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Interventi

Fare presto

Bisogna muoversi subito, non c'è tempo da perdere.

di Ernesto Trotta |

“Fate presto!”
fu un famosissimo titolo de Il Sole-24ore del 10 novembre 2011, quando con lo spread ben oltre i 500 punti stavamo andando a grandi passi verso il fallimento, come Stato e come Nazione.
Erano gli ultimi sussulti del berlusconismo fin ad allora imperante, ed ora palesemente imbelle, screditato e deriso dai nostri partner europei. Un momentaccio, insomma, davvero un momentaccio!
Il saggio, e storico migliorista, Giorgio Napolitano, che aveva già da tempo predisposto una exit strategy, contattando e pre-allertando Mario Monti fin da agosto, lo nominò senza indugi senatore a vita e gli diede l’incarico di formare un Governo di unità nazionale, dopo avere sollecitato ed ottenuto le doverose dimissioni del Cavaliere.
La destra gridò al colpo di Stato, ma la Costituzione, checché ne dicessero loro, rimase inviolata.
Fu così che partì una gigantesca operazione di salvataggio di un Paese ridotto allo stremo e sulla soglia del default. Il resto della storia, comunque la si voglia giudicare, è noto.
 
Oggi la situazione è tutta diversa e non è il caso di elencare le differenze, tanto sono evidenti.
L’urgenza però, quella non è cambiata. E non nel senso di affrettare la ripresa, assumendo rischi sanitari incontrollati o favorendo comportamenti impropri e da incoscienti. No, tutt’altro.
L’urgenza (e non la fretta) è quella di predisporre il Paese ad una lunga traversata del deserto (si dice così, no?) che non sappiamo né quando finirà né dove ci porterà. La carovana è composita, scombiccherata, rissosa, ha in ruoli importanti elementi per niente affidabili, ma quella è e formarne un’altra ci porterebbe via del tempo prezioso, senza peraltro alcuna garanzia di riuscire a fare meglio, dato che il Parlamento è quello che è, con 300 e passa deputati che hanno vinto il posto alla lotteria delle elezioni del 2018, e di convocare nuove elezioni non è proprio il caso di parlare.
Il deserto, si diceva, quello è lì che ci aspetta e toccherebbe a noi rinforzare i carri, caricandoli di tutto quanto può servire.
 
Fuori dalla stucchevole metafora, se nei prossimi tre anni (il termine è la primavera 2023, scadenza naturale della legislatura) non riusciremo a portare a compimento un pacchetto di riforme più che consistente, che ci porti al livello di organizzazione e funzionalità degli altri Paesi europei, noi imboccheremo un declino molto probabilmente irreversibile, fuori dal novero dei grandi Paesi del mondo. Un destino di subalternità, di irrilevanza ed anche di dissesto economico. Rimarremo, forse, se ce lo permetteranno, una specie di Disneyland, dove un po’ di turisti più i meno benestanti verranno, bontà loro e contagi permettendo, a trascorrere vacanze “mordi e fuggi” tra le nostre meraviglie culturali e territoriali (ci gestirà l’UNESCO, di cui ospitiamo oltre il 50% dei siti protetti).
Un po’ poco per quella che voleva essere, è in effetti stata, la settima o l’ottava potenza economica mondiale.
 
Le riforme da fare le conosciamo tutti; le ho elencate qualche giorno fa, la scuola, la ricerca, il fisco, la riconversione verso la green economy, la cura dell’ambiente, la burocrazia, la giustizia, senza dimenticare una ormai sempre più indispensabile riforma istituzionale, che permetta e faciliti una fisiologica dialettica tra governo e opposizione, quella democrazia compiuta di cui si favoleggiava quarant’anni fa e che non è mai veramente arrivata. L’abbiamo poi anche chiamata democrazia decidente, ma qualche costituzionalista permaloso l’ha presa a male.
Adesso quegli stessi intellettuali (più o meno) molto “di sinistra“ firmano appelli su “Il Manifesto” in difesa del Governo, attaccando scandalizzati e molto seccati altri intellettuali, ovviamente da ammucchiare tutti a destra, che invece osano criticarlo. Un dibattito veramente avvincente, da seguire col fiato sospeso…
 
Nel frattempo, siamo arrivati a maggio, il paese fa fatica ad andare avanti, è soffocato dalla burocrazia, spaventato dalla pandemia, qualcuno è preoccupato perfino per la democrazia.
Serve decisione, serve determinazione, serve coraggio. I soldi, a questo punto, non sono un problema (almeno per adesso…): tutto il mondo ha capito che non è tempo di austerità ma di investimenti, di stimoli all’economia, di un “new deal” ancora più intenso ed efficace di quello rooseveltiano degli anni Trenta. Ma i soldi bisogna sapere come spenderli, bisogna avere le idee e gli strumenti per spenderli, ed in questo dalle nostre parti non s’è mai brillato. Ora avremmo l’opportunità di agire in un momento di debolezza relativa di tutti i nostri partner e concorrenti. Non ricapiterà più: se buttiamo via i prossimi tre anni in dispute ideologiche, in scaramucce personalistiche, in una guerra di logoramento tra forze politiche, saremo sopraffatti da chi è più bravo, più rapido e più efficiente di noi.
 
Dobbiamo vigilare, reclamare competenze, pretendere risultati. Non è solo in capo al Governo ed alle forze politiche, questa sfida investe tutti noi cittadini, anche aldilà delle posizioni politiche specifiche. Abbiamo i mezzi per mandare tutto a pu…ne, ma ne abbiamo anche per fare faville. A noi la scelta. Quindi, piuttosto che “Fate presto!”, direi: “Facciamo presto!”.
È chiaro?
 
 
Ernesto Trotta
Torino