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Non è tutto oro quel che luccica

La confusione dei finanziamenti promessi.

di Francesco M. Renne |


Non è tutto oro quel che luccica

o del perché i dati delle iniezioni di liquidità nell’economia italiana promossi (e promessi) dal Governo non sono incoraggianti, se letti in controluce

Nonostante il roboante comunicato congiunto di ben sette istituzioni pubbliche (Mef, Mise, Banca d’Italia, Mediocredito Centrale, Invitalia, Sace e Simest - le ultime, società prodotto di Cassa Depositi e Prestiti) e una privata (Abi), emesso il 12 agosto scorso, lo stato dell’arte della “potenza di fuoco” (cit.) di liquidità per le imprese, messa in campo dal Governo con i vari decreti emergenziali, non può essere visto con (grande) entusiasmo. 

E ciò non certo per lo strumento utilizzato in sé, quello delle garanzie pubbliche a supporto dell’accesso al credito delle imprese, che era l’unico “immediatamente” utilizzabile. Né, si badi, per il ruolo assegnato alle banche erogatrici, che erano - e sono - lo strumento più indicato ed efficace per trasmettere risorse finanziarie al sistema imprenditoriale, lentezze burocratiche a parte. Né, infine, per i paventati (troppo velocemente, da alcuni) rischi di tassi di interesse eccessivi, salvo eccezioni inesistenti nei fatti.

Non possono essere visti con entusiasmo, i dati, per via di tre considerazioni legate fra loro: lo squilibrio fra moratorie e nuovi prestiti; la insufficiente dotazione iniziale di garanzie; l’iter procedurale e la tempistica sancita. 

Ma andiamo con ordine. I dati al 31 luglio evidenziano moratorie (i.e. domande di sospensione delle rate di prestiti, leasing e mutui) per un controvalore di debiti in essere di circa 298 miliardi complessivi, a fronte di oltre 2,7 milioni di domande (93% accolte, 3% rigettate e il resto ancora in lavorazione alla data di riferimento), mentre i nuovi crediti richiesti tramite il fondo centrale di garanzia si attesterebbero per ora intorno ai 68,5 miliardi (a fronte di circa 85 miliardi richiesti complessivamente alle banche), di cui 16,2 per le microattività (finanziamenti sino a 30 mila euro), per un numero di richieste pari a circa 970 mila (circa 818 mila pervenute dalle microattività) e 12,4 miliardi per le imprese di maggiori dimensioni tramite Sace (6,7 solo per tre singole imprese, la restante parte suddivisa fra 412 altre domande).

Riepilogando, 298 miliardi (di esposizione finanziaria di capitale in essere) di sospensione delle (sole) rate in scadenza nel periodo (di cui solo il 44% delle domande proviene da imprese, per 195 miliardi di debiti in essere); quindi un “beneficio” finanziario decisamente “minore” e per altro “a termine” (breve), originariamente al 30 settembre e poi spostato al 31 gennaio dal Decreto Agosto. Contro 81 miliardi (dovrebbero salire di altri 17 circa, stando alle domande finora avanzate) di “nuova finanza”. 

E di questi secondi “nuovi” 81 miliardi, ad ora erogati, non è dato sapere per quanti di questi la scadenza sia rimasta ai sei anni originariamente previsti dal Decreto Liquidità o se sia quella più lunga, come concesso successivamente dal Decreto Rilancio.

Di tutta evidenza, gli elementi quantitativi (quanto credito aggiuntivo e quando andrà a scadere; quando riprenderà il decorso delle rate) impattano sulla solvibilità futura del sistema imprese. E il tema della solvibilità futura delle imprese rischia di esplodere, scaricandosi sui bilanci delle banche (e, con le escussioni delle garanzie, su quello dello Stato, successivamente) alla scadenza delle moratorie (e del divieto di revoca degli affidamenti correlato) soprattutto se non ripartirà velocemente e in maniera duratura la nostra economia.

Si dirà che lo sforzo finanziario (e organizzativo) sia stato comunque imponente. Vero, in parte; ma - a giudizio di chi scrive - non sufficiente. 

Non nei numeri iniziali di allocazione a bilancio delle garanzie da prestare, come giustamente ricordato anche da altri autori, in primis dall’ex vice ministro all’economia Zanetti; non nei numeri al 31 luglio, certo non rispondente a quanto annunciato in pompa magna nelle conferenze stampa governative (400 miliardi di risorse mobilitate); non nelle modalità attuative, non essendo stata prevista alcuna semplificazione o agevolazione sostanziale alle verifiche di meritevolezza del credito, essendosi generata così sia una duplicazione nelle pratiche valutative tra banche e enti di garanzia e sia un conseguente allungamento dei tempi di deliberazione ed erogazione. Non, infine, nella poco lungimirante “dimenticanza” dei problemi connessi alla vita successiva del debito. 

Insomma, qualcosa è sì stato fatto, ma meno di quanto si sarebbe potuto fare e, vieppiù, dimenticandosi ciò che avrebbe potuto facilitare quello che si stava facendo: la (tuttora necessaria) previsione di deroghe alla responsabilità per concessione di (e ricorso al) credito; la previsione (ancora fattibile) di un ulteriore allungamento della finestra temporale del debito “sospeso” o “erogato”, in un’ottica di “matusalem financing”; la previsione (opportuna) di un meccanismo pubblico/privato di “cartolarizzazione” dei crediti, per evitare in futuro atteggiamenti tesi a escutere le garanzie invece che a salvare le imprese e per, a un tempo, sgravare i bilanci delle banche dalle esposizioni dei crediti “ex-Covid” e far partecipare il risparmio privato (si pensi ai fondi pensione e alle assicurazioni) al sostegno all’economia. 

Tre interventi che favorirebbero (rectius, avrebbero favorito) tempistiche più veloci, minore contenzioso successivo, minor peso sul bilancio dello stato per le future perdite nonché - tramite appunto lo strumento pubblico/privato di cartolarizzazione - l’esercizio di quel principio valutativo di “remissibilità residuale” (per le imprese in difficoltà purché virtuose e compliant) vagheggiato anche da Draghi nel suo ormai famoso intervento sul Financial Times di qualche mese fa.

Si farebbe ancora a tempo, volendo; ma questo non dipende da chi qui scrive.