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Interventi

La gabbia

Le difficoltà del polo riformista.

di Ernesto Trotta |

Mi pare molto semplicistica l’idea, ammesso che sia praticabile in un futuro non fantascientifico, di costituire un terzo polo riformista che si contrapponga al prevedibile polo sovranista ed al probabile, forse incipiente, polo social-populista, imperniato su una avventurosa ed inedita alleanza tra PD e M5S.
Tralascio l’ala destra dello schieramento politico: non è la mia opzione, ne sono lontano mille miglia, che facciano quel che vogliono tra Salvini, Meloni e Berlusconi. Certo è che quel blocco esiste ed è elettoralmente molto consistente (potenzialmente maggioritario, purtroppo). Guai a sottovalutarlo.
Guardiamo il resto: la base storica, tradizionale, operativa ed amministrativamente più capace, è quella che una volta faceva capo al PD veltroniano con la vocazione maggioritaria: altri tempi, un sogno forse impossibile, durato ben poco e subito esploso per la manifesta impossibilità di convivenza tra un’anima massimalista, che a me pare anche molto opportunista, che non ha alcuna voglia di intaccare rendite di posizione consolidate e consociative, e le altre anime riformiste, che baldanzosamente e forse troppo irruentemente hanno cercato di dare una svolta al centrosinistra.
Ne sono nate piccole esperienze, anche molto interessanti, ma che comunque ancora adesso fanno molta fatica a trovare un’aggregazione. Parlo di Italia Viva, di Azione, di +Europa, dei Verdi, dei socialisti, dei federalisti, che condividerebbero pure le intenzioni riformiste, ma che finora hanno adottato e manifestato comportamenti affatto difformi. Renzi ha scelto di partecipare al governo giallo-rosso, gli altri lo osteggiano sdegnosamente. Non è una differenza da poco… e poi ci sono gli aspetti personali.
In più, forse in questo mondo di centrosinistra, ma con alcune non trascurabili tendenze centrifughe verso il polo sovranista, c’è la multiforme (direi meglio, informe) realtà dei cinquestelle. Un minestrone di illusi, diventati classe dirigente non per merito alcuno ma per buona sorte, legati a idee infantili e palesemente irrealistiche, a miti e parole d’ordine alle quali ormai non credono più neanche loro.
Sono tanti, forse cominciano a spaventarsi per il loro molto incerto futuro, si agitano e di dibattono in angosce esistenziali dalle quali non hanno i mezzi politici per uscire.
Ci sarebbe da lasciarli cuocere nel loro brodo, a schiarirsi le idee, se non fosse che sono circa 300 deputati, senza i quali è impossibile qualsiasi maggioranza che prescinda da Salvini Meloni e Berlusconi, ormai visti anche in Europa come il vero spauracchio per gli sforzi di tutta l’Unione di rimettersi in carreggiata dopo l’urto, peraltro ancora in corso, della pandemia.
Non si può lasciarli lì: bisogna occuparsene. Chi lo fa? Come si fa? Quali e quante speranze ci sono di tirarci fuori qualcosa di buono? Bah!
Il PD di Zingaretti sembra voglia provarci, ma le sue condizioni di debolezza sono tali per cui non è chiaro se alla fine si grillizza il PD invece che recuperare i grillini. Certo è che si tratta di operazione rischiosissima perché, nel caso si grillizzasse il PD, questo potrebbe perdere un numero molto consistente di eletti ed elettori, che potrebbero sì essere attratti dalla nascente area riformista, ma che contribuirebbero alla frammentazione di tutto il potenziale centrosinistra, acuendo le differenze con la parte più populista dello schieramento.
Insomma, è un pasticcio, accentuato dalle oggettive difficoltà di portare avanti senza troppi tentennamenti un’azione di ricostruzione e risanamento, che tutta l’UE (che mette fior di soldi sul tavolo, non dimentichiamolo mai) si aspetta e reclama a gran voce.
Si aggiunga infine l’imminente referendum, al quale andiamo incontro senza un minimo di preparazione di tutte le altre riforme che si rendono indispensabili e senza alcuna idea complessiva di concreto aggiustamento istituzionale. Già si preannunciano divisioni sanguinose, inevitabili, del tutto improduttive, capaci solo di creare ulteriore malanimo e poca propensione al cambiamento.
Come connettivo di tutto questo ben di dio, una crisi economica che potrebbe diventare paurosa ed un’emergenza sanitaria ben lungi dall’essere superata.
C’è di che preoccuparsi davvero…
Ciò detto, “scarpe rotte, eppur bisogna andar”. L’ago, la cruna, e tutte le altre metafore che possiamo immaginare.
 
Semplificare non si può, è infantile, è illusorio, oltre che rischiosissimo. Serve un’iniziativa politica straordinaria, serve un sussulto di responsabilità, un colpo d’ala del sistema o di almeno di quella sua parte (forse persino trasversale, non mancano malesseri anche nella parte più “popolare” e meno populista del centrodestra) che non è drogata dai sondaggi, dal culto dell’immediato, dal demone del consenso ad ogni costo, o dalla sindrome di Sansone con tutti i filistei.
Mattarella dice saggiamente che si fa il pane con la farina che si ha a disposizione; il rischio è che venga un pastone immangiabile, una mappazza indigeribile, un boccone avvelenato.
Draghi giorni fa ha detto cose di puro buon senso, dimostrando che non serve inventare la ruota, serve farla girare, nel verso giusto, senza paura di pestare qualche callo. E ti pare poco…!
Non basta più la mossa del cavallo, serve muovere tutti i pezzi della scacchiera, senza fare casino e senza manovre suicide.
Ci sarà qualcuno, meglio più di uno, che vuole, sa, può, farlo? Ho nominato due persone tra le migliori sulla piazza, ma altre ce ne sono, alle quali chiedere umiltà, buon senso, buona volontà, equilibrio.
Possibile che dobbiamo rimanere chiusi in una gabbia che ci siamo largamente costruiti da noi stessi, ci siamo chiusi dentro, abbiamo gettato via la chiave e adesso urliamo come ossessi che vogliamo uscire?
 
Ernesto Trotta
Torino