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Interventi

Un voto secondo coscienza

Votare NO significa dare un segnale preciso alla politica: la stagione dei 5stelle è finita. 

di Ernesto Trotta |

Viene naturale (e alcuni dei miei pochi e affezionati lettori lo hanno fatto) proporre paralleli tra la situazione odierna e quella creatasi alla vigilia del referendum del 4 dicembre 2016.

È inevitabile: due referendum costituzionali, entrambi divisivi nel contenuto (ma tutti i referendum lo sono, per loro natura…), ma soprattutto entrambi inseriti in un contesto politico molto precario: il governo Renzi (PD) nel 2016, il Conte2 (coalizione giallorossa) adesso.

Non mi sento però di condividere questa impostazione perché, aldilà delle apparenze, le due situazioni a me paiono affatto diverse. E lo dico non solo per giustificare un voto difforme (allora votai convintamente SI, ora sono molto propenso a votare NO), ma perché le differenze saltano agli occhi, non appena si guardi un po’ più da vicino.

Intanto i contenuti: il referendum del 2016 era su una riforma complessa, complessiva, che prefigurava un diverso sistema istituzionale (monocameralismo, Senato delle Regioni, accentramento di poteri oggi conflittualmente sparpagliati sulle Regioni, una legge elettorale, non compresa ma implicita, fortemente maggioritaria, insomma un modello di “democrazia decidente”, alla francese). Poteva piacere o no, ma era una riforma che incideva profondamente sulle istituzioni; e questo spaventò non poco i finti riformisti, che adorano discettare di riforme sui giornali e nei talk show, ma guai a farle davvero, le riforme… (perdonate l’accento polemico cui non riesco a sottrarmi, ma continuo a pensare che quel referendum aveva la valenza politica di quello del 1946 e che l’esito nefasto fu come se allora avesse vinto la monarchia …). Le conseguenze di quella sconfitta, in termini di governabilità e di rappresentatività della classe politica, le abbiamo tutte squadernate davanti agli occhi.

Questo referendum invece è una cosetta, una burletta, è un dispetto alle istituzioni, e lo capiscono tutti, perché ridurre il numero dei parlamentari, così d’emblée, non incide per nulla sul loro funzionamento: al massimo lo complica, perché riduce il personale politico in un momento in cui c’è tanto da fare… È evidentemente solo un attacco alla rappresentanza parlamentare, dettato da anni di populismo anticasta e da un certo livore contro la politica in generale. Tutto il contrario di quello che servirebbe adesso, ovvero una politica seria, competente, incisiva e presente.

Tutto ciò è talmente vero che non c’è un solo sostenitore del SI che non prometta di far seguire il referendum da ben più corpose e sostanziali riforme: sulla legge elettorale, sui regolamenti parlamentari, sulla stessa Costituzione, che tutti giurano di voler modificare… Peccato che lo facciano dal 1983, commissione Aldo Bozzi, del Partito Liberale Italiano!

Insomma, ci compriamo il campanello, in attesa di poterci comprare, un giorno, la bicicletta! Per adesso stiamo fermi, ma possiamo sempre scampanellare…!

C’è inoltre la situazione politica di contorno: nel 2016 avevamo all’opera un Governo che, da quasi tre anni, di riforme ne stava facendo a iosa, in tutti i settori, anche i più delicati (mi piace ricordare, tra le tante, la riforma delle banche popolari, sulla quale persino Ciampi e Prodi avevano dovuto arretrare). Il Governo, piacesse o meno, stava cambiando pesantemente le strutture del Paese dopo anni di promesse mai mantenute. Ripeto: non a tutti questo piaceva, anzi, e quindi si era creata una forte e consistente sacca di resistenza, che aveva tutto l’interesse a interrompere un’esperienza riformatrice giudicata nefasta. Da lì l’ampiezza del fronte del NO ed il suo indiscutibile successo.

