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Vero o non vero?

Ai tempi del coronavirus siamo diventati tutti virologhi, ma laureati su Google. Spetta alla politica veicolare le informazioni corrette.

di Ernesto Trotta |

L’abbondanza, direi la sovrabbondanza, di informazione, immediatamente (in senso stretto, senza mediazioni) disponibile oggidì lascia presumere ai miliardi di fruitori (cioè tutti noi) che da qualche parte la Verità esiste per davvero, ma che soprattutto ognuno può scegliersela dal mucchio a suo piacimento. Tutto pare squadernato sullo stesso piano e nella montagna di notizie ciascuno può certamente trovare quelle che soddisfano le sue aspettative, il suo umore, la sua personale visione del mondo. Tutte le altre vengono scartate, ignorate, non prese in considerazione, perché considerate inattendibili, fuorvianti, se non addirittura truffaldine.

Ma senza un criterio per catalogare e gerarchizzare le informazioni (che poi è l’essenza della cultura), tutte possono essere (o non essere) legittime, vere, attendibili, per cui ognuno raccoglie, si serve di quello che ritiene più accettabile, come se fosse al banco di un supermercato.

Non voglio parlare delle fake news, artificialmente ed opportunamente create per mistificare e procurare del vantaggio illecito a qualcuno, quanto piuttosto del come si creano nell’opinione pubblica le “correnti di informazione”, il sentire comune, il cosiddetto mainstream, l’universalmente accettato e non discusso.

La scienza, quella vera, discute sempre tutto, ma ha un metodo per farlo: non tutte le volte si ricomincia da zero e soprattutto la discussione avviene tra persone che hanno accettato e direi interiorizzato il metodo stesso.

Ad esempio: una volta definito con prove e riprove che la terra è tonda, solo uno stupido perde tempo a ridiscuterlo; così come, definito un modello della materia, dell’universo, si va avanti con quello, almeno fino a quando non emerge qualche “fatto”, misurabile e verificabile da tutta la comunità, che lo metta in dubbio.

In quel caso si ferma tutto e si ricomincia. Fu così con Einstein e la relatività all’inizio del XX secolo.

Questo metodo, non a caso definito “metodo scientifico”, da che esiste (XVII secolo, Galileo Galilei), ci ha fornito la più impressionante accelerazione di conoscenza nella storia dell’umanità. E i frutti sono sotto gli occhi di tutti (almeno di quelli che vogliono occuparsene, gli altri o se ne fregano o si fidano).

In sostanza si confida sulla “onestà intellettuale” degli attori, di quelli che partecipano al processo di organizzazione del sapere, che sono coscienti della relatività di ogni conoscenza, della mancanza di assoluti, e nessuno pensa di avere in tasca la Verità; tutti sanno che tutto è potenzialmente discutibile, ma confidano sul fatto che esista un “metodo” che permette di non essere turlupinati, di impedire la diffusione di false teorie, di non essere coscientemente portati su piste erronee o non verificabili. E chi barasse sarebbe espulso dalla comunità scientifica. È già successo molte volte.

Il “metodo” funziona a meraviglia: così facendo sono stati smascherati e ridotti all’irrilevanza culturale (ma non mediatica, purtroppo) ciarlatani di ogni sorta: anti-vaccinisti, omeopati, stregoni, guaritori, terrapiattisti, ufologi, complottisti di ogni risma possono sì creare un seguito, qualche setta di fanatici, gruppi sui social, ma ufficialmente non fanno cultura, non incidono sul sapere generale; sono un folto sottobosco, diciamo. E questo perché (quasi) tutti ci fidiamo dell’“onestà intellettuale” degli operatori veri, quelli che si qualificano con il “metodo” universalmente riconosciuto; quelli che non hanno la Verità in tasca, ma usano un “metodo” per determinare di volta in volta la “verità” cui fare riferimento, pronti a ridiscuterla, ma solo di fronte a palesi e tangibili evidenze.

Se tutto funzionasse così non avremmo problemi: sarebbe agevole isolare in ogni campo i bari, i mestatori, gli impostori. Purtroppo, non è così: il sottobosco di cui sopra ha dato la stura e la visibilità a torme di pericolosi guastatori, che sguazzano nella fogna dei social, ma anche sulle prime pagine di certi importanti giornali.

In più si aggiunga che anche la scienza a volte non sa cosa dire di preciso, e semplicemente perché i dati, le prove disponibili su un fenomeno (ad esempio il Coronavirus), non sono ancora sufficienti a formare un pacchetto di conoscenze affidabile e riconosciuto. Si può assistere allora a scienziati che, in preda alla smania di comunicazione e di visibilità (a volte sono dei bei narcisisti anche loro…!) e incapaci di dire un tondo: “Non lo so, non lo sappiamo” all’intervistatore, anticipano, azzardano, ipotizzano: tutte cose lecite, per carità, ma solo se alla fine convergono nella elaborazione di un modello condiviso.

Peccato che le interviste mattutine dei conduttori di talk show non offrano esattamente lo stesso ambiente lucido e razionale dei consessi scientifici…!

E così si crea il casino, per dirla in termini tecnici. Ci va di mezzo anche una famosa birra messicana che disgraziatamente si chiama Corona. Ognuno si sente autorizzato a sparare la sua (tanto anche gli scienziati litigano!) e quindi, tutti virologi nel nostro caso, ma laureati su Google. È un disastro.

La politica, quella locale e quella degli enti sovranazionali, insieme al sistema dei media dovrebbero a questo punto supplire con una comunicazione trasparente, chiara anche se problematica, cautelativa, equilibrata anche se non necessariamente rassicurante. Minimizzare non è sempre saggio. Ma serve professionalità, serve competenza, lucidità, freddezza: qualche giorno fa Piero Angela, dall’alto dei suoi 90 anni di età e quasi 60 di divulgazione scientifica, ha detto parole molto semplici e chiare sul Coronavirus, senza essere né falso né accattivante. Ha detto, più o meno: “Fidiamoci della scienza e delle strutture scientifiche mondiali. Sono lì per quello e fanno meglio di chiunque altro”. L’unico faro dovrebbe essere il servizio alla cittadinanza, tralasciando personalismi, narcisismi, o false pretese di imparzialità tra parti in eventuale conflitto. Responsabilità ed onestà intellettuale. Vale per il Coronavirus come pure per ogni altra diatriba.

Vedete, la verità (senza maiuscola) è sempre relativa ma l’imparzialità è un concetto del tutto improponibile logicamente. L’imparzialità fa riferimento a un “super partes” che in natura non esiste e non può esistere (salvo entrare nell’ambito religioso) e solo l’onestà intellettuale permette di essere franchi e chiari, conferisce credibilità ed autorevolezza.

Non si può essere imparziali perché, checché ne dicano i terrapiattisti, la terra NON è piatta e quindi, chi ha voglia di sostenerlo lo sostenga pure, assumendosene la responsabilità, ma nessuno si metta in mezzo dando autorevolezza a posizioni indimostrabili e cercando di fare quello imparziale, che giudica!

Insomma, la scienza, la comunicazione e la politica debbono prendersi le loro responsabilità, con onestà intellettuale, e non mestare le acque elevando la superstizione oltre i limiti della creduloneria.

È un mestiere complicato, ma vi sembra facile da gestire quello che stiamo vivendo?

Non a caso in certe posizioni servono nervi saldi, elevate competenze, esperienza, capacità di decisione. Per questo la classe dirigente non si sorteggia, si seleziona. E conviene a tutti. Oggi ne abbiamo la palmare dimostrazione.

Nessuno è imparziale. E solo quelli intellettualmente disonesti fanno credere di esserlo. 
da Gaetano Salvemini (1873-1957)