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Panta rei

Tutto scorre, tutto cambia

di Ernesto Trotta |

“Pánta rheî” (π?ντα ?ε?), "tutto scorre", “non ti bagnerai mai due volte nello stesso fiume”, tutto cambia, tutto è in divenire.
Sono affermazioni, constatazioni, considerazioni, attribuite al filosofo greco presocratico Eraclito di Efeso, vissuto oltre 2.500 anni fa, mica ieri.
Sembrano intuitive, perfino banalotte, ma in realtà esse rappresentano ancora oggi, a mio parere, la più avanzata visione di ciò che ci circonda, della realtà, della natura, di cui siamo parte integrante.
 
Le conseguenze derivanti da quelle due parole sono infatti di enorme importanza. Non esiste nulla di statico, di fermo, in natura: tutto è in moto, tutto si evolve, nel corso di quello che siamo abituati a chiamare “tempo”; l’abbiamo inventato noi il concetto di tempo, e gli abbiamo dato il senso autonomo di una dimensione a sé, ma in realtà, secondo i più moderni modelli della fisica, il tempo semplicemente NON ESISTE; è infatti sparito come variabile delle equazioni che descrivono i modelli stessi. Sembra strano, ma pare davvero così.
Non è che il tempo, al pari di un fiume, passi, scorra, fluisca, come diciamo correntemente: è la realtà che muta in continuazione. Muta la posizione della Terra intorno al Sole, e quella intorno al suo asse, o la posizione di una vettura sull’autostrada, o di un treno sulle rotaie; muta l’altezza di un bambino che cresce, muta la pelle di una persona che invecchia, mutano le nuvole nel cielo, mutano infine anche i nostri pensieri.
Abbiamo deciso da secoli e secoli di rapportare questi mutamenti a fenomeni ciclici, ripetitivi, come appunto la rotazione della Terra (il giorno, diviso – arbitrariamente – in ore, minuti, secondi) o la sua rivoluzione (l’anno, diviso – arbitrariamente – in mesi), facendo anche fatica a correlarli perché in un anno non c’è un numero intero di giorni (gli anni bisestili servono a recuperare le differenze accumulate).
Successivamente, abbiamo deciso di usare concetti più raffinati come un multiplo della radiazione corrispondente ad una specifica transizione dello stato dell’atomo di cesio; una roba complicatissima, ma poco importa: in realtà il tempo è solo e sempre la misura di un cambiamento.
 
I cambiamenti avvengono sotto leggi naturali della fisica, in parte conosciute, in parte no, ma comunque avvengono, sempre, anche quando ci pare di no.
Infatti, mentre non abbiamo difficoltà a percepire il cambiamento della luce nel corso della giornata, o il moto di un sasso lanciato in aria, sembra più difficile percepire il cambiamento nel sasso, quando “batte sul fondo e sta”, come scriveva Alessandro Manzoni. Sembra solido, immoto, duro, ma, se potessimo (e in realtà possiamo) guardare dentro il sasso, a livello molecolare, e poi atomico, e poi sub-atomico, constateremmo che le particelle elementari di cui il sasso è costituito sono tutt’altro che ferme: mutano anch’esse di posizione e velocità, in relazione con le particelle adiacenti. E così il terreno sul quale giace, le montagne, le cose intorno, gli oggetti astronomici, tutto. Nulla è fermo, statico, anche se macroscopicamente lo sembra, e tutto vive solo in relazione con il resto, compresi noi che osserviamo, non dall’esterno, ma dall’interno dello stesso sistema.
 
I cambiamenti, dicevo, sono governati da leggi naturali: una cometa, un asteroide, un pianeta, si muovono secondo le leggi di Newton, poi affinate, ma comunque viaggiano su traiettorie note. Le eclissi solari e lunari, che millenni fa potevano apparire magiche o comunque inspiegabili, oggi sono facilmente ed esattamente prevedibili, anche con secoli di anticipo. E così una quantità enorme di fenomeni fisici sono stati approfonditi, analizzati, modellizzati. La scienza non fa altro che perseguire la conoscenza delle leggi naturali, e più ne scopre, più ne ha da scoprire. Diceva Einstein che la natura è un romanzo giallo perfetto, in cui noi dobbiamo inseguire indizi e cercare l’assassino. Gli strumenti diventano sempre più penetranti, precisi, e le conoscenze aumentano, spesso rivoluzionano quelle precedenti, che parevano consolidate, le sostituiscono, le completano, le riformano. Ma il disvelamento della trama è tutto di là da venire.
La natura, visto che, con tutta evidenza, esiste, ha già risolto tutto, sin dall’inizio; noi no, anche se siamo parte della natura stessa. E così continuiamo a cercare, ad osservare, a modellare: lo facciamo da sempre e con sempre maggiore sagacia.
E infatti cresce la conoscenza di come la realtà evolve, muta, si trasforma. E ogni giorno che passa siamo sempre più capaci di guardare nel profondo e cercare nuove spiegazioni, fare previsioni, elaborare modelli sempre più generali. Ma ogni giorno che passa ci rendiamo conto di quanto ancora non riusciamo ad afferrare. È una condanna, una magnifica condanna, che ci obbliga a cercare di superare noi stessi. Su quello che non capiamo continuiamo a ragionare, consci che, piano piano o a volte con grandi balzi, aggiungiamo pezzi di sapere e di coscienza.
 
