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Interventi

Lottare contro il Mule

Per cacciare Trump servirà la guardia nazionale. Ha spaccato in due la società americana.

di Ernesto Trotta |

Ho spesso paragonato Trump al Mutante – the Mule – che, nel Ciclo della Fondazione di Asimov, manda in crisi il Piano Seldon, un complesso e “quasi” perfetto algoritmo regolatore della società, chiamato psicostoria.
(Chi non ha mai letto Asimov dovrebbe provvedere, a mio modesto avviso …)
Donald Trump non è persona che possa suscitare indifferenza.
Qualunque cosa faccia, la fa in modo talmente vistoso, talmente pacchiano e volgare, talmente estremo, da provocare adorazione presso i suoi fan e profonda repulsione da parte di tutti gli altri.
Pare che sia una caratteristica dei leader… almeno di certi leader: non risulta infatti che una tale polarizzazione si verificasse per Churchill, o Roosevelt, o De Gasperi, o perfino Merkel e Macron, per parlare di leader più vicini ai nostri tempi. Quindi solo un certo tipo di leader … e per la precisione solo i più populisti, i più comunicativamente violenti, i più estremisti.
Si è scritto molto sull’adorazione delle folle verso i capi di tal fatta, sulla durata di tali infatuazioni, sulla rapida salita e spesso altrettanto rapida discesa dei consensi raccolti. A volte scatta una specie di sindrome di Stoccolma, che porta a provare attrazione verso chi ti tiene in soggezione fisica e mentale.
Sarebbe roba da psicoterapia, invece è politica, di quella grande, importante, con riflessi sulla vita di tutto il mondo.
 
Anche se, come spero ma pure temo, tra qualche settimana dovrà arrivare la Guardia Nazionale a far sloggiare Trump dalla Casa Bianca, questa terribile avventura americana non resterà senza conseguenze.
La spaccatura, la divaricazione che Trump (come i suoi epigoni in giro per il mondo) ha provocato nella società americana, l’accumulo di odio, di rancore, di machismo esasperato, di vero e proprio culto per la violenza verbale e non solo, lasceranno tracce profonde per decenni, anche ammesso e non concesso che restino fuori del mainstream e quindi un po’ marginali.
Il mondo ha dunque urgente bisogno di una robusta iniezione di principi politici liberalsocialisti: non potremo affrontare problemi globali come il cambiamento climatico, la trasformazione energetica, la divaricazione nord-sud, quella ricchi-poveri, o tutelati-non-tutelati, senza uno scatto culturale che scaturisca e coinvolga almeno le cosiddette società avanzate.
Che poi avanzate lo sono solo fino ad un certo punto, se si dimostrano così vulnerabili ad apparenti fenomeni da baraccone come Trump e BoJo, o Bolsonaro, o Erdogan, per non parlare di veri autocrati come Putin o Xi Jinping. Le società avanzate dovrebbero dare l’esempio, fare da guida; invece, qui, noi poveri europei continentali ed occidentali rischiamo di rimanere isolati, “rara avis” in un mondo che viaggia verso un superamento sostanziale di quei principi di democrazia ai quali le generazioni a noi precedenti, nel corso dei secoli, hanno sacrificato tante vite umane.
Certo, se tra un mese vincono Joe Biden e Kamala Harris, se i Democratici guadagnano il Senato, la musica cambia, e parecchio. Ma le ferite inferte sono profonde e non si rimargineranno in fretta; anzi, rischiano di sanguinare ancora a lungo, in uno strascico di odio sociale, di astio, di diffidenza e malanimo.
 
Il mondo occidentale di tradizione liberalsocialista dovrebbe affrettarsi a mettere in campo antigeni efficaci, dovrebbe adottare contromisure notevoli, dovrebbe trovare il coraggio di riprendere la guida e dare l’esempio. A mio parere si può e si deve fare, ma bisogna avere idee chiare, lucidità, capacità di visione. E la chiave di volta dovrebbe essere: la qualità della vita.
 
