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Miti e ricordi d'estate

Vecchie canzoni e vecchie memorie. (Dalida)

di Ernesto Trotta |

Je venais d'avoir dix-huit ans (così, più o meno, cantava un’avvenente e matura Dalida a metà dei Settanta) … avevo appena compiuto diciotto anni e allora diciotto anni non erano ancora la maggiore età; avrei comunque dato l’esame di Stato al Liceo Scientifico, di lì a qualche settimana.
Un caldo mese di giugno, odore di tigli (sapete come ci tengo a quell’essenza) e finestre aperte. La notte era cominciata alle undici di sera; bianco e nero alla televisione, Martellini da molto lontano, il “Mexico” che da poco si era gemellato con le “nuvole” per il genio di Paolo Conte, Vito Pallavicini e di Enzo Jannacci.
Mexico e nuvole
la faccia triste dell’America,
il vento suona la sua armonica,
che voglia di pianger ho.
 
I primi replay, con la scritta “Vivo - Live”, che compariva quando si tornava in diretta; quasi due ore di sofferenza sull’uno a zero, in attesa del fischio finale che non arrivava mai (“ma quando fischia, questo Yamasaki?” ripeteva concitato Martellini). E invece arrivò il pareggio di Schnellinger…
Va be’, sapete tutti com’è andata da lì in avanti, inutile ripeterlo ancora. Un’altra notte cominciava, e “quella” notte finì verso le due, col sudore sulla fronte e la gola secca, proiettata verso un’alba ormai estiva, che trovò una trentina di milioni di italiani senza voce e con l’adrenalina che schizzava dalle orecchie.
“Ditirambi”, voleva scrivere Gianni Brera, “più mossi di schemi, più astrusi, più matti, dunque più idonei a esprimere sentimenti, gesti atletici, fatti e misfatti…” ed in effetti scrisse cartelle che ancora oggi suonano epiche, seppur taglienti e lucidissime.
In strada, sulle spiagge, nelle piazze, dovunque, gente che non credeva ai suoi occhi. A pensarci, dopo cinquant’anni, si fa fatica a rimettere ordine nei ricordi, anche perché allora non c’era la smania di esternazione che ci possiede oggidì. Eravamo più modesti, più misurati, più moderati persino, ed in strada ci si andava per motivi seri, per Piazza Fontana, sei mesi prima, o per le manifestazioni dell’autunno caldo, e non per una semifinale di un mondiale di calcio.
Il 4-3 cambiò tutto. Chi oggi ha più di sessant’anni non può non ricordare, chi ne ha di meno, è come se ricordasse lo stesso, tante volte gli è toccato sentire, vedete, leggere, condividere. Qualcuno si sarà pure stufato, visto che non ne ha esperienza diretta. Succede sempre così, come per il reduce di “Napoli Milionaria”, i cui ricordi di guerra nessuno vuole stare a sentire. E invece il destino crudele sancisce che “ha da passà ‘a nuttata”. Che poi passa, passa sempre.
Un’altra nottata l’avevamo già fatta un anno prima, aspettando il primo passo di un uomo sulla luna, con Tito Stagno e Ruggero Orlando che battibeccavano in diretta, davanti a quelle immagini fioche ed incerte, terribilmente statiche, ma dalle quali risultava quasi impossibile staccarsi.
Adesso un’altra nottata stava accomunando poveri e ricchi, destra e sinistra, intellettuali ed élite, Rivera che crolla tra le braccia di Gigi Riva in una posa da Pietà michelangiolesca, visto e rivisto centinaia di volte, un fotogramma inciso per sempre nei neuroni, resistito a chissà quanti tentativi di sovrascriverlo. Impossibile.
Qualche tempo, dopo un compassato Fausto Cigliano (chi se lo ricorda?) avrebbe trasferito gli eroi di quella notte in una delicatissima samba, sussurrata senza alcuna enfasi epica:
“Domenghini e Mazzola, Boninsegna e Rivera, in panchina … con Zoff!”.
 
Qui non c’è alcuna pretesa di produrre chissà quali analisi, o considerazioni profonde, tante ne sono state fatte: c’è solo il desiderio di condividere qualche pensiero, in libertà, senza vincoli, solo per il gusto di aggiungere anche la mia alle voci dei tanti reduci di quella notte.
Per questo chiudo citando ancora Brera, che a sua volta citava Petrolini: "Se tutti dovessero fare quello che sanno, nulla o quasi verrebbe fatto su questa terra".
(Attenzione! Non è la filosofia dei cinquestelle, è il segreto dell’evoluzione…)
 
Ernesto Trotta
Torino