Adesso siamo in presenza di un Governo che di riforme non riesce a farne alcuna, paralizzato da veti incrociati, indecisioni, incertezze, oberato da una emergenza oggettiva ed imprevedibile (il Covid), che però potrebbe e dovrebbe essere sfruttata come propellente per una stagione di riforme importanti. Adesso abbiamo bisogno di un’accelerazione (allora il NO serviva a frenare …) consistente, di una capacità di progetto ed esecuzione che con tutta evidenza manca. Adesso abbiamo un Governo nato per necessità, per bloccare le mire autoritarie di Salvini, per rientrare nella Comunità Europea dalla porta principale e non essere considerati dei paria. È un Governo di coalizione fortemente condizionato da una forza (oggi, piuttosto una debolezza…) politica come il M5S, che con ogni evidenza si è scontrato con una realtà che non conosceva, non voleva conoscere, e voleva solo demolire, senza nessun progetto di ricostruzione che non fossero i sogni bucolici, pelosi e pure pericolosi, di Casaleggio e Grillo.

Questa “forza” è oggi un ostacolo ad ogni tentativo di riformismo serio, è una “forza” che ancora ha dubbi sul MES, che sostiene i nefasti decreti dignità, generatori di licenziamenti e sconquassi nel mondo del lavoro, predica un massiccio intervento pubblico nell’economia, non prende posizione sui decreti sicurezza salviniani e, come trofeo di guerra, brandisce la riduzione di 345 parlamentari, come se fosse chissacché, e non solo un infantile capriccio senza alcun senso compiuto.

Le differenze sono davvero sostanziali e i paralleli non funzionano affatto, oltre un primo, superficiale, sguardo. Ho già sottolineato come i Partiti della maggioranza (PD, Italia Viva, LeU) siano molto vincolati dalla precarietà della situazione e debbano quindi fare molta attenzione ai delicati equilibri politici.

Non possono e non devono rischiare di spaccare tutto in modo maldestro. Viene quindi logico rifugiarsi in una, peraltro, ovvia libertà di coscienza e cercare di avviare almeno qualche aggiustamento alla situazione che dovesse crearsi con la vittoria del SI. Prudenza e responsabilità consigliano atteggiamenti misurati, senza colpi di testa.

Ma noi cittadini non abbiamo di questi problemi. Noi dobbiamo, se vogliamo, dare un segnale che una stagione, quella delle follie dei 5stelle, è finita e che bisogna rimboccarsi le maniche e mettere mano ad un piano di riforme serio, complessivo, efficace. Bisogna far capire agli stessi 5stelle che la politica è progetto e realizzazione, e che a tutti loro è toccata, per motivi sghembi, la sorte di poter partecipare ad un grande processo riformatore e che conviene loro partecipare, piuttosto che mettersi di traverso e spaccare tutto, con danni soprattutto per loro stessi, che verrebbero falcidiati in nuove ipotetiche elezioni.

Problemi per il Governo? Nessuno in più di quelli già esistenti, se il movimento del NO sarà dal basso e non dall’alto. È proprio la base, come si diceva una volta, che deve esprimere tutta la sua insofferenza per questa situazione di stallo. I Partiti, tutti, compresi i 5 stelle, dovranno adeguarsi.

Ecco perché sostengo il NO: è un’occasione da non perdere per raddrizzare una situazione precaria, che rischia di scivolare verso il disastro in un momento estremamente delicato per il Paese. Zingaretti, Renzi, anche Conte, si tengano pure al coperto e lascino che ad esprimersi siano i cittadini di centrosinistra, di centro, persino parecchi di centrodestra, a cui sta a cuore il destino del riformismo e che possono contribuire concretamente al superamento di questa impasse. Tutti avremmo da guadagnare, perlomeno in credibilità.

È un gioco difficile? Può darsi, ma cosa costa provarci? Perché votare un SI poco convinto e con nessuna prospettiva? Nel segreto dell’urna nessuno ti vede, né Dio, né Stalin, e nemmeno Casaleggio!