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Mostri in Rete

La morte di Willy, Colleferro.

di Ernesto Trotta |

Ma come si fa a stare zitti? Come si può ancora lasciar correre?
Di che parlo? Ma dell’annoso problema dell’anonimato sui social, ovviamente.
Me ne occupo da tempo: ho scritto pagine e pagine, ho parlato, ho provato persino a sensibilizzare qualche parlamentare europeo e nazionale, tutto inutile. Non si ottiene nulla. Tabù.
Ma ciò non toglie che abbiamo raggiunto livelli di inciviltà inimmaginabili e largamente inaccettabili.
 
La recente vicenda del ragazzino Willy di Colleferro, barbaramente trucidato a calci e pugni da un gruppo di energumeni esaltati, ha dato la stura ad una serie immonda di esternazioni sui social semplicemente raccapriccianti. E quasi tutte rigorosamente anonime, o celate dietro a nomi di fantasia.
Il paradosso è che una violenza così efferata (che non chiamerò “bestiale”, perché ha ragione Massimo Recalcati quando dice che le bestie, quelle vere, sono mosse da naturale istinto di sopravvivenza o di difesa della prole, o del territorio, mentre l’essere umano è capace di GODERE nel procurare violenza) diventa moralmente associabile ai commenti violenti che essa genera sia in chi la appoggia e giustifica, sia in chi pretenderebbe di condannarla. Segno che non c’è limite all’odio, non c’è limite alla rabbia incontrollata, non c’è limite. Punto.
A parte che a creare mostri non ci vuole nulla, e però questo è lo sport preferito da quasi tutti i mezzi di informazione, che si avventano sul caso di cronaca fomentando i peggiori istinti, senza nessun invito alla razionalità ed alla moderazione (c’è qualche anima pia che ricordi a chiare lettere che la giustizia non è MAI vendetta, in un ordinamento democratico?), a parte tutto ciò, ci rendiamo conto dello strascico di veleno che si crea sulla rete dove, senza alcuna possibilità di controllo reale, chiunque può vomitare odio, rancore, razzismo, ferocia, in modo del tutto gratuito e senza alcun rischio di essere chiamato a risponderne?
Io non posso che testardamente ribadire che la soluzione può essere una e una sola: chiunque esprime qualsiasi pensiero sulla rete deve farlo col suo nome, con la sua faccia e con la sua responsabilità.
Non c’è altra strada, non può esserci compromesso: vanno solo trovati gli strumenti tecnici adeguati. E non mi pare difficile.
Scrivere sulla rete è un atto volontario, non casuale, qualsiasi cosa si scriva. Non è civilmente accettabile che non si possa in qualche modo, realmente praticabile, individuare l’autore, lasciandolo libero di seminare odio senza alcuna conseguenza.
Non so più come dirlo: la nostra società è basata sulla responsabilità personale di ognuno; ognuno è un cittadino con pari diritti e pari doveri; non esiste il cittadino anonimo. Si è cittadini con un nome ed una faccia (e un codice fiscale). Perché la rete deve fare eccezione a principi così basilari? Siamo in un sistema democratico, qui in occidente, o siamo sotto una dittatura totalitaria, che giustifica, e anzi richiede, la Resistenza? I cittadini dei Paesi democratici non possono avere paura della responsabilità. Se ce l’hanno, è un problema che la collettività non può tollerare.
 
Devo dire che mi sento quasi imbarazzato a ripetere queste motivazione per l’ennesima volta, ma mi spaventa l’idea che nessuno voglia farsene carico. Siamo tutti succubi di una monocultura che ha fatto della rete un feticcio e non un servizio. E pensare che perfino i grandi player, che in teoria sarebbero gli ultimi ad avere interesse a intervenire, stanno timidamente muovendo qualche passo. Mi risulta che Instagram, social fra i più trendy, in particolari casi si riservi il diritto di chiedere i documenti ai suoi iscritti. Ma la politica fa finta di nulla.
Qui non vogliamo renderci conto che da questo pertugio passa la difesa della democrazia occidentale. Dio non voglia che al 4 novembre non dobbiamo recriminare per l’ennesima volta l’uso distorto e truffaldino della rete nell’elezione dell’uomo più potente del mondo.
Noi andiamo avanti impavidi verso il disastro, trincerandoci dietro ad una falsa e pelosa idea della “libertà di espressione”: come se urlare “al fuoco!” in un supermercato pieno fosse un diritto e non un reato.
 
Concludo, anche se un po’, ma non molto, fuori tema, con un sincero e sentito apprezzamento a Chiara Ferragni, la popolarissima influencer che ben conosce, e usa, la rete, la quale, a proposito di Willy, ha lucidamente puntato il dito contro la cultura fascista che copre questi atti mostruosi e sulla necessità di affrontare il problema della violenza “con la cultura e l’istruzione: qualcosa che manca in questo Paese”. Grazie Chiara. L’antifascismo si pratica dappertutto, in ogni luogo e in ogni modo. Grazie di cuore.
 
 
Ernesto Trotta
Torino