sentenze assurde. Una dipendente offende sui social il proprio datore di lavoro. Ma nessun giudice può condannarla. 

di Ernesto Trotta |

Chi tra di voi, miei pochi e pazienti lettori, fosse come sono io un appassionato frequentatore de “La Settimana Enigmistica”, certamente conoscerebbe la rubrica “Se voi foste il giudice”.

Per chi non ama gli enigmi, dirò che la rubrica sottopone al lettore dei veri casi giudiziari, esponendo succintamente le tesi dell’accusa e della difesa e chiedendo di cimentarsi nelle vesti del giudice giudicante. Ovviamente è un gioco, ma con basi reali.

Del caso viene fornita (in altra pagina) la soluzione, desunta dalle reali motivazioni della sentenza, solitamente emessa in via definitiva della Corte di Cassazione.

Nell’ultimo numero in edicola la rubrica propone un caso che ci aiuta a capire quante balle ci raccontano quelli che ci dicono che non serve, non è possibile, non si deve, è immorale, è incostituzionale e quant’altro, istituire un codice della rete. Sull’argomento mi pare di avere già scritto qualche riga…

Si racconta di una diatriba sorta tra una dipendente sindacalista ed un datore di lavoro, già normalmente ai ferri corti per motivi, diciamo così, professionali. Ma non è questo il tema.

Ad un certo punto il datore di lavoro trova su un profilo social intestato alla dipendente alcuni pesanti insulti nei suoi confronti.

Si rivolge quindi alla Magistratura per vedersi riconosciuto il reato di diffamazione a mezzo Web.

Tralascio i dettagli (chi vuole, se li legga direttamente sulla rubrica) per arrivare alla conclusione, alla sentenza davvero sorprendente e sconcertante: assoluzione.

Assoluzione perché “in mancanza della prova inoppugnabile che il commento offensivo contro il datore di lavoro sia stato scritto dalla dipendente piuttosto che da altri soggetti, l’accusa penale non può trovare accoglimento” (sentenza del 2018).

Vi rendete conto dell’assurdità, non della sentenza, che evidentemente ed indubitabilmente è scritta in punta di diritto (in Cassazione ci sono fior di professionisti!), ma della attuale situazione, con le leggi ad oggi vigenti?

Il giudice non ha gli strumenti legislativi per ricondurre un profilo social alla persona a cui è intestato, con nome e cognome. Figuriamoci se quel profilo fosse di un troll, un bot, un fake, o una delle mille diavolerie che certi signori incontrastati ed incontrastabili della rete hanno inventato per avvelenare i nostri rapporti sociali!

È mai possibile che di fronte alla lampante evidenza di una diffamazione (leggete il caso, o credetemi: è proprio così!) la Cassazione, non l’ultimo Pretore di provincia (lo so, non esistono più i Pretori, da vent’anni e più, ma io sono rimasto legato ad Alberto Sordi di “Un giorno in Pretura”, spassosissimo film del 1953 – avevo solo un anno: l’ho visto dopo…), la Cassazione dicevo non possa procedere ad una condanna, perché non c’è alcuna responsabilità oggettiva del titolare su quello che compare in un suo profilo social? Ma che razza di società è questa? Come si può permettere una simile barbarie, per di più celata dietro l’ipocrisia dominante della privacy (che ho già dimostrato essere continuamente violata e stra-violata) e della libertà di espressione, che diventa libertà di offesa, insulto, minaccia?

In realtà siamo talmente anestetizzati dalle chiacchiere dei santoni del Web che di questo argomento non importa a nessuno. Questa è la verità. Nessuno se ne occupa, nessuno ne discute, la politica ha altro a cui pensare, e io, che continuo a scriverne costantemente, sembro essere diventato un monomaniaco: qualcuno mi guarda con compassione, un risolino, come se fossi un tipo un bel po’ svitato.

Ma io non mollo. Sono un abruzzese cocciuto e se qualcuno mi dà una mano gliene sarò grato, altrimenti continuerò imperterrito.

Fino a quando sarò rimasto solo e mi toccherà chiudere la porta e spegnere la luce. La fantastica rete, “libera” da opprimenti norme e codici, ci avrà assonnato tutti.

Non sarà stato il 1984, forse arriveremo al 2024, con una quarantina d’anni di ritardo, ma il destino è quello. Forza, un piccolo sforzo, ci siamo quasi!