Tra le cose che non riusciamo ad inquadrare granché bene c’è il ruolo del “caso”. Per millenni l’essere umano, cosiddetto “sapiens”, ha sperimentato il caso; normalmente lo subisce, a volte ne viene schiacciato, e allora cerca di prevenirlo, interroga oracoli, elabora oroscopi, poi con la scienza ha finalmente imparato a costruire modelli predittivi dei fenomeni. Cerca insomma di ingabbiarlo, di gestirlo.
Ma che cosa è davvero il “caso”? In realtà chiamiamo “caso” tutto quello che non sappiamo prevedere, tutto ciò di cui non conosciamo le leggi, tutto ciò di cui ci sfugge il razionale.
Quanti fenomeni, che nella storia sembravano casuali, si sono poi rivelati del tutto prevedibili, una volta conosciute le leggi che quei fenomeni governavano?
La meteorologia, il moto dei corpi celesti, la chimica, la genetica, persino dove cade la pallina della roulette. I tanti modelli disponibili oggi funzionano, limitano l’incombere del caso, e dimostrano che anche un fenomeno particolarmente complesso, se se ne conoscono le leggi, può essere governato e previsto. Stiamo (intellettualmente) “lottando” con la teoria dei quanti, che mette a dura prova la nostra logica consolidata, proprio perché essa ci mostra il “caso” a livello atomico; e questo ci turba, perché ci sfugge il limite tra il caso e il modello.
 
Ecco, il limite: qual è il limite? C’è un limite? Deve esserci un limite o no? Chi lo stabilisce, o lo ha stabilito?
Possiamo dare risposte di fede, ma non sono scientifiche, sono risposte personali, private, buone per tacitare il tumulto che l’ignoranza mette nel nostro intelletto.
Possiamo dire che Dio è tutta la natura, e quindi anche noi, come sosteneva Baruch Spinoza già quattrocento anni fa. Ma in ogni caso, si chiedeva Einstein, Dio o chi per lui “gioca a dadi con l’universo”?
Esiste davvero il “caso” come elemento fisico? E se è così, a quali leggi obbedisce? Se il “caso” fosse solo un concetto transitorio che definisce quello che non ancora conosciamo, le conseguenze sarebbero enormi. Esisterebbero leggi, ad oggi sconosciute e che forse un giorno scopriremo, che governano l’evoluzione della natura, noi compresi, che ne siamo parte, anche negli aspetti che ora continuano a sembrarci casuali. Insomma, il mondo va così perché solo così può andare. E in effetti ci va, ci piaccia o no. La via sarebbe tracciata.
 
E noi? E il nostro “libero arbitrio” di cui andiamo così fieri? La nostra “illusione” di poter decidere a nostro piacimento la direzione da prendere? Non sarà che corriamo dentro una corsia, predeterminata da leggi naturali ancora sconosciute, senza poterne uscire? Può il Sole deviare dal suo corso nella galassia? O la Terra dalla sua orbita? O il virus evitare di aggredirci, arrecandoci più o meno danno? C’è una legge “naturale” che convince qualcuno ad usare la mascherina ed altri no? Possiamo davvero decidere di passare col rosso, visto che poi o lo facciamo o non lo facciamo, e solo una delle due cose è reale? L’altra semplicemente non esiste: nessuno è mai tornato indietro da una scelta. Semmai ne aggiunge un’altra, perché tutto è irreversibile, l’acqua del fiume è sempre diversa, è da millenni che lo sappiamo.
I nostri neuroni, i nostri processi mentali, sono fisici e chimici, sono materia, quindi dovrebbero rispondere a leggi naturali, come tutto il resto. Gli esseri viventi (tutti) sono dotati di sensori in base ai quali percepiscono il reale e adottano certi comportamenti: c’è l’input e c’è l’output. In mezzo c’è una capacità di elaborazione che è più o meno sviluppata e complessa, a seconda se siamo umani o amebe.
Ma comunque tutto ubbidisce a leggi che la natura conosce bene, mentre noi no. O non ancora.
 
Basta così: rassegniamoci. Compito del “sapiens” è porsi continuamente domande e cercare risposte, certificabili dall’esperienza, riproducibili. Comunque sia, questa è, ripeto, la condanna magnifica, che la nostra mente deve scontare. Quello che sa, sa, e quello che non sa, spesso neanche sa di non saperlo. Ma la ricerca continua … e se qualcuno si stanca e desiste, mille altri riprenderanno il filo ...
Pánta rheî.
 
Ernesto Trotta
Torino