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Interventi

Doppia espulsione

Incredibile lite magistrato-ministro, Bonafede e Di Matteo.

di Ernesto Trotta |

 
Lo spettacolo offerto domenica sera dal famoso magistrato Nino Di Matteo e dall’altrettanto famoso Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è uno dei punti più bassi raggiunti dalle istituzioni nella storia pur tormentata del nostro sciagurato Paese.
Non lo dico a cuor leggero perché, soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, un cittadino vorrebbe almeno illudersi che lo Stato, come entità sovrana e nel contempo pubblica (la “res publica”) fosse un punto di riferimento comune e non un luogo dove regolare oscuri conti privati tra maggiorenti, che dovrebbero servirlo fedelmente, con “disciplina ed onore”.
 
Per chi se li fosse persi, ricapitolo i fatti: domenica sera, talk show di Giletti su La7, parla il membro togato del CSM (l’organo di autogoverno della magistratura, non un sindacato o un partito o un’associazione di reduci) e racconta al sonnacchioso pubblico tardo-domenicale di come due anni prima (non l’altro ieri: “la vendetta va servita fredda…”) egli avesse ricevuto dal neo nominato Ministro Bonafede in persona la proposta di occupare il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria del Ministero o, in subordine, la Direzione Affari Penali. Di Matteo chiede qualche ora di tempo per pensarci e poi decide di accettare la direzione delle carceri. Va a comunicarlo al Ministro, ma questi ritira la prima proposta, indirizzando il magistrato verso la seconda carica (Affari Penali). Il magistrato rifiuta e resta dov’è (dov’era, cioè a Palermo).
Fin qui sembrerebbe un retroscena appena godibile di un normale episodio di selezione del personale politico apicale.
Peccato che il Di Matteo, peraltro stranoto per le sue posizioni “giustizialiste”, molto vicine al M5S, al Fatto di Travaglio, alla corrente di Piercamillo Davigo, che lo ha portato al CSM, condisca il retroscena con un altro ben più piccante retro-retroscena, segnalando al pubblico, a questo punto non più tanto sonnacchioso, che nel frattempo erano state rese note intercettazioni di boss mafiosi al 41bis, che tenevano a far sapere come la sua nomina fosse molto sgradita e insieme molto temuta.
Evidente quindi il collegamento proposto dal Di Matteo tra le lamentele dei boss e la sua mancata nomina alla direzione delle carceri.
 
È una bomba sganciata sul Ministro il quale, avvertito da qualcuno, alza il telefono ed interviene in diretta per dire che il magistrato ha “percepito” le cose in modo sbagliato e che mai e poi mai lui ha subito direttamente o indirettamente pressioni da parte dei boss in carcere. Si dice “esterrefatto”, ma in sostanza non smentisce nulla di quanto riferito dal Di Matteo.
 
Apriti cielo! Vanno allo scontro pubblico ed in prime time il magistrato simbolo delle battaglie giustizialiste cinquestelle ed il ministro cinquestelle che ne presidia l’attuazione. E per di più con sul tavolo l’accusa infamante di soggiacere ai diktat dei boss mafiosi. Roba da scardinare le fondamenta di tutto il castello dell’o-ne-stà, o-ne-stà grillina. L’impavido e pluriosannato paladino dell’antimafia dura e pura, l’uomo che ha osato mettere sotto accusa mezzo e più Stato per sospette collusioni con la mafia (mai arrivando ad alcuna conclusione), l’uomo assurto al CSM come esponente dell’ala più rigida della magistratura italiana, accusa il Ministro, capodelegazione dei cinquestelle al Governo e punta di diamante delle storiche lotte grilline, per ultima quella sull’abolizione della prescrizione, di farsi intimidire dai boss! Che diavolo sta succedendo?
 
Ovviamente non ho una risposta come non ce l’hanno tutti quelli che in queste ore hanno sostenuto l’uno o l’altro dei contendenti, da Travaglio che difende il Ministro a chi ne chiede le dimissioni immediate.
A me (e così prendo posizione anche io) pare che due così dovrebbero entrambi sparire al più presto dalla scena pubblica e ritirarsi in luogo molto appartato a leggere e studiare i testi base della politica, a partire da Aristotele, fino a Locke e Montesquieu. Insomma, riflettere sulla separazione dei poteri nello Stato moderno.
Quindi credo che il presidente Mattarella, capo del CSM (potere giudiziario), dovrebbe chiedere le immediate dimissioni del magistrato, che usa la televisione per accuse personali ed illazioni verso il Governo in carica (potere esecutivo) ed il capo del Governo dovrebbe chiedere le immediate dimissioni di un Ministro che potrebbe essere stato condizionato da pressioni indebite.
Doppio cartellino rosso. E non si può certo stare lì ad aprire un dibattimento mediatico su un conflitto del genere.
 
Si avviino invece (ma presto) tutte le inchieste del caso, in ambito CSM sul comportamento del magistrato, in ambito governativo sull’operato del Ministro, e si riconduca il tutto al Parlamento (potere legislativo), che rappresenta il popolo, il quale avrebbe tutto il diritto di conoscere la verità formale ed accertabile in tanto casino. E non cercarla da Giletti.
Non è una pretesa assurda: è il minimo che si possa chiedere dopo un vulnus così deflagrante contro i poteri dello Stato.
 
Temo che questo non accadrà, ma così il vulnus si amplifica e tocca anche ruoli che mai dovrebbero essere nemmeno sfiorati da polemiche di così bassa lega, ma di enorme violenza istituzionale.
Questa non è una lite con Sgarbi e Mughini, non è uno scontro da talk show, anche se impropriamente è lì che è andato in scena.
Le istituzioni hanno altri attori ed altri palcoscenici.
Non facciamo confusione!
 
 
Ernesto Trotta
Torino