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Il vizietto del Pd

Mettere all'angolo i leader che hanno avuto più successo e realizzato riforme: è accaduto a Prodi, poi a Veltroni e infine a Renzi. 

di Ernesto Trotta |

“Tre donne intorno al cor mi son venute…”
(Dante Alighieri, Rime, 47, “della Giustizia”).

 

Dopo oltre sette secoli questo verso, scritto dall’esilio, assume una nuova attualità ed una nuova brillantezza nel fosco panorama politico italiano.

“Tre donne…”: in realtà non sono donne, ma sono tre personaggi, cui il centrosinistra italiano deve tutta, o quasi tutta, la sua storia recente, i suoi successi con le conseguenti sconfitte, le impennate verso il riformismo e le picchiate verso la restaurazione. Gioie (poche) e dolori (tanti). Speranze illusioni disperazione (per qualcuno).

Chi sono? Ma è evidente: Romano Prodi, Walter Veltroni, Matteo Renzi.

Negli ultimi 25 anni sono loro e solo loro che hanno provato a mettere mano alla vecchia e consociativa Italia di fine XX secolo ed a portarla, attraverso un percorso di riforme, verso il nuovo millennio, meglio attrezzata e competitiva nei riguardi del consesso degli Stati importanti, sia quelli storici che quelli emergenti.

Hanno “provato”.“Fare o non fare. Non c’è provare!” ammoniva il maestro Yoda un giovane Luke Skywalker. E infatti i risultati, almeno fino ai primi due decenni del XXI secolo, sono scarsini, deludenti, e per certi aspetti, anche preoccupanti.

Romano Prodi (classe 1939, emiliano), professore, ex-Presidente dell’IRI, con la preziosa collaborazione di Carlo Azelio Ciampi, ci ha portato nell’Euro, ci ha tenuto nel novero delle Nazioni che contano, novero dal quale rischiavamo di uscire dopo il terremoto di Tangentopoli e l’avvento del berlusconismo proto-populista. Due anni di gloria, e poi spazzato via da D’Alema e Cossiga, per tramite di Bertinotti. Presidente della Commissione Europea in un momento molto delicato (l’allargamento ad est), ripescato otto anni dopo, costretto in una gabbia di una coalizione assurda e variegata (L’Unione), dove Turigliatto e Rossi (tale Fernando) segnavano l’ago della bilancia; che infatti si ribaltò in un amen, e avanti di nuovo con un rampante Berlusconi! Infine, trombato (definitivamente?) nell’elezione del Presidente della Repubblica del 2013 dai famosi e tuttora sconosciuti 101 franchi tiratori. Un’altra delle pagine “gloriose” della nostra storia repubblicana!

Walter Veltroni (classe 1955, romano), nel curriculum brillante Direttore dell’Unità, Vicepresidente del Consiglio, Ministro dei Beni Culturali, Segretario dei DS, Sindaco di Roma, inventore, promotore, demiurgo e primo Segretario del Partito Democratico, al centro dell’attenzione e delle speranze del centrosinistra italiano e non solo, portato all’esordio elettorale nel 2008 con un promettente ed inatteso 33%. Costretto alle dimissioni un anno dopo, in seguito alla sconfitta elettorale in Sardegna (!!), ma in realtà silurato da buona parte della insofferente dirigenza storica del Partito.

Matteo Renzi (classe 1975, toscano), Sindaco di Firenze, Segretario del Partito Democratico, Primo Ministro a 39 anni dal febbraio 2014 al dicembre 2016, poi di nuovo Segretario del PD, recordman di risultati elettorali del centrosinistra con il 41% circa nelle elezioni europee del 2014. Sconfitto 60 a 40 nel referendum costituzionale del dicembre 2016 dall’alleanza oggettiva delle destre e delle sedicenti “vere” sinistre, CGIL, ANPI, ARCI, costituzionalisti ed intellettuali vari, insieme a molti importanti esponenti del suo stesso Partito. Ancora in attività.

Parte storia e parte cronaca. Tre personaggi di rilievo, tre generazioni, tre provenienze e culture diverse. Accomunati da un destino in gran parte simile.

Il primo fa il free lance, pianta tende più o meno vicino al PD, dispensa consigli, ispira, gira il mondo, oggettivamente è fuori dai giochi politici. La sua ombra aleggia sempre, è molto rispettato, ma la sensazione precisa è che nessuno lo voglia tra i piedi.

Il secondo scrive romanzi con alterna fortuna, fa il regista e il documentarista, si tiene lontano dalla politica attiva, anche se ogni tanto non resiste e cerca di dare un contributo, che normalmente è totalmente trascurato.

Il terzo: il terzo è ancora sulla scena, è molto presente (per molti troppo presente), ha subito e subisce attacchi di ogni sorta, lui, la sua famiglia, i suoi amici. Fa documentari, tiene conferenze, gira il mondo, coltiva importanti rapporti internazionali, è leader di un partito (piccolo) che cerca disperatamente di contare sulla scena politica, guardato con evidente fastidio (qualcuno ha perfino usato il termine “molestia”) dall’establishment. Non è fuori dai giochi, ma il suo ruolo è continuamente messo in discussione e molti, tanti, sarebbero felici se restasse per sempre in giro per il mondo.

Ecco: questo è lo stato delle cose. Ed è largamente incontestabile.

Sicuro che il centrosinistra, la sinistra, i riformisti, i progressisti di questo Paese non abbiano nulla su cui riflettere? Non abbiano qualche autocritica, qualche revisione, qualche ripensamento da fare? Sicuro che tutto fosse inevitabile? Che fosse tutto giusto? Che dovesse proprio andare così? Che non si possa rimediare?

Per carità, figuriamoci! La Storia macina fatti e persone, e indietro non si torna. Guai!

“Tre donne intorno al cor mi son venute

Ciascuna par dolente e sbigottita,
come persona discacciata e stanca,
cui tutta gente manca
e cui vertute né beltà non vale.
Tempo fu già nel quale,
secondo il lor parlar, furon dilette;
or sono a tutti in ira ed in non cale.”

Il problema è che tutta la sinistra, il centrosinistra, riformisti, progressisti e l’Italia intera, restino a lungo “in non cale”.

Ed è un peccato, oltre che un bel guaio!