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Interventi

Tutti insieme appassionatamente...

Le distinzioni politiche hanno ancora un senso. Tanto più nei momenti di emergenza. 

di Ernesto Trotta |

Ma dove diavolo sta scritto che per riformare un Paese e superare momenti di emergenza bisogna mettersi tutti insieme a gestire la cosa pubblica?

A che servono le distinzioni politiche se poi nel momento delle scelte importanti mettiamo tutti insieme in un calderone…, a fare che? Cose di destra o cose di sinistra? Credetemi, destra e sinistra esistono ancora, esisteranno a lungo, solo chi teme di sentirsi escluso sostiene il contrario…

Per fare un esempio, la risposta di F. D. Roosevelt (e Keynes) al crollo del ’29 non fu la stessa di quella, inefficace e controproducente, di Herbert Hoover.

La risposta col piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale non fu la stessa di quella del trattato di Versailles dopo la prima.

Sarà banale, ma se uno si sente diverso da Salvini e Meloni (e tralascio i cinquestelle perché tanto, neanche loro sanno di che pasta sono fatti…) è difficile pensare di costruirci un futuro insieme.

Chi farebbe una società con un socio giudicato insopportabile, incompatibile, inaffidabile? Se non ci comprerei una macchina usata, nemmeno ci farei progetti importanti. O no?

Sì, ma le regole delle istituzioni… certo, le regole, ammesso di riuscire a trovare una volontà comune di occuparsene, e di condividere almeno qualche punto basilare del vivere comune. E oggi sembrerebbe difficile anche quello.

Insomma, le distinzioni politiche “naturali” possono essere superate solo in casi particolarissimi, soprattutto dove l’azione necessaria nel frangente è obbligata, è univoca, richiede solo applicazione tecnica, esecuzione e non scelta tra visioni alternative. Un cataclisma, i soccorsi, l’emergenza, certamente richiedono unità e prontezza di reazione, ma quando si tratta di ricostruire, di impostare il futuro, di applicare una visione del mondo, come diavolo si fa a dimenticare le diverse estrazioni politiche? Non si può, non si deve, non è conveniente, inutile girarci intorno.

Questa posizione in apparenza tranchant non deve però occultare la vera necessità della politica, che è quella di gestire una cosa pubblica che, essendo pubblica, non può essere appannaggio solo di una parte. Di fronte a momenti nei quali bisogna costruire, bisogna riformare a fondo, bisogna impegnare il futuro, è indispensabile non tanto il consociativismo, così tutti hanno un pezzetto di potere, quanto il confronto, la dialettica e, se possibile, il compromesso. L’arte della politica è appunto quella di stare da una parte ma sentire la responsabilità di tutte le parti; e i partiti, che sono espressioni organizzate delle parti, dovrebbero mettersi nella disposizione mentale del confronto costruttivo piuttosto che del boicottaggio o della resistenza a tutti i costi. Operazione non semplice, soprattutto in un Paese dove il senso civico non è per nulla sviluppato, anzi, è sport nazionale dividersi in fazioni anche sul condimento della pizza.

Ora siamo in un momento di quelli tosti: l’emergenza sanitaria è superata nei fatti, le conseguenze sono drammatiche, fortunatamente il consesso internazionale (la tanto deprecata, da alcuni sconsiderati, Unione Europea) ha partorito provvedimenti e finanziamenti cospicui, ora bisogna usarli, progettando e realizzando, se possibile, un Paese più moderno, più efficiente, più funzionale, più competitivo. Siamo tutto d’accordo? Forse no. Cioè, a parole certamente sì, ma sui fatti? Che Paese ha in mente Salvini, o Meloni, o Di Maio, o persino Berlusconi? È lo stesso che auspica Zingaretti, o Franceschini, o Renzi, Calenda? Ma anche Mattarella, Draghi, il commissario Gentiloni? Sono sicuro di no. E vorrei che questo fosse evidente, trasparente, constatabile giorno per giorno.

Ho nominato i più in vista, ma ce ne sono altri di possibili contributori allo sviluppo del Paese: intellettuali, imprenditori, artisti, dotti, medici e sapienti.

Una domanda da porsi sarebbe: quale Italia vorrebbero gli italiani? Gli interessa davvero un’Italia più moderna, dinamica, equa, solidale, efficiente, funzionale o a molti basta coltivare il proprio orticello con qualche favore o prebenda ottenuti chissà come e continuare a lamentarsi del mondo crudele?

Renzo Piano, nella sua infinita saggezza, sostiene che a Genova si lavora e si mugugna, ma comunque si lavora. Il suo (ma non solo suo, come tiene a precisare) Ponte sta lì a dimostrarlo.

Il lavoro comunque è qualificante; fa, se c’è, di un perdigiorno un cittadino, o solo un assistito, spesso un parassita, se non c’è.

Passa tutto di lì. In una società dove si lavora, con dignità, con produttività, con competenza, con creatività, i cittadini sono o diventano presto coscienti della loro funzione sociale e possono convenire sulle prospettive di un futuro comune. Altrimenti, ognuno per sé e dio per tutti, per chi ci crede, o con altri santi in paradiso, secondo una certa usanza nazionale.

Per chi è di sinistra dovrebbe essere pane quotidiano: la società è fondata sul lavoro, come pure la Repubblica Italiana, a termini di Costituzione.

Ma il lavoro non cade dal cielo, bisogna creare le condizioni; il lavoro è un diritto ma anche un dovere, e lo Stato deve fare la sua parte di promotore e regolatore.

Il progetto della sinistra passa attraverso la consapevolezza dei diritti e dei doveri, l’emancipazione della coscienza civile e sociale, il riconoscimento del merito, la solidarietà. La democrazia come coinvolgimento, come gestione comune di un bene comune, con un’élite competente e selezionata democraticamente alla guida, che rappresenta e promuove l’interesse nazionale, ma nell’ottica federale dell’Europa Unita.

Ecco, per tornare al tema del titolo di queste righe un po’ sconclusionate, “these are a few of my favourite things”.