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Le riforme (e Renzi) fanno paura

Il suo governo è stato l'unico ad aver tentato di rilanciare l'Italia. Una colpa che non gli viene perdonata.

di Ernesto Trotta |

I recenti fuochi d’artificio tra Matteo Renzi e il resto del mondo costringono a qualche considerazione sulla posizione di Renzi medesimo, e del piccolo (almeno per ora) partito che ha fondato, nello scenario politico italiano.

Michele Serra confessa di sentirsi un “gonzo” ad avergli creduto, insieme ad altri milioni di “gonzi”, e ad avere fatto affidamento sulla sua leggerezza, e sulla sua modernità riformista, trasformatasi oggi in una postura da Ghino di Tacco, o addirittura da Mastella, o peggio ancora da Bertinotti.

Altan lo raffigura in una vignetta con un ghigno sadico da demolitore seriale.

Sergio Staino vestito da “marine” immerso nella merda. E via così.

Serra, Altan, Staino non sono persone qualsiasi, sono figure di riferimento per milioni di cittadini di sinistra, di centrosinistra, riformisti, progressisti, non pericolosi bolscevichi o insidiosi populisti.

E non si può ignorare che il comune sentire, sintetizzato da così rispettabili opinion maker, sia quello, aggravato dall’accusa di muoversi solo per visibilità personale o per bieca smania di potere, a cominciare dalla tornata di nomine in arrivo. Una figura quasi completamente negativa, ammantata di tic, di coazioni a ripetere errori su errori, sempre sopra le righe ed oltre le righe.

Ma cosa è successo? È davvero così? C’è forse qualcosa su cui fermarsi a riflettere? Certo che c’è. E pure tanto.

Diceva Andreotti che non basta avere ragione, bisogna anche avere qualcuno disposto a dartela: è un po’ l’essenza della politica. Devi incidere: se vuoi essere utile, devi lasciare un segno, devi ottenere risultati tangibili ed inoppugnabili.

Cercare visibilità non è un difetto, anche perché un politico, o una forza politica, che non cerchi di essere visibile, rischia di essere irrilevante. Quest’accusa da sola non sta in piedi. Visibili sì, allora, ma anche determinanti. Altrimenti si sparisce, o si viene fatti sparire.

Certamente Renzi ha intorno un ambiente che gli è fortemente ostile: il suo ex Partito, i media, gli intellettuali, i social, gran parte del sentimento popolare, non da oggi manifestano insofferenza, fastidio, poca propensione a soffermarsi sul merito delle questioni, e battono assiduamente solo sulla modalità, spesso fortemente assertiva, con cui esse sono portate in evidenza.

Questa ostilità è tangibile, è stata costruita nel corso degli anni di governo, fino alle ultime settimane della campagna per il referendum del 2016 e da allora non ha fatto altro che crescere. È una realtà ambientale, una “condizione al contorno” con la quale fare i conti.

Questa ostilità è cresciuta man mano che il processo riformatore prendeva corpo, minacciava e toccava reali interessi costituiti, caste e corporazioni potenti. Tre anni di vorticosa attività riformista hanno spaventato un sistema che era abituato al “quaeta non movere”, al gattopardismo, al consociativismo, alla tattica del rinvio, dei piccolissimi passi. Il turbine di attività, a volte anche disordinate e frettolose, del triennio 2014-2016 ha scosso i nervi di molti, che hanno cercato in ogni modo di far sì che il fenomeno si arrestasse e si rientrasse nella “normalità”.

Ciò malgrado, l’uomo, pur trasformato in un comodo puntaspilli, è restato centrale e determinante, fino alla “mossa del cavallo” di agosto, che ha permesso la nascita del governo Conte bis con PD e M5S.

In quel momento Renzi ha giudicato che l’agibilità politica all’interno del PD fosse praticamente azzerata (e come dargli torto?) ed ha deciso di uscire, formando Italia Viva, che però adesso deve cercare la “sua” agibilità politica.

Come? Con che mezzi? Con che linguaggio? Su quali temi?

È oggettivamente difficile per una piccola forza, in un ambiente ostile, costruirsi uno spazio di agibilità, ma proprio per questo bisogna sforzarsi di guardare lontano e giocare tutto sulla serietà e sulla credibilità. Bisogna selezionare i bersagli e colpire giusto: l’uno contro tutti rischia di essere esiziale e condannare all’isolamento. Proprio quando bisogna invece dimostrare di essere determinanti.

Smontare il M5S, ad esempio, è un obbiettivo nobile ed opportuno, visto che il nocciolo del populismo è in quella anomala forza politica, ma forse procedere per accerchiamento è più utile che tentare lo sfondamento diretto, vista anche la crisi esistenziale nella quale il movimento si dibatte.

In ogni caso bisogna portare a casa risultati incontestabili, che nessuno possa mistificare o nascondere dentro un polverone mediatico.

E il linguaggio deve essere commisurato al risultato che si vuole ottenere, pena il rischio di ottenere l’effetto opposto.

Ripeto, è difficilissimo, ma la sfida è quella.

Non dare tregua, incalzare, è importantissimo, purché si resti nella concretezza delle proposte e non si sfoci solo nella contrapposizione ideologica, facilmente mistificabile.

Non c’è dubbio ad esempio che sulla prescrizione Renzi abbia mille volte ragione, ma per adesso è rimasta in vigore la legge Bonafede, intatta, e lo resterà chissà fino a quando, legata com’è alla riforma del processo penale, vera chiave di volta, ma argomento non certo dei più facili e rapidi da affrontare.

Ecco, io, che sarei uno dei “gonzi” di Serra, confesso di non sentirmi tale, ma anche di non avere soluzioni in tasca. Posso soltanto invitare a riflettere, a pianificare, a ponderare ogni iniziativa e prepararla nel modo più utile e adeguato. Qui si stanno giocando le sorti di un Paese che ha enormi problemi ed enormi potenzialità.

Non si può rischiare di metterlo nelle mani dei sovranisti, né rischiare di lasciarlo in quelle dei populisti.

Renzi e Italia Viva (e non solo loro, visto che il PD ha un prevalente peso parlamentare) hanno la responsabilità di tenere il treno nei binari: se si viaggia veloci gli scossoni sono inevitabili, va bene, ma abbiamo visto che basta uno scambio difettoso e si vola fuori, con conseguenze disastrose. Eppure, bisogna accelerare. Gli scossoni da fermo sono francamente inaccettabili.

A fine anno avevo azzardato un rischioso parallelo tra Renzi e Don Chisciotte (lo spunto era di Luca Medici/Checco Zalone), auspicando che un ipotetico saggio e pragmatico Sancho Panza aiutasse a tenere le redini del focoso destriero Ronzinante, sul quale galoppa il Cavaliere della Mancha. Non so se sia la soluzione, mi auguro solo che si riesca a non buttare via parecchi utili anni di riformismo, abbozzato ed incompleto quanto si vuole, ma l’unico tentativo serio, dal tempo del governo Prodi/Ciampi, di mettere mano agli annosi problemi del nostro Paese.

Piedi per terra e testa sul collo, questo il consiglio.

Molto altro da un “gonzo” non ci si può aspettare.