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Quanto è grande l'America

La sfida di due realtà

di Ernesto Trotta |

Folks (gente), questa è l’America (gli Stati Uniti d’America).
Un Paese dove si passa in un amen (anche se un po’ prolungato …) dall’inaccettabile, impresentabile, incontenibile Mule (Trump, biondo ed acconciato) al bonario e rassicurante nonno Joe, che sarà pure “sleepy”, ma che una certa grinta, una certa resilienza (o tenacità, ma adesso si dice così) ai fatti della vita (ne ha passate di tuti i colori!) l’ha dimostrata. Eccome!
Bello tonico a 78 anni, schiena dritta, un po’ rigido, ma efficace, diretto, aperto, inclusivo, molto “americano”.
Sì, ma “americano” di quale America?
Perché le Americhe sono più d’una, e sono reali, concrete, vere, tutte e due.
L’America di Trump non è costruita in studio, non è marginale, è ben presente in tutti i vasti territori del Midwest, nelle montagne, dagli Appalachi alle Rocciose, nei paesi e nei contadi, e chiunque abbia fatto anche solo un giro in quelle lande sterminate ha potuto vedere coi suoi occhi i paesi, le cittadine con la main street, le groceries, le service station col bar, i piccoli mall pieni di gente con cappellaccio e camicie a quadri, col pickup nel “parking lot”  e forse un fucile a pompa sotto il sedile (non si sa mai). O i sobborghi di Detroit con le casette tutte uguali, poche iarde quadrate di giardino attorno, il garage, difese dagli ipotetici nemici come fossero tanti Fort Alamo.
Quella America è comunque altrettanto vera di quella che sciama nel Greenwich a NYC, o nel Common Park a Boston, sul Sunset di LA, o che vive nei lindi paesini del Connecticut, del Massachusetts, nelle case variopinte di Pacific Heights di Frisco, a Seattle o San Diego. L’America che sabato sera affollava un parcheggione di Wilmington (Delaware), con bambini e pickup, mascherine e bandierine, per i discorsi pacifici e tolleranti di Kamala Harris e di Joe Biden, conclusi con le canzoni del Boss Springsteen, fuochi d’artificio, e droni luminosi molto migliori di quelli di Appendino a San Giovanni.
 
Due Americhe consistenti, robuste. Trump ha preso oltre 70 milioni di voti (circa 7 milioni in più rispetto al 2016!) e, anche se non sono tutti “red neck” col fucile spianato, è un’America sicuramente chiusa in se stessa, diffidente di tutto e di tutti, spesso molto ignorante, intollerante, gretta, attaccata ad un orgoglio nazionale che sente minacciato da chiunque anche lontanamente sembri più tollerante, più divergente dai suoi rigidi canoni di “americanità”. Un’America della quale riesce incredibilmente a far parte anche un uomo sensibile e colto come Clint Eastwood, il bastian contrario di Hollywood (chissà stavolta come si sarà sentito, ché forse serve Callahan per sloggiare il biondo villain dalla Casa Bianca).
Un’America che non si fa amare perché non vuole farsi amare, anzi si rende minacciosa e sente di dovere proteggersi da chiunque sia o sembri diverso. Un’America radicalizzata da oggettive difficoltà economiche, ma irretita e abbagliata dalle facili ricette populiste, convinta che la grandezza dell’America (“Make America Great Again”) passa attraverso una buona dose di egoismo, la difesa ad oltranza del proprio interesse particolare, la fiducia cieca verso un inaffidabile affarista, probabile evasore, mentitore seriale, sessista, minaccioso, per giunta indebitato fino al collo. Ma molto “macho”, impettito e sprezzante, anche del virus. Un “macho” che adesso, asserragliato alla Casa Bianca con la sua corte, starà brigando su una decente exit strategy per non finire in galera e non certo per le sorti dei suoi sostenitori delusi, arrabbiati e spesso armati fino ai denti.
 
Per contro un’altra America, oltre 75 milioni di persone, ha votato il rassicurante Joe e la battagliera Kamala, un‘America esasperata dalle mattane di un uomo ormai chiaramente fuori ruolo, e forse anche fuori di testa. Un uomo al quale i media (e questo accade solo lì) hanno tolto la parola in diretta televisiva, a causa delle deliranti accuse, da nulla supportate, con le quali cercava di delegittimare il voto di 150 milioni di elettori. Tutti, compresi i suoi. Settantacinque milioni di persone altrettanto vere, altrettanto americane (spesso, ahimè, anche altrettanto armate), che ora hanno prevalso affidando al nonno Joe il compito non agevole di tenere tutti insieme. È questo un altro modo di rendere grande l’America, un modo che a noi occidentali liberal permette di continuare a guardare con speranza ad una democrazia acciaccata, a volte anacronistica, ma che comunque sa rialzarsi, sa produrre i due Kennedy, Clinton, Obama, e ora Biden e Harris, coppia simbolo di quella società inclusiva, multiculturale, multietnica, “land of hope and dreams”, come canta il Boss.
 
Vorrei davvero poter confidare che il minaccioso slogan trumpiano diventi “Now America’s Great Again” (Adesso l’America è di nuovo grande).
Grande perché riprende a dare grandi speranze (lì come pure qui) e non perché produce grandi minacce e pessimi esempi.
 
Ernesto Trotta
Torino