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Interventi

A che serve la scienza?

E' parte essenziale della nostra società. Ma funziona solo se sa analizzare i propri errori. 

di Ernesto Trotta |

La scienza è materia da maneggiare con estrema cura.

Ha un metodo, codificato da Galileo Galilei, ha regole, procedure, riti (sì, anche riti, come i convegni o le pubblicazioni), tempi e linguaggi che sono il frutto di oltre 400 anni di storia, durante i quali la comunità scientifica ha via via messo a disposizione del resto dell’umanità un numero incredibile di nozioni, strumenti, innovazioni, a volte vere e proprie rivoluzioni. In questi 400 anni, come mai prima, l’umanità ha compiuto un gigantesco balzo in avanti nella comprensione della realtà e nella capacità di adeguarla, di adattarla, alle esigenze di sviluppo, di emancipazione, di miglioramento delle condizioni di vita di miliardi di persone.

Non tutto è andato sempre per il verso giusto, a volte si sono combinati disastri (a mio parere, fra i più clamorosi c’è il tentativo di utilizzare l’energia nucleare per scopi civili), ma comunque il metodo scientifico ha sempre fornito mezzi logici e pratici per continuare a progredire, ininterrottamente.

La scienza è una componente essenziale della nostra civiltà e va praticata, gestita, protetta, divulgata, perché la scienza è democratica per definizione (non ammette autorità a prescindere, se non quella suffragata da dati, prove, modelli riconosciuti), ma va anche presa ed usata nel modo corretto.

Ho fatto questo pistolotto introduttivo per arrivare al punto: come esce la scienza dagli eventi di questo inizio millennio? Qual è il suo stato di salute, il livello di credibilità, di presa sulla società?

Come si trova a convivere con i media, con i social, con l’informazione digitale, con l’immediatezza della navigazione, con la superficialità del surfare tra le onde del mare di internet?

In alcuni settori mi pare di vedere grande salute, grande efficacia e grande coinvolgimento di masse di ricercatori ben coordinati (l’astrofisica, la fisica delle particelle, l’informatica, l’elettronica, anche l’ecologia, seppur con qualche distinguo, …), ma non è sempre così. Altri casi pongono problematiche che non è né corretto né opportuno sottovalutare. Abbiamo due esempi recenti che saltano agli occhi.

Come ha agito e reagito la scienza economica a fronte della crisi di fine decennio scorso? Gli economisti sono stati utili, e quanto utili, per il superamento della crisi? Con un po’ di imbarazzo bisogna rispondere che non è andata benissimo. Quasi nessuno si era accorto della valanga che si stava preparando, quasi nessuno ha percepito il rischio delle conseguenze dell’insorgere della crisi dei mutui sub-prime e tutto quello che ne è conseguito a livello globale.

Motivi? Non credo mancassero gli strumenti, né teorici né tecnici: a mio parere è mancato agli economisti il coraggio dell’indipendenza di pensiero e di giudizio. Nel senso che la comunità scientifica ha subìto il condizionamento del pensiero dominante (ad esempio la finanziarizzazione dell’economia) e ha dato per scontate cose che scontate non erano (come la resilienza del sistema bancario). Inoltre ad analisi tardive sono seguite indicazioni operative non univoche, laddove in USA si è imboccata con rapidità la strada della politica espansiva, mentre in Europa ci si è baloccati con le favole dell’austerità, almeno fino a quando Mario Draghi, con il suo celebre “whatever it takes” del luglio 2012 non ha suonato la sveglia a governi, mercati, banche, ricordando che compito degli organismi centrali è difendere la ricchezza delle nazioni e impedirne la distruzione e non difendere astratti dogmi di incerta provenienza. Concetto semplice, diretto, chiaro, ma evidentemente non proprio così scontato per tutti gli attori, economisti, politici, finanzieri, …

Il secondo esempio lo stiamo ancora vivendo e riguarda i virologi, gli epidemiologi, i biologi, i medici che si sono improvvisamente trovati catapultati sulla scena mediatica all’avvento del virus Covid-19. Avevano previsto qualcosa di simile? Avevano predisposto piani di azione per attivare la ricerca di cure antivirali e gli opportuni vaccini? Avevano analizzato possibili modelli di diffusione della pandemia?

