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Quando è morto il capitalismo italiano?

Già nel 2000 era tutto finito: muore Cuccia e la Fiat viene venduta agli americani. ma forse il disastro era cominciato ancora prima.

di Giuseppe Turani |

di Giuseppe Turani

In questi giorni si scopre che il capitalismo italiano è morto, non c’è più. L’occasione è data dall’uscita degli Agnelli dal Corriere della Sera. Ma si tratta solo di un errore di prospettiva. Enrico Cuccia, che per oltre mezzo secolo ne è stato il gran regista, muore nel 2000, cioè sedici anni fa. E negli ultimi tempi lui stesso aveva crescenti difficoltà a tenere insieme i pezzi indeboliti del capitalismi italiano. Forse vi aveva addirittura rinunciato.

Comunque, tutto si stava sfasciando già allora. Dopo la morte del suo successore, Vicenzo Maranghi, nel 2007 viene nominato alla testa di Mediobanca il banchiere romano Cesare Geronzi: questa è l’ultima occasione, ma verrà persa. Geronzi ha la testa e la fantasia per andare a ricompattare ciò che può essere ancora ricompattato, ha le conoscenze. Ma nessuno gli vuole credere.

Quindi non lo stanno a sentire e, anzi, lo spediscono alla Generali, e poi da lì in pensione.

Probabilmente ormai si era tutto deteriorato e nemmeno lui avrebbe potuto rimettere insieme qualcosa, ma poteva provarci. Non è stato fatto.

Quindi come data di morte del capitalismo italiano possiamo scegliere: o il 2000, quando se ne va Cuccia, o il 2011, quando Geronzi viene liquidato dalle Generali.

Altre correnti di pensiero portano la data di morte ancora più indietro: e esattamente all’autunno caldo del 1969. Per sostenere questa tesi si prendono i bilanci della più grande azienda italiana, la Fiat. Fino allo scoppio della contestazione operaia i suoi conti erano in attivo e presso le banche la Fiat risultava depositante. Dopo il terremoto dell’autunno caldo, la casa torinese comincia a andare in rosso e deve chiedere soldi alle banche. La leggenda (ma forse è vero) dice che nessuno in Fiat sapeva come si fa una richiesta di prestito perché nessuno, dalla fondazione, ne aveva mai fatta una.

Dall’autunno caldo in avanti, sostengono questi critici, la Fiat è andata, fra alti e bassi, sempre all’inseguimento almeno del pareggio di bilancio. L’ossessione, durata almeno tre decenni, era quella di non andare a gambe all’aria. Un’ossessione che, ovviamente, ha impedito di guardare avanti e che ha portato a più di una scelta sbagliata.

Al punto che nel 2000, proprio pochi mesi prima della morte di Cuccia, la Fiat viene venduta all’americana General Motors, evento che tutti tendono a dimenticare. Ma sta scritto nei contratti che già sedici anni fa gli Agnelli  avevano rinunciato a gestire un’azienda diventata ingestibile e l’avevano venduta agli americani.

Poi un colpo di fortuna. General Motors si è impegnata a comprare Fiat, ma l’azienda torinese va talmente male che gli americani pagano una fortissima penale pur di non prendersi quel catorcio. A condurre la trattativa è Sergio Marchionne, che intanto è arrivato alla guida della casa torinese (sono scomparsi nel frattempo sia l’Avvocato che suo fratello Umberto). Marchionne è bravo nelle trattative e porta a casa, per lasciare libera la General Motors di andarsene, 1,55 miliardi di euro. Con questi soldi rimette in piedi la Fiat.

Se si vuole, quindi, c’è anche questa data come possibile morte del capitalismo italiano: il 13 marzo del 2000, quando la più grande azienda italiana, quella che ha segnato tutto il dopoguerra, viene venduta, ceduta.

Ma, si diceva, Marchionne salva la Fiat e la rimette in piedi grazie ai soldi americani. Più tardi, lo stesso Marchionne, avendo ormai capito che il mondo dell’auto è diventato davvero globale, fa l’operazione Chrysler. E oggi il gruppo (ribattezzato intanto Fca) sembra correre di nuovo. Ma è un’altra cosa. Non è più la Fiat di prima. Ormai è una Fiat con basi in America, a Londra e in Olanda. Non ha più bisogno di avere rapporti stretti con il mondo italiano, e infatti esce addirittura da Confindustria, dai giornali, e credo che non faccia quasi più alcun lavoro di lobbying presso il mondo politico. Marchionne ha ottimi rapporti con il premier Renzi, ma solo perché quest’ultimo, a differenza di altri, ha capito che la Fiat è il ”nuovo”. Un nuovo che non guarda a Palermo o a Torino, ma all’America e alla Cina. E questa è l’unica dimensione nella quale può esistere un capitalismo, ormai.

Intanto, intorno, si è sfasciato quasi tutto. Con i francesi che si sono di fatto impadroniti sia di Mediobanca (e di quelle partecipazioni che ancora ci sono dentro) e delle Generali (compagnia importante, ma anche buon portafoglio partecipazioni). E quindi di giocatori (o player, come si usa dire) in questa dimensione di fatto non ne abbiamo più. Ci sarebbe forse l’Eni ma fa (benissimo) un lavoro molto particolare, e lì è confinata. Quando in passato si è provato a lanciarla nella chimica, ad esempio, si sono fatti solo disastri.

Sotto questo “grande” capitalismo ormai defunto, c’è comunque ancora vita. Molta vita. Si tratta di quelle cinque mila aziende medio-grandi che costituiscono il “Quarto Capitalismo”, che sono molto presenti sui mercati internazionali. E che però non fanno notizia, per loro fortuna.

E ci si chiede, per chiudere, chi potrebbe essere a questo punto il regista ultimo del capitalismo italiano. E si risponde che può essere solo palazzo Chigi, cioè Renzi, che è il luogo di maggior attività, anche di ideazione, visto che tutti gli altri sembrano caduti in un torpore molto profondo.

Ma si tratta di un’attività di regia inutile: non ci sono più gli attori. E anche con un buon copione, senza attori non si fa spettacolo. E quindi palazzo Chigi deve semplicemente continuare a fare il suo lavoro: governare, creare le condizioni generali perché qualcosa finalmente si muova. Buone infrastrutture, buone università, buoni centri di ricerca, metà della burocrazia attuale, meno Stato e quindi meno tasse.

Il capitalismo, o quel che ne resta, se la caverà da solo, come ha sempre fatto.