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La Napoli di Giggino

Una città in caduta libera. Ma con un grande progetto: Bagnoli.

di Giuseppe Turani |

Sono in molti a sperare che Napoli possa un giorno riprendere il suo posto fra le grandi città italiane. Fra le altre cose è anche bellissima. Ma sono anche in molti abbastanza disperati. Come può rialzare la testa una città dove un sindaco, non quello attuale, regalava ai turisti dei Rolex di cartone, così in caso di scippo non c’era danno? Oggi forse i turisti hanno imparato a stare attenti e i Rolex di cartone sono scomparsi.

In compenso c’è il sindaco De Magistris, detto da tutti Giggino, che quanto a trovate non è da meno. Tempo fa aveva fatto stampare, ad esempio, i “Napo”, una moneta inventata da lui, da lui edita (penso a spese del Comune) e da lui firmata. Tutto questo per combattere la crisi (che in città deve essere molto pesante). Quello che non fa Draghi, insomma, lo fa Giggino: questo era il messaggio del Napo, ecco finalmente i soldi.

Piccolo particolare: se uno si ritrovava un po’ di Napo in tasca e andava in Comune per pagare con quelli qualche tassa, veniva giustamente mandato via in malo modo. “Soldi veri ci vogliono”. Insomma, una carnevalata, che credo sia ormai finita, come la  storia dei Rolex.

In realtà Napoli avrebbe tutte le carte per riemergere. Si tratta della grande area ex-siderurgica di Bagnoli. E’ una realtà molto estesa e intorno alla quale si lavora da anni. Esiste un progetto bellissimo, ma che da anni gira a vuoto per le solite questioni burocratiche (parco, sport, cinema, tecnologia). Poche città italiane (e meno che mai al sud) possono contare su un’iniziativa così interessante.

Poiché tutto è fermo, si è fatta una “cabina di regia”, con vari responsabili, per far decollare il progetto. Il presidente del Consiglio va giù di persona per dare una spinta. Giggino protesta e dice che non si farà vedere mentre si fanno vedere i ragazzotti dei centri sociali, giusto per fare il consueto casino.

Napoli a parte, il problema è un po’ generale. L’Italia, purtroppo, è piena di “cose” industriali dismesse, obsolete, che non ripartiranno mai più (la tecnologia e i mercati cambiano). Riutilizzare questi spazi non è semplice (ci vogliono molti soldi), anche se la logica li vorrebbe trasformati in parchi e in luoghi di istruzione.

Ma se ogni volta per riuscire nell’impresa bisognerà affrontare una battaglia campale con sindaci riottosi e ragazzacci nervosi, la vedo proprio dura. Ci terremo le lamiere arrugginite e i topi.

(Da "Quotidiano Nazionale" del 7 aprile 2016)