Pare proprio di no. Che cosa è mancato? Dove il sistema ha fallito? E poi, ha dimostrato sufficienti capacità di reazione?

Bisognerà dedicare tempo e tanto cervello per rispondere in modo sistematico e non episodico a queste domande. E bisognerà farlo senza reticenze, perché la scienza funziona solo se analizza di continuo i suoi errori e da essi apprende lezioni in modo definitivo (mai due volte lo stesso errore!). È il metodo che distingue la scienza da altre manifestazioni umane. Un metodo che è riconosciuto ed accettato da tutti gli attori e che è garanzia di correttezza ed onestà intellettuale.

In aggiunta è intervenuto, con tutta la sua potenza devastante, il sistema dell’informazione a scompaginare le carte e confondere le idee a molti scienziati, non abituati di certo ai modi ed ai tempi della comunicazione televisiva e social.

E così si è finito per trattare la scienza come normalmente ormai viene purtroppo trattata la politica, ovvero con faziosità, con pettegolezzi, con attacchi personali, con insinuazioni grottesche che hanno fatto sì che molti scienziati abbiano perso la bussola e noi cittadini fruitori del servizio informativo ci siamo divisi come se stessimo parlando di un referendum o di un’elezione del sindaco.

Intendiamoci: la politica è il pane della società, impossibile farne a meno, nei modi dovuti, ma la scienza è diversa. La scienza non ammette partiti presi: ammette dibattiti, anche feroci, su argomenti non ancora definiti, sull’interpretazione dei dati, sui possibili modelli di previsione, ma solo fino a quando il dibattito non converge su quella che tutti riconoscono essere la verità scientifica, ovvero quel modello, quella spiegazione, che meglio si attaglia ai risultati sperimentali misurati. È lì la differenza: fino a quando non si converge, non c’è verità, ci sono ipotesi, legittime, razionali, ma solo ipotesi e noi, cittadini fruitori, dovremmo rispettare ed aspettare che i processi in atto portino a risultati condivisi. In mancanza di ciò, la scienza può solo fornire dati parziali con tutte le avvertenze del caso, con tutte le cautele necessarie, ma poi è la politica che deve prendersi le responsabilità delle decisioni.

La politica deve essere capace di decidere anche in mancanza di dati o in presenza di dati scarsi o non consolidati. È la sua condanna, e non può demandare il compito alla scienza, che non è intellettualmente preparata a queste incombenze; altrimenti si crea la deleteria commistione cui abbiamo assistito ed a cui stiamo ancora assistendo.

Servirebbero:

  • scienziati che non si facciano travolgere dai modi e dai tempi del sistema mediatico;
  • un sistema mediatico che capisca i limiti e i compiti di ciascun interlocutore e non favorisca né provochi confusioni, col solo scopo di aumentare l’audience, eccitando il pubblico;
  • il pubblico che accetti la complessità delle situazioni e non pretenda solo schematizzazioni banali, né dai media né dai politici;
  • i politici, infine, che interpretino fino in fondo il proprio ruolo, assumendosi le responsabilità delle scelte e non scaricandole su altri, con la scusa che sono gli “esperti” del settore specifico.

Sono quattro condizioni che paiono molto lontane dalla realtà che abbiamo sotto gli occhi. E allora?

Diceva Bertrand Russell: “Il problema è che i saggi sono pieni di dubbi, mentre i cretini sono pieni di certezze”. Cionondimeno, sarebbe meglio che i saggi trovassero il modo di decidere, impedendo che a fare le scelte siano i cretini con le loro false certezze. È questo, in sintesi, il compito della buona politica, che deve imparare ad usare le informazioni fornite da chi studia i fenomeni della realtà (la scienza) e quindi, sulla scorta di solidi principi morali, decidere per il meglio. Però, però, …

Il meglio per un elettore di Trump è certamente molto diverso dal meglio per un elettore di Biden, e questo è un problema non da poco. Ma per quello abbiamo inventato la democrazia, pur con tutti i suoi limiti, peraltro resi ancora più evidenti dall’ascesa al potere del “mutante” americano. Però queste sono le armi che abbiamo. Compito nostro è usarle in modo appropriato, se davvero vogliamo perseguire il progresso e l’emancipazione della società.