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Una riforma di facciata

Il reddito di cittadinanza non ha eliminato la povertà. E l'abolizione della prescrizione non risolverà i problemi della giustizia. Anzi...

di Ernesto Trotta |

Finisce a “tarallucci e vino”?
Tanto rumore per nulla?
Montagne e topolini?

Tutti i più classici luoghi comuni, per dire che alla fine non s’è risolto niente? Parlo della prescrizione e dei processi penali, ovviamente.

Nella migliore tradizione dei giustizialisti populisti, l’importante è piantare bandiere, è sollevare il massimo della polvere per far credere che finalmente i problemi vengono affrontati con decisione e portati a soluzione. Ma quando mai?

È solo il tipico approccio pentastellato, secondo cui basta andare su un balcone e dire che la povertà è stata sconfitta ed un finto popolo osannante, insieme alla grancassa mediatica, certificherà l’impresa. Bravi. In realtà è tutta fuffa. Sia la sconfitta della povertà che la riforma della prescrizione. Vediamo perché.

La prescrizione dei reati è un istituto che dà al cittadino la garanzia che c’è un termine (bello lungo, mica quello accorciato della legge Cirielli, ad usum Berlusconi!) all’attività giudiziaria e che lo Stato, se dopo un congruo periodo di tempo non è riuscito a portare a termine un processo, rinuncia, salvo per reati di particolare gravità, alla sua facoltà di perseguire il reato e tutto finisce lì.

È chiaramente la dichiarazione di un fallimento, una scappatoia, un provvedimento di emergenza, che dovrebbe coprire pochi e particolari casi marginali; mai dovrebbe diventare un “normale” strumento di gestione della giustizia. Non è difficile da capire. I processi bisogna farli e concluderli in “tempi ragionevoli”, come prescrive la Costituzione.

Purtroppo, la realtà è ben diversa, per una congerie di ragioni, alcune di origine remota.

In Italia esiste l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 della Costituzione): vuol dire che, se un PM riceve, in un modo o nell’altro, una qualsiasi “notizia di reato”, è obbligato ad aprire un fascicolo e teoricamente a fare un’inchiesta completa che porti o ad una archiviazione oppure ad una o più incriminazioni, con relativi rinvii a giudizio, processi di primo, secondo grado ed eventuale Cassazione. Obbligo significa obbligo, nessuna deroga.

Ecco quindi che presso le Procure nascono decine di migliaia di procedimenti che la struttura giudiziaria non è ovviamente in grado di gestire. I PM estraggono quindi quelli di maggiore rilevanza, quelli “importanti”, di peso, mentre gli altri restano lì e dopo un po’ di tempo vengono prescritti, senza che si sia fatto praticamente nulla.

Se non sbaglio, circa due terzi delle prescrizioni cadono in questa categoria.

Insomma, la prescrizione diventa un istituto di “igiene” delle Procure: un mero espediente per aggirare le conseguenze dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Gli altri procedimenti naturalmente procedono, e seguono le trafile previste per legge, compatibilmente con la rapidità degli inquirenti, con la capacità degli avvocati, l’organizzazione degli uffici, la disponibilità dei giudici, …

La prescrizione comunque fornisce da una parte una garanzia agli imputati, ma è anche vero che dall’altra può essere usata in modo strumentale e dilatorio per condurre ad estinzione processi scomodi.

E qui veniamo al dunque.

La logica manichea giustizialista e populista individua un problema e lo abbatte: non lo risolve, lo abbatte, fregandosene di quello che l’abbattimento si porta dietro.

È evidente a chiunque che il vero problema è la durata dei processi, non la prescrizione, ed è sulla durata che bisognerebbe lavorare, cercando nuove forme organizzative, nuovi strumenti tecnologici, nuove procedure, per far sì che si arrivi ad una conclusione rapida, nel rispetto del dettato della Costituzione. La prescrizione è un mero accidente e non meriterebbe tutta questa attenzione.

Ma è un problema “più facile” da abbattere e da comunicare: quindi si insiste su quella, sostenendo pure che le complicazioni che tale riforma provocherebbe nelle Procure costituiscano uno stimolo ad operare ad una vera riforma del processo. Una bambinata: come se bastasse aumentare a dismisura il casino per costringere a mettere un po’ d’ordine.

Il tutto viene condito con aspetti accessori, il “rispetto delle vittime”, come se la giustizia operasse in nome delle vittime (sarebbe vendetta e non giustizia) e non in nome del popolo che, tutto intero, vittime comprese, delega alla magistratura l’amministrazione della giustizia. Le sentenze vengono infatti emesse “in nome del popolo italiano”.

Non a caso il risarcimento dei danni alle vittime segue tutto un altro processo, quello civile, che non prevede alcuna prescrizione. Le vittime comunque colpiscono l’emotività, e allora vai con le lacrime.

Veniamo a noi. La legge Bonafede, approvata dal governo Conte 1 ed in vigore dal 1^ gennaio scorso, praticamente abolisce la prescrizione all’emissione della sentenza di primo grado. Da lì in avanti non c’è dunque più limite alla durata del processo, che può concludersi anche dopo anni e anni, lasciando gli interessati, colpevoli o innocenti che siano, in un limbo senza fine certa. È palesemente una sciocchezza, contro la quale si sono ribellati un po’ tutti gli interessati, dagli avvocati ai giudici, alle persone di buon senso.

Tutti a dire che è sulla durata del processo che bisogna lavorare, e che bisogna farlo presto e bene. Peccato che è cosa un po’ più complessa che non abolire l’istituto della prescrizione; richiede studio, discussione, sforzi organizzativi ed anche finanziari, politica, insomma. Tutte cose con poco effetto mediatico, poco urlabili e comunicabili tramite i social, sommari ed approssimativi.

Ma i cinquestelle su questa palla hanno scommesso e non vogliono perderci la faccia; e con loro il codazzo dei Davigo, Travaglio, Gomez, e giustizialisti vari.

Si aggiunga anche che il famoso avvocato, Presidente del Consiglio pro-tempore, ha fatto sapere che guarda con fastidio a definizioni come giustizialismo o garantismo: “questo o quello per me pari sono”.

Lui vola più alto. Tanto in alto che come Icaro rischia di bruciarsi le ali, perché il garantismo è previsto dalla Costituzione, mentre il giustizialismo è un’aberrazione di stampo peronista.

Buon senso e saggezza richiederebbero quindi che si passasse subito all’elaborazione ed all’esame di una profonda riforma del processo penale, che risolva anche l’ipocrisia dell’obbligatorietà dell’azione penale, e garantisca che anche in Italia si possa contare su una giustizia rapida ed efficace. Invece dobbiamo perdere tempo sui capricci di Bonafede, che deve difendere la bandierina della prescrizione.

Per non fargli fare brutta figura, ora si è ulteriormente complicato il problema, aggiungendo alla sua legge una surrettizia distinzione di procedura tra assolti e condannati nel processo di primo grado, come se la Costituzione non considerasse tutti innocenti fino alla fine del processo. Insomma, un casino che a tutt’ora non si sa bene come andrà a finire.

Una cosa comunque è certa: la colpa è di chi ha appalesato il gioco del cinquestelle e pretende un approccio più razionale.

Come finirà? Difficile fare previsioni.

Intanto la discussione sul sesso degli angeli prosegue e impazza, mentre pare si stia facendo largo l’idea che si tratti solo dell’ennesimo attacco dell’ideologia gender all’integrità della famiglia…