Le democrazie occidentali, pur con tutte le loro contraddizioni, sono riuscite a garantire per decenni un livello di qualità della vita sempre crescente. Adesso questa crescita mostra la corda: crisi economiche, crisi sociali, crisi sanitarie, stanno minando alla base il welfare faticosamente costruito. Serve individuare alcuni parametri influenti essenziali, senza i quali sarà tutto inutile.
A mio parere il primo in assoluto da curare, progettare, sviluppare è l’istruzione, la formazione, lo sviluppo di una coscienza civica, la crescita di competenze adeguate alle moderne esigenze non solo tecnologiche ma direi perfino “logiche”. Un popolo di ignoranti, senza senso civico né preparazione tecnica, non ha speranze: ricade inevitabilmente sotto l’influenza nefasta dei populismi, delle paure sovraniste e nazionaliste, e peggiora la sua situazione sociale, compromette la qualità della vita.
 
A mio parere tutto origina da lì. Non c’è qualità della vita senza adeguata coscienza ed istruzione: il problema del lavoro diventa insormontabile, dato per acquisito che ai giorni nostri il lavoro non è più (e non sarà mai più) un generico impiego per raccattare un po’ di salario. Dobbiamo diventare società di specialisti; i lavori generici saranno sempre meno e sempre peggio retribuiti e tutelati, inoltre esposti alla dirompente concorrenza della tecnologia. Inutile farsi illusioni: possiamo proteggerli in qualche modo, ma dobbiamo anche convincerci che senza studiare non abbiamo alcun futuro. Né noi che viviamo in occidente da tempo né quelli che ci arrivano migrando: questi ultimi potranno coprire i fabbisogni lavorativi più umili per qualche tempo, ma poi giustamente vorranno promuovere la loro posizione sociale e solo con l’integrazione, l’istruzione, la formazione potranno farlo.
Tutto origina da lì: una buona sanità, pubblica, privata o mista che sia, non ha bisogno solo di soldi, di investimenti, ha bisogno di teste, di specialisti, di competenze; e così tutta l’industria, così la pubblica amministrazione, così la scuola stessa, che senza strutture di alto livello, fisiche ed intellettuali, non potrà preparare i giovani, innescando un circolo vizioso senza fine. E poi istruzione significa anche tolleranza, significa civismo, solidarietà, civiltà. Di nuovo, alta qualità della vita.
 
Insomma, se da qualche parte bisogna cominciare, io non avrei dubbi: il massimo sforzo va fatto per ricostruire il sistema scolastico nel suo insieme. E bisogna farlo a dispetto di qualsiasi corporativismo o conservativismo ancora imperante nel settore: bisogna smantellarlo e sostituirlo con una ventata di freschezza, di energia, di libertà, di creatività. I ragazzi che oggi vanno a scuola sono i padroni del mondo di domani. Stupidaggini come: “la migliore scuola è la vita” sono deleterie, sono qualunquismo allo stato puro, becero neodarwinismo sociale, insomma una fregatura; sono voglia di conservare privilegi e prerogative di casta, di tutte le caste, mica solo quella politica.
A scuola si impara ad essere cittadini, si imparano nozioni e modelli logici, soprattutto si impara ad imparare, attività fondamentale, visto che le nuove generazioni, qualsiasi attività potranno fare, dovranno continuamente aggiornarsi, adattarsi, seguire e promuovere i cambiamenti. È una prerogativa del mondo moderno, praticamente sconosciuta fino a pochissimi decenni fa, quando un lavoro, una professione, una competenza erano “per sempre”. Adesso “per sempre” non c’è più nulla. Piaccia o non piaccia, indietro non si torna.
 
I rimanenti governanti dell’occidente democratico dovrebbero rendersi conto che, per non soggiacere ai Mule che sorgono e sorgeranno, il vero Piano Seldon è un semplice algoritmo: studiare, studiare, studiare. Il resto viene (quasi) da sé.
 
 
Ernesto Trotta
Torino