Uomini&Business - Direttore Giuseppe Turani

Pubblicità

Interventi

Un paio di cose sulla pandemia

Riflessioni sul nuovo flagello.

di Ernesto Trotta |

Di fronte a fenomeni così complessi e delicati come la diffusione di una pandemia bisogna stare molto attenti a sparare giudizi, analisi, conclusioni, che rischiano di confondere le idee, di diffondere panico inopportuno o altrettanto inopportuna sicurezza.
Siamo di fronte ad un fenomeno di proporzioni mai viste dai tempi della Spagnola (giusto cento anni fa), con l’aggravante che adesso questo virus colpisce una popolazione mondiale di quasi 8 miliardi di persone (allora era poco più di 1,5 miliardi, e molto più diradata), popolazione che in gran parte si muove continuamente, molto rapidamente, in una interconnessione globale mai vista nella storia dell’umanità. Oggi davvero tutto il mondo è a portata di mano (e di virus) ed infatti possiamo constatare come in poco più di 45 giorni il contagio ha coinvolto praticamente tutti, con conseguenze ancora non compiutamente prevedibili.
 
Però su alcuni aspetti basilari conviene cercare di ragionare, anche solo usando argomenti logico-matematici, e senza invadere i campi specialistici dei virologi, degli infettivologi, degli epidemiologi.
Partire dai (pochi) dati certi per valutare quelli incerti:
il numero dei deceduti è certo: e mi pare oziosa la distinzione tra morti “con” il virus o “per” il virus, in quanto se chi è morto era infettato, come minimo il virus è stato causa accelerante;
certo è anche il numero dei ricoverati in terapia intensiva, che costituiscono il problema capitale, vista la limitatezza dei posti disponibili negli ospedali;
ci sono anche i ricoverati in isolamento, con sintomatologie che non necessitano di terapia intensiva;
altri, asintomatici,  sono in isolamento domiciliare, e si sa quanti sono;
infine, i guariti (beati loro!), che si spera non abbiano ricadute.
Fine delle certezze.
 
Il numero dei contagiati, che pure viene fornito quotidianamente, non mi pare invece particolarmente significativo. È legato al numero dei tamponi eseguiti che, per disposizione dell’OMS, è eseguito solo su chi presenta sintomi o ha avuto contatti con contagiati certi, e quindi ha già alte probabilità di essere infettato.
Quanti siano davvero quelli che si portano dentro il virus senza avere sintomi (almeno per il momento), non è dato saperlo. Eppure, sarebbe il vero dato importante, sul quale fare ogni parametrazione.
Intendiamoci, non è che il numero ce lo tengano nascosto, è che proprio non è misurabile, se non con ipotetiche campagne di tamponi su vasti campioni statistici della popolazione.
Calcolare la mortalità sui contagiati già rilevati porta quindi a delle esagerazioni pazzesche; perché, se poi si estrapola il dato su tutta la popolazione, si arriva a numeri terrificanti, da flagello biblico.
Stupisce che anche matematici di professione cadano in questo marchiano errore; l’altra sera in tv, uno di questi, e non proprio l’ultimo arrivato, calcolava che se ci sono 1000 deceduti su 15.000 contagiati (arrotondo le cifre per semplicità), vorrebbe dire il 6,67%. Riportando questa percentuale alla popolazione, si arriverebbe ad una attesa di milioni di morti.
Roba da far rizzare i capelli. Fortunatamente NON è così.
È del tutto ragionevole invece supporre che i contagiati siano molti ma molti di più rispetto a quelli censiti: non sappiamo quanti, ma potrebbero essere dieci, cento volte di più, col che le percentuali tornerebbero a valori meno terribili, anche di ordini di grandezza inferiori.
 
Non a caso Angela Merkel, laureata in fisica con un dottorato in chimica quantistica, e quindi molto a suo agio con le funzioni matematiche, ha parlato di possibilità di contagi, nel tempo, del 60-70% della popolazione, sottolineando che il vero problema è quello di diluirli, in modo da permettere alle strutture sanitarie di attrezzarsi a prestare le cure necessarie a quella percentualmente piccola, ma numericamente consistente parte di malati, bisognosi di cure intensive.
 
È d’altronde quello che ci dicono tutti i giorni, quando ci chiedono di stare a casa, di diradare al massimo i rapporti sociali, i contatti, ogni possibilità di contagio; tutto serve a diminuire il numero degli infettati bisognosi di cure importanti.
Questa è un’emergenza delle strutture sanitarie che, anche dove sono ottime, sono comunque efficienti, e per questo non sono ridondanti, ragion per cui di fronte a questi picchi vanno in crisi.
Impareremo da questa esperienza che è opportuno progettare le strutture con una certa ridondanza, ma soprattutto dovremo prevedere meccanismi flessibili che possano fare fronte a fenomeni, rari ma gravi, come quello che stiamo vivendo. Gli ospedali provvisori dei cinesi, ad esempio, sembrano una soluzione molto interessante, da studiare e copiare.
Questo virus, per fortuna, non sembra particolarmente letale, tanti se lo portano dentro senza problemi o con problemi lievissimi, ma qualcun altro no, ed è a questi che bisogna pensare.
Dalla clausura di Torino vi giunga un abbraccio virtuale.
 
We’ll meet again,
don’t know where,
don’t know when,
but I know we’ll meet again
Some sunny day.
(Vera Lynn, 1939)
(Il dott. Stranamore, Stanley Kubrick, 1964)
 
 
Ernesto Trotta
Torino