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Interventi

Nella fogna delle rete

Ogni giorno ci sono comportamenti vergognosi, ma nessuno interviene.

di Ernesto Trotta |

Il recente, ennesimo, caso di violenza digitale, perpetrato da anonimi “cuor di leone da tastiera”, stavolta ai danni dell’infermiera dello Spallanzani di Roma, la prima vaccinata con il vaccino anti-COVID, ripropone con forza due enormi problemi:
l’urgenza assoluta di intervenire con norme stringenti contro l’anonimato in rete;
l’ipocrisia e l’incapacità della politica a prendere in carico il problema.
Tutti condannano, deprecano, solidarizzano, si sdegnano, si scandalizzano, un coro unanime di riprovazione e nessuno, dico nessuno, che alzi un dito, che dica qualcosa, faccia un’interpellanza, scriva una mozione, un ordine del giorno, magari un disegno di legge, una proposta al Parlamento Europeo. N-e-s-s-u-n-o.
Nulla, nulla di nulla. Silenzio tombale, totale incapacità di intraprendere una qualsiasi iniziativa in proposito.
 
Un anno fa ci provò, meritevolmente, Luigi Marattin di Italia Viva: fu sbeffeggiato, “calunniato, avvilito, calpestato, sotto il pubblico flagello per gran sorte va a crepar”.
Onore a lui, ma nessuno, dico nessuno, osò appoggiarlo, osò sfidare la marea montante dei fighetti esperti blogger internettiani, presuntuosi ed arroganti, che rivendicarono a gran voce “la libertà del web”.
Bella libertà! Libertà di ferire senza farsi vedere, la libertà dei vigliacchi, delle iene, colpire e nascondere la mano.
Non che colpire facendosi vedere sia meglio, ma almeno ci se prende la responsabilità e si paga per un reato, perché si è lesa la dignità della persona colpita.
 
Credo di avere scritto almeno una decina di interventi sul tema; ho rotto le palle a chi potevo, compresi parlamentari nazionali ed europei: figuriamoci! Non si sono filati un deputato vero del Parlamento, figuriamoci un signor nessuno come me…!
Ma io sono un testone abruzzese e insisto. Insisto a sostenere che è incivile, spesso mostruoso, quello che è permesso sul web. È incivile che si possa riempire il mondo dei social, i commenti dei giornali, i blog, di violenza, di aggressività, di malacreanza, di fake news, senza che sia evidente il nome, la faccia, il codice fiscale di chi lo sta facendo.
 
Tutte le obiezioni sono capziose, sono inconsistenti, di fronte all’evidenza che ogni giorno sperimentiamo.
Facile o difficile che sia la soluzione del problema (ma per quel poco di esperienza che ho, ci sono cose ben più difficili …), qualcuno deve farsene carico e proporre interventi, provvedimenti, normative.
 
Il mondo civile sta piano piano cominciando a capire che nel terzo decennio del terzo millennio Internet non è più quel paradiso “hippy” immaginato trent’anni fa dai suoi visionari fondatori; è un business gigantesco, muove migliaia di miliardi di valore, permea tutte le attività sociali, economiche, civili, e resta una fogna a cielo aperto, l’equivalente dei cessi delle stazioni e degli autogrill del secolo scorso.
In sede internazionale si comincia a porre in modo formale persino il problema della responsabilità civile e penale delle piattaforme digitali: ci sono proposte di leggi e regolamenti in tal senso; qualcosa cambia, si muove, cresce la coscienza dell’importanza del tema; ma dell’anonimato finora non è consentito parlare.
 
È impopolare? Davvero? Siamo sicuri che lo sia? Qualche primario istituto di sondaggi potrebbe usare la cortesia di avviare un test in proposito, invece di misurare ogni giorno il decimo di punto in più o in meno di partiti e leader politici (smagliante ed inutile gioco di società)? Possiamo conoscere almeno le tendenze delle opinioni delle persone?
Com’è che possiamo discutere dell’obbligatorietà del vaccino e non dell’obbligatorietà di mostrarsi col proprio nome quando si parla (o si insulta) in rete? Ha minore rilevanza sociale?
A me sinceramente non pare.
 
Io non sono presente sui social e continuerò a non esserci, almeno fino a quando persisterà questa barbarie. Ma tra i milioni di frequentatori che in ogni momento di ogni giorno si scambiano messaggi, commenti, esperienze, sensazioni, c’è qualcuno che voglia buttare la palla in campo, avviare un dibattito, tastare il polso, promuovere una sensibilizzazione? Chissà.
Temo che rimarremo succubi del senso comune ormai dilagante e consolidato, dando per irrisolvibile un problema che non lo è affatto.
Abbiamo tolto i cappucci al Ku Klux Klan: quando saremo capaci di toglierli ai leoni da tastiera?
 
Ernesto Trotta